La questione dell’arte che produce una reazione di dolore invece che di piacere.

 

 

Bacon/Velaquez

L’esempio da cui deriva questa riflessione è la possibile sgradevolezza che si prova osservando le fisionomie e i corpi deformi dei quadri di Francis Bacon.

Questa questione va distinta dall’arte che rappresenta una realtà dolorosa in sé, prima di essere trasposta in immagine e finzione. L’esempio specifico è la crocifissione di Cristo, e tutti i quadri che rappresentano i martiri, a cominciare dal martirio di San Pietro.

Si deve osservare però che la crocifissione e i soggetti simili hanno la riserva che la fase dolorosa è solo il primo tempo di una storia che avrà poi il finale glorioso con l’assunzione in paradiso. L’osservatore insomma, osservando il martirio, percorre consapevolmente il resto della storia, e anzi trova conforto e fede nella speranza di un superamento delle difficoltà in cui può trovarsi nel presente.

Le deformità raffigurate da Bacon possono essere interpretate e fruite in vari modi. Quando la deformità è applicata a immagini di famosi quadri della ritrattistica del Seicento, come per esempio Velasquez, possiamo pensare ad una sorta di smascheramento dell’idealizzazione che l’arte con questi scopi applica ai ritratti della classe dirigente dell’epoca, e in generale alla tradizionale finalità dell’arte: “l’orrore che si nasconde dietro i paludamenti più sontuosi.”.

Bacon peraltro applica tale deformità anche ai suoi autoritratti. E quindi l’eventuale oggetto dello smascheramento non è l’epoca di Velasquez in sé, ma l’esaltazione e la celebrazione della figura umana e dell’umanità stessa. In un’intervista a David Sylvester infatti dice che “la grande arte riporta sempre alla vulnerabilità della situazione umana.”

Quindi nei casi come quelli di Bacon, la sgradevolezza delle opere mira effettivamente a svelare la sgradevolezza della realtà. In tal caso il sostituto di una gratificazione sensibile è un disvelamento veritativo. Il piacere sarebbe il piacere della conoscenza di una verità. Quindi intellettuale ed etico.

Marcella Milani, Pavia, aree dismesse, 2017

C’è comunque un altro aspetto, prodotto dalla trasposizione che ogni arte fa dalla realtà alla finzione. Recentemente la mostra fotografica di Milena Milani a Pavia, mostrava i resti in rovina degli edifici industriali abbandonati in città e nei dintorni. Le rovine fotografate erano e sono una realtà spiacevole e incresciosa, ma le immagini che le ritraevano acquisivano un fascino che suppongo derivi dalla possibilità di vederle nella specificità del loro modo di essere. La conoscenza della bruttezza acquista una specifica qualità derivante dalla possibilità di conoscerla.

Nel caso della pittura di Bacon la verità rivelata è ideologica: è ciò che Bacon crede che l’umanità sia. Nel caso delle fabbriche abbandonate l’immagine testimonia e rivela ciò che una certa realtà è. Nel primo caso la rivelazione disturba la concezione del mondo: l’umanità non è bella come crede di essere. Questo ci disturba, ma ci può rendere consapevoli. Nel secondo caso la rappresentazione dei resti industriali testimonia una realtà su cui impegnarsi: si rivela un mondo rovinato, ma è un incentivo a sanarlo.

 

 

Marcella Milani, Pavia, aree dismesse, 2017

 

 

 

 

Leonardo Terzo. Che cos’è l’arte

Leonardo Terzo, Self-portrait as photogtapher

L’arte è il prodotto di un’attività umana che, nella finzione e con l’immaginazione, crea oggetti intesi a provocare piacere sensibile e intellettuale a chi ne fa esperienza.

Un interlocutore che ha letto questa nota, mi dice che, pur ammirando egli l’opera di Francis Bacon, non ne ricava un senso di piacere, ma una certa sgradevolezza.

Forse allora occorre dire che la reazione sensibile che accompagna l’ammirazione intellettuale può essere di piacere o di dispiacere. Resta peraltro una reazione sensibile. Vedi il post successivo, del 13 agosto.

Leonardo Terzo, Estetica e Storia nel nuovo millennio

Leonardo Terzo, In and out, 2018

Il confronto più o meno conflittuale tra teoria e pratica critica, tra ideologia e formalismo, tra politica ed estetica, continua nel nuovo millennio con atteggiamenti più dialettici.

Si riconosce che la teoria delle arti ha una sua specificità, intrisa di interessi sociali, ma non identificabile con la storia sociale. Si riconosce o si rinnova la consapevolezza che il modo di “fare politica” delle arti va rifondato sull’evoluzione delle forme. E che il concetto di “forma” è insieme “retinico” (nuovo modo di indicare il sensibile) e intellettuale.

In sostanza non è, o non è solo, la dimensione socio-politica che influisce sulle scelte estetiche, ma dialetticamente anche l’arte intuisce e contribuisce a formare le visioni politiche. La dimensione estetica, come originalità dell’artista, riprende il suo valore nella teoria della cultura per capire la realtà e fare la storia.

Leonardo Terzo, Arte, Ideologie, Istituzioni

Beuys e il coyote

 

Smascherare l’arte come ingannevole strumento di oppressione sociale delle classi dominanti, invece che celebrazione di valori umani universali, non invoglia i fruitori alla sua frequentazione e al suo apprezzamento.

