Leonardo Terzo, Sull’ovvietà della tecnica

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Leonardo Terzo, Window, 2017

“…tecnicamente abita l’uomo…”

 

  1. Per criticare ciò che, in modo totalizzante, viene indicato come “età della tecnica”, a partire probabilmente da Heidegger, si fantastica di un presunto “uomo pre-tecnologico”, che avrebbe agito in un orizzonte di senso, con idee e sentimenti propri, che ora invece non avrebbe più. L’età della tecnica sarebbe una situazione assolutamente nuova, in cui l’umanità sta facendo l’esperienza del suo “oltrepassamento”, per il fatto che abita in un mondo tecnicamente organizzato in ogni sua parte. In tale mondo la tecnica determinerebbe ogni scopo, idea, azione e passione, persino i sogni e i desideri, sottraendoli alla libertà.
  1. Se questo è vero, è però sempre stato così, perché ciò che Ernesto De Martino (La fine del mondo, Torino, Einaudi, 1977) nel suo “contributo all’analisi delle apocalissi culturali”, definiva “l’ethos del trascendimento” è proprio ciò che distingue l’uomo e non ciò che lo disumanizza. Perciò la tecnica è semplicemente un modo funzionalista di definire la cultura umana, ovvero la creazione delle condizioni più agevoli per lo svolgimento di una vita consapevole. La parola “tecnica”, rispetto alla parola “scienza” connota la dimensione applicativa del sapere presente nella vita quotidiana di tutti. Non esiste perciò umanità senza tecnica, la quale è appunto il modo di esplicarsi dell’attività umana, materiale e concettuale, dal punto di vista della fattibilità e dell’efficacia, in ogni tempo.
  1. Del resto non è chiaro quando esattamente comincerebbe questo stato di nuovo condizionamento: se dalla rivoluzione industriale, prima, seconda o ennesima; se a partire dall’invenzione della macchina a vapore o della radio o del computer. Credo invece che, per esempio, invenzioni come il fuoco o la ruota, assolutamente tecniche e tecnologiche, siano state molto più determinanti nel modificare i valori, i fini, i sogni degli uomini. Credere che ci sia stato un universo tecnico dei mezzi, separato dagli scopi e strumentale alla razionalità e ai valori, è puro e pretestuoso autoinganno. I valori e i fini sarebbero poi elaborati in non si sa quale empireo, rispetto ai bisogni e alle possibilità che lo sviluppo tecnico e scientifico prospetta alla vita.
  1. Né è la perdita delle pulsioni istintuali ferine che avrebbe spinto l’uomo ad inventare le tecniche, per rimediare alle sue insufficienze biologiche, ma, al contrario, sono gli istinti che si atrofizzano, perché la tecnica li rende sempre più inutili, trasformandoli però in sensibilità culturale (razzismo e carità cristiana compresi). L’invenzione della scrittura, si sa, indebolisce la memoria personale, ma accresce quella della specie, come la macchina da scrivere abolisce l’insegnamento della calligrafia, ma rende più leggibili i documenti.
  1. Né la natura è mai stata esperibile dall’uomo, per quanto primitivo, se non attraverso tecniche di distanziamento, che lo proteggono da essa, o di sfruttamento, che gli permettono di utilizzarla e controllarla. Ma sempre entro certi limiti disegnati dalla tecnica stessa, così che il rapporto con la natura è sempre stato mediato e problematico. La tecnica è sempre stata il nostro ambiente protetto, e la vulnerabilità umana non deriva da un eccesso di organizzazione tecnica, ma dalla sua insufficienza. Leopardi poteva fare dell’ironia su “quanto è il gener nostro in cura all’amante natura”, riferendosi all’eruzione del Vesuvio, non più di quanto noi si possa pensare la stessa cosa riferendoci, in piena età della tecnica, alle vittime dell’aids.
  1. Né vale solo per l’età attuale l’idea che la quantità si trasforma in qualità, perché non ci sono bisogni originari: persino gli animali devono adattarsi all’evoluzione dell’ambiente, e il criterio di ricerca della loro intelligenza si fonda sulla loro capacità di costruire strumenti. A maggior ragione per l’uomo, da sempre lo sviluppo crea nuovi bisogni, e le scoperte stimolano l’immaginazione a cercare nuove gratificazioni e nuovi poteri. Se mezzi e fini sono intercambiabili, anche questo è parte del motore delle civiltà. L’istinto di sopravvivenza, per quell’animale culturale che è l’uomo, diventa necessità di conoscenza. Perciò il fine della ricerca pura è proprio la pura strumentalità, ovvero l’accessibilità alle mediazioni tecniche, prima di finalizzarle a scopi imprevedibili.
  1. Nel 1923, ancora sotto lo shock della Prima Guerra Mondiale, Husserl vedeva la speranza dell’umanità nel fatto che “i successi della tecnica… fondano una fede… nella cultura della ragion pratica, in un’umanità che modella razionalmente e attivamente se stessa insieme con il mondo che la circonda.” (“La cultura moderna in quanto cultura fondata sulla ragion pratica”, in L’idea d’Europa, Milano, Cortina 1999). Del resto anche Heidegger dice che “…se ci apriamo autenticamente all’essenza (corsivo dell’autore) della tecnica, ci troviamo insperatamente richiamati da un appello liberatore.” (“La questione della tecnica”, in Saggi e discorsi, Milano, Mursia 1976)
  1. Proprio la convertibilità dei fini nei mezzi libera i bisogni dalla loro rigidità e i beni atti a soddisfarli dalla loro indisponibilità costitutiva. Per esempio la convertibilità dei beni in danaro moltiplica e fluidifica la loro utilizzabilità per il soddisfacimento dei bisogni. C’è una mercificazione buona, che svolge la stessa funzione igienica o terapeutica dell’acqua, in grado di raggiungere spazi altrimenti inaccessibili, come veicolo di qualsiasi sostanza in essa solubile. O ancora la convertibilità dell’esperienza in linguaggio libera l’esperienza stessa da una misura di ineffabilità, e ne permette una relativa condivisione attraverso la comunicazione. Non c’è esperienza propriamente umana senza tecnica che la permetta e la renda comunicabile.
  1. Né è mai esistito un ordine immutabile del cosmo in cui la mitologia o la scienza cercavano di riflettersi, perché il cosmo è costantemente mutato proprio dalla vita umana e dalla sua esplicazione tecnica, che ne ridisegna sempre di nuovo l’orizzonte. Trasformare le fedi e poi le ideologie in ipotesi di lavoro è semplicemente la presa di coscienza di ciò che si è sempre verificato.
  1. Né è vero che la tecnica abbia sopraffatto la politica, perché la politica interagisce con la tecnica e interviene su di essa in modo partigiano, cercando di limitarne l’applicazione, quando è conservatrice, o di diffonderla il più possibile quando è democratica. La tecnica non discrimina, è la sua applicazione che viene sequestrata dai poteri dominanti, per scopi non tecnici, ma appunto di cattiva o buona politica.
  1. È vero invece che i processi collettivi, per loro natura, sfuggono sempre ad una comprensione totale, vanificando il più delle volte il tentativo di controllarli e dirigerli. E questo vale sia per il controllo dell’economia, sia della politica e quindi anche della tecnica. Si vuole invece che solo la tecnica si muova in base alla norma secondo cui “se una cosa si può fare si farà”, inesorabilmente! Ma chi sa dire che cosa si può fare? E come si perviene al poter fare? Se la tecnica è così inesorabile, perché manca l’acqua in Sicilia?
  1. Non è la tecnica che impedisce di sfamare i popoli della terra. Nella storia umana non è la tecnica che produce la guerra, ma al contrario è la guerra che, paradossalmente, fa avanzare la tecnica. La misura variabile delle risorse che i governi mondiali dedicano alla ricerca dimostra quanto poco inesorabile sia di fatto il potere della tecnica, subordinato per miopi egoismi a interessi di conservazione dei privilegi.
  1. I limiti al controllo dei processi collettivi, tipici delle scienze umane, ci hanno insegnato che non esiste, come non è mai esistita, una morale naturale. La morale è sempre artificiale e modellata sugli interessi sociali, ma anche sulla portata tecnica delle responsabilità. Si sostiene che solo nell’età della tecnica si può fare molto di più di quanto non si possa prevedere, e quindi il tecnico è, di necessità, uno scienziato folle, perché obbligato da tale nuova condizione ad agire ciecamente. Ma basta riflettere sulle conseguenze impreviste della scoperta dell’America per rendersi conto di quanto poco nuova sia questa condizione.
  1. Il cosiddetto “senso” della Storia non è mai stato dato a priori, e quando vari tipi di storicismo l’hanno ipotizzato, hanno concepito ideologie, mitologie e religioni, dannose e smentite dai fatti. Ora sappiamo che il senso della storia è sempre attribuito a posteriori per fini pratici e contingenti. Il senso procedurale della tecnica resta invece aperto alla verifica, perché è sempre subordinato ai risultati, che fungono da fini parziali, perpetuamente modificabili, mai definitivi, e perciò mai veramente superabili.
  1. Questa apertura è il paradigma che garantisce che non può esserci una fine della Storia. La fine della Storia è infatti concepibile in un itinerario che vede un inizio, un mezzo e una fine, ovvero un’origine, uno svolgimento e una conclusione. Ma questo è il senso delle finzioni, come insegna la Poetica di Aristotele. Nella realtà invece non sappiamo dove collocare l’origine dell’uomo, né quale sarà il suo futuro, tantomeno la sua fine. La differenza tra realtà e finzione sta proprio nel fatto che la memoria dell’origine, nella realtà, manca e la fine è di là da venire. E dunque resta solo il mezzo, nel doppio significato di dato intermedio e strumentale. Pensare che debba esserci un’autonomia dei fini in sé significa cadere nell’errore che ci sia un senso originario e immodificabile dell’umanità e del suo divenire, laddove invece esso si fa giorno per giorno, come può, ma mai una volta per tutte. E perciò esiste solo l’immanenza del “ mezzo” e i mezzi per vivere.