Se invece il pubblico continua incredulamente a frequentarla, sebbene solo in parte, e per la parte che riscuote ancora stupore, se non apprezzamento, dimostra una divisione del pubblico. Il pubblico infatti è attratto o respinto non tanto per una presa di coscienza ideologica, bensì per una semplice possibilità di comprendere o no quello che vede.

Le avanguardie hanno sempre reso inizialmente problematica la comprensione, ma per il modernismo il lavoro interpretativo della critica ha avuto il compito specifico di illustrare, con ragione e con successo, il significato delle nuove poetiche.

Invece una divisione di tipo diverso si è instaurata nel periodo del post-modernismo tra un pubblico generale, che frequenta con divertito o atrabiliare scetticismo le astruserie di Wahrol o Beuys, di Cattelan o Pistoletto, e un ridotto pubblico d’élite, fatto dagli addetti ai lavori, per i quali la salvaguardia dei valori in corso è motivo di sussistenza per il loro mestiere e le loro carriere.

In effetti l’errore di queste involuzioni attiene ad una considerazione totalitaria e assolutista della critica e delle interpretazioni. L’arte (intendendo tutte le arti: letteratura, musica ecc.) non è un campo unitario e totalizzante, e dare giudizi ideologici, o estetici, o culturali di qualsiasi tipo, riferiti a tutte le creazioni artistiche, come fossero un genere unitario e uniforme, non ha senso.

Resta il fatto che parte delle istituzioni di questo settore della produzione culturale, e ancor più del mercato delle arti, ha interesse a sostenere delle gerarchie valutative soggette alle istituzioni di potere in auge.

La prova sta nel fatto che il settore dell’arte che di fatto attualmente si sottrae alle valutazioni istituzionali e di mercato è la street art. La sua efficacia non sta nello stile, sebbene anche in quello, ma nella distribuzione produttiva, che occupa degli spazi più o meno pubblici, la cui caratteristica è di non essere musei o luoghi patrocinati.

Banksy, Caron Dimonio?

Leonardo Terzo, Arte, Critica e “Studi culturali”.

Arte, Critica e “Studi culturali”

Dagli anni ’70 in poi, l’interesse della critica si sposta dall’analisi delle opere alla funzione e agli effetti sociali delle arti. Il pubblico diventa il co-autore del testo e i suoi interessi, superando le acrobazie diagrammatiche dello strutturalismo, diventano le nuove principali direzioni di analisi: psicoanalisi, marxismo, femminismo, post-colonialismo, nuovo storicismo.

Peraltro è un processo faticoso: da un lato infatti la commistione tra società e analisi strutturale diventa post-strutturalismo, che accentua la svalutazione dei contenuti, tutti vittime del logocentrismo, cioè della forma come inganno enigmatico, che rinvia sempre a ulteriori future interpretazioni, mai però raggiungibili qui ed ora.

Perciò le interpretazioni si sganciano dalle strutture significanti, dando luogo all’appiattimento sulle dimensioni socio-politiche, e fra queste i nuovi interessi emergenti privilegiano la cultura popolare, ovvero la pop-art.

L’arte diventa solo un forma di ideologia e lo strumento rivelatore dell’organizzazione economica e culturale della società, da osservare e considerare con un interesse antropologico.

Il termine che denomina il nuovo atteggiamento sarà “Studi culturali”, dove tutte le gerarchie vengono appiattite come pratiche culturali strumento del capitalismo, sottovalutando invece la funzione progressiva del concetto di “egemonia”, come era stato concepito e spiegato da Antonio Gramsci, cioè come analisi e strumento concreto del mutamento sociale.

Tomba di Antonio Gramsci,  Cimitero acattolico di Roma

 

Leonardo Terzo, Critica e democrazia

Leonardo Terzo, Magritte e io, 2018

La forma e i contenuti dell’arte possono essere considerati inseparabili dal punto di vista estetico, ma anche separabili da altri punti di vista.

Se Bourdieu vede l’arte come maschera del potere, è implicito che sia alla ricerca di ciò che c’è sotto la maschera, per svelare lo scopo del mascheramento come forma di inganno sociale e politico; se Frye, oltre la rilevanza della singola opera, individua e sottolinea la sua posizione e rilevanza nella visione totale dei generi come “ordine di parole” di una civiltà umanistica, letteraria e non;  in entrambi i casi si possono condividere o negare le finalità di quelle considerazioni, ma si possono comunque accogliere nella varietà di utilizzazioni a cui l’arte si apre e si presta.

Sebbene Bourdieu e Frye, come ogni altro sostenitore di metodologie critiche e interpretative, mettano in evidenza una particolare finalità di tali utilizzazioni, la pluralità dei fruitori delle arti può attingere di volta in volta a quell’aspetto che ogni tipo di critica e interpretazione mette a disposizione di tutti.

I canoni e le tradizioni si mantengono o si rinnovano o si smantellano, ma ogni fruitore può cooperare a queste evoluzioni. La critica può sostenere di volta in volta un tipo di arte, ma sono i fruitori che a loro volta determinano il prevalere di un metodo o l’altro, di un genere o l’altro. E mai come ora che viviamo nell’epoca della blogosfera.