  1. È vero che l’identità dell’uomo si manifesta nella sua funzionalità, ma è un’identità che si concretizza nell’essere funzionale a qualcosa. E precisamente (o imprecisamente) a scopi sempre diversi nel tempo e nelle circostanze, mitologiche, umanistiche o post-umane che siano. Perciò è il paradosso dell’identità forte accettarsi e trovarsi “finalmente” nella sua mutabilità e instabilità strumentale. L’identità è quindi sempre singolare, proprio perché funzionale a situazioni irripetibili. Sia il sé sia l’altro, sia l’uomo sia la tecnica, sono sempre stati rapporti nodali, intrecciati e costituiti dalle tecnologie del sé e dalle politiche dell’identità.
  1. L’apparato tecnico non è dunque il soggetto assoluto, ma sempre lo scenario culturale di tutte le identificazioni. Demonizzarlo e rifiutarlo in effigie equivale al rifiuto di crescere, per non rinunciare all’esilarante irresponsabilità dell’egotismo narcisista.
  1. È vero invece che l’assimilazione indistinta di pubblico e privato tende ora ad abolire quest’ultima dimensione della coscienza e della persona. La cattiva episteme della postmodernità si modella sul paradigma pornografico; sembra cioè manifestarsi in una dilagante spudoratezza, che è la neutralizzazione neocapitalista dell’intuizione rivoluzionaria per cui “il privato è politico”. La forma dell’alienazione contemporanea è quella di chi è indotto a credere, dai poteri che aspirano a monopolizzare il capitale della rappresentazione mediatica, di partecipare alla vita della comunità solo attraverso l’esibizionismo delle proprie malformazioni caratteriali, oltre che dei risultati di costosi rifacimenti di chirurgia plastica.
  1. È sciocco invece piangersi addosso per una presunta perdita di libertà del soggetto decisionale, che sarebbe ormai determinato e reso prevedibile dalle prescrizioni dell’apparato tecnico, come se le nozioni di onore o onestà, solo per fare degli esempi ovvi, non siano state sempre anch’esse prescrizioni determinanti di un apparato etico o civico di qualsiasi contesto feudale, umanistico, borghese o proletario. E la solidarietà, nuovo nome della vecchia e trascurata “fraternité” della Rivoluzione Francese, non si riaffaccia forse come nuovo prescrittivo collante politico di un apparato movimentista, libero in tutto e da tutto, meno che dalle tecniche spettacolari della comunicazione globale?
  1. Se la tecnica media il modo di fare esperienza, questo non è una condizione inaugurata dalla cosiddetta età della tecnica. Altre tecniche hanno avuto da sempre questa funzione di modulare e interpretare per noi la realtà, dal racconto mitico alle formule dell’epica orale, all’invenzione della stampa. Il 99% delle nostre conoscenze si basa sulla fede cieca in nozioni che la scuola, i libri, le riviste scientifiche, prima che i mezzi di comunicazione di massa, con il condizionamento degli interessi politici, mettono in circolazione, senza possibilità di una effettiva verifica dell’esperienza diretta e personale.
  1. Il bombardamento mediatico è effettivamente una nuova modalità dell’esperienza e della formazione personale. E tuttavia non bisogna scambiare la quantità per saturazione. La novità consiste solo nella potenza nei mezzi impiegati, adeguata alla nuova capacità umana di ricevere e vagliare, o non vagliare, gli stimoli, non nella pervasività dei modelli culturali che, in società come per esempio quella feudale, erano molto più integrati e omologati. La soluzione non è restare nel natio borgo, impedendosi di varcare un giorno quel lontano mar, quei monti azzurri, “arcani mondi, arcana felicità fingendo al viver mio”.
  1. Nell’età della tecnica una più ampia gamma di interessi si rende disponibile all’umanità, esposta però in questo modo all’intrusività schizoide di troppa realtà o alla deformazione riduttiva dello specialismo professionale. Ma il pericolo reale non è la tecnica, bensì la concentrazione del potere, così come il rimedio non è il rifiuto della tecnica, ma la distribuzione del potere di usarla.
  1. La barbarie nazista, che applicava la razionalità della tecnica al genocidio, non scaturiva dalla mancanza di finalità della tecnica stessa, al contrario era l’effetto della concentrazione del potere e di una finalità forte e chiara: la purezza della razza ariana. Questo scopo, non la tecnica, dava senso allo sterminio, così come un eguale eccesso di finalità etnico-religiosa continua a dare senso da oltre mezzo secolo ai massacri tra israeliani e palestinesi e a tutti gli infiniti massacri che si perpetuano nel mondo.
  1. Spostare sulla pervasività inevitabile della tecnica il fardello di inconvenienti che tortura in modi innumerevoli l’umanità contemporanea significa svuotare e assolvere ogni responsabilità politica, e rinunciare a priori ad un agire comune per incidere in modo razionale sulle forme sociali.

 

 

 

 

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