Duchamp e Danto

Una tendenza della sedicente estetica contemporanea, per esempio Heidegger, Danto e altri, è, non di trasformare l’oggetto comune in opera d’arte, (con il procedimento da me indicato come “deissi”,) ma al contrario di trasformare l’opera in oggetto comune: per esempio quello che, in modo onesto e dichiarato, fa il movimento Fluxus.
Un grande equivoco, non innocente, bensì voluto e quindi a sua volta una falsificazione più che un’incomprensione, è il destino dell’orinatoio di Duchamp, che l’autore non vuole far passare per arte, bensì come derisione ai critici e alle teorie contemporanee.
Ma questi hanno avuto la meglio, riuscendo a far credere che Duchamp appartenesse alla loro cricca di imbroglioni, invece che come smascheratore del falso. Infatti, vedendo di non essere riuscito a far capire la sua presa in giro, Duchamp smise di provarci e si ritirò a fare lo scacchista.

Heidegger: sentieri erranti o errati?

A pag.7 di Holzwege, sentieri erranti nella selva (Bompiani, Milano, 2002,) Heidegger scrive: “Le opere (d’arte) hanno una sussistenza naturale, come ce l’hanno in genere anche le cose. Il dipinto è appeso alla parete nello stesso modo di un fucile da caccia o di un cappello.”
Sbagliato.
Le cose fatte dall’uomo non sono naturali, e le opere d’arte sono fatte solo dall’uomo. L’arte è tale solo se l’uomo l’ha creata, e poi denominata come un genere particolare che è appunto l’arte.
L’arte stessa emerge come un concetto peculiare, elaborato dalla necessità umana di individuare un genere di cose di cui l’uomo, ad un certo punto, o in vari momenti della storia, ha percepito la qualità e la necessità di individuarla e definirla. L’arte non esiste, tanto meno come concetto, se l’uomo non la denomina tale.
Tutta l’estetica di Heidegger è falsata da questo errore iniziale e voluto.

Jacques Barzun, La parola “uomo” e i suoi usi e significati. Ottava e ultima puntata.

La questione che interessa, a livello di storia della cultura, non è giustificare la presenza, in ogni tempo, di ostacoli allo sviluppo delle capacità dei singoli; ciò che si vuole far risaltare è la differenza tra norme sociali e realtà culturali. Il fatto che, nel Rinascimento, vediamo emergere “l’artista” come individuo che gestisce da solo i suoi affari e può dire al suo mecenate: “Giù le mani e taci! Conosco il mio mestiere meglio di te”, implica che precedentemente questo stesso artista è stato “sottomesso” al committente e alla sua corporazione. La sottomissione, in realtà, non scomparve da un momento all’altro: l’agente, il mecenate e il pubblico hanno continuato a limitare e ad avversare  il libero arbitrio.

Non esistono quindi valori assoluti nella vita culturale: nei circoli rinascimentali finora osservati, nessuno si è mai sorpreso dell’importanza assunta dalle donne; quelle menzionate qui sono solo un piccolo campione di una lista più lunga. Altri nomi sono noti e di altre vite abbiamo testimonianze dettagliate, poiché alla loro memoria sono stati attribuiti poemi, lettere e altre espressioni di lode e dolore. Il dialogo presente nel Cortegiano suggerisce che la realtà era più progredita rispetto allo stereotipo, cosa che fu un valido argomento in difesa dell’uguaglianza tra i sessi.

Nel corso di questi cinque secoli, i cambiamenti a livello di struttura sociale, vita economica e aspettative culturali hanno operato con sufficiente costanza in direzione dell’emancipazione. Inoltre essi hanno fatto sì che l’individualismo promuovesse una forma nuova di autocoscienza. L’artista ne è l’esempio più calzante ed evidente. Ciononostante la possibilità di esprimere liberamente la propria personalità è ancora qualcosa che bisogna guadagnarsi, nessuno la regala. Sotto qualsiasi regime, chiunque desideri realizzarsi deve mettere a dura prova la propria forza di volontà per un lungo periodo di tempo, oltre, naturalmente, a possedere talento e a sapere come usarlo. Come dimostra chiaramente l’esperienza quotidiana, molti di quelli che compiono un simile sforzo falliscono comunque e si lamentano di essere “sottomessi”. Nel contempo, la stragrande maggioranza delle persone non ha alcuna velleità di emergere o di lottare per la propria realizzazione, il che tuttavia non implica che venga negato loro un rispetto o un ruolo per le loro modeste capacità. Deve ancora essere ideata e realizzata la società in cui tutti conoscono il proprio valore e ottengono il giusto riconoscimento.

Jacques Barzun, La parola “uomo” e i suoi usi e significati. Settima puntata.

Jacques Barzun, La parola “uomo” e i suoi usi e significati. Settima puntata.

La controparte inglese di Louise Labé, Lady Pembroke è stata talmente celebrata, al punto da essere accolta da Edmund Spencer nella cerchia dei grandi poeti a lui contemporanei. Nota con il nome di Urania (la musa dell’astronomia), era una mecenate di poeti e drammaturghi, e insieme al fratello Sir Philip Sidney mise in versi i salmi (si ritiene inoltre che sia stata lei a introdurre una nota femminista nella sua Arcadia e a correggere i passi ritenuti “troppo liberi”).

Non bisogna supporre che il talento artistico e l’abilità manageriale si manifestassero o potessero essere messi in evidenza soltanto dalle donne delle classi elevate, per il semplice motivo che tutte le donne citate, eccetto una, appartengono alla nobiltà. Ci furono, ci sono sempre state, centinaia di donne di tutti i ranghi che governarono (e a volte tiranneggiarono) il loro entourage, così come ve ne furono centinaia di altre che scrissero, accompagnarono con il canto i loro componimenti, oppure praticarono qualcuna delle arti decorative. La concezione secondo la quale il talento e la personalità nelle donne sono stati repressi per i cinquecento anni passati, fatta eccezione, naturalmente, per gli ultimi cinquanta è del tutto fasulla. E non fu certo negata loro un’educazione o le opportunità per migliorarsi; la ricchezza e la posizione certo favorivano le occasioni, ma questo accade tuttora o tende ad accadere. La verità è che le questioni riguardanti la libertà non possono mai essere liquidate con un “tutto o niente” e qualsiasi valutazione deve essere fatta su basi comparative. Inoltre singoli casi dimostrano che ciò che avviene in una cultura differisce sempre lievemente dalle aspettative generali: le possibilità concrete sono infatti sempre superiori di quanto le consuetudini lascerebbero supporre.

Un metro per giudicare lo stato delle donne è valutare quello degli uomini loro contemporanei. Nella società gerarchica del XVI secolo vennero anch’essi privati tanto dell’educazione, quanto della possibilità di esercitare il loro talento o dei mezzi per poter fuggire dai luoghi angusti in cui tribolavano; vi era quindi una scarsa o nulla mobilità orizzontale, figuriamoci poi mobilità verticale. Nel Rinascimento l’impossibilità di salire i gradini della scala sociale fu molto maggiore rispetto al passato, a causa del diminuito prestigio del clero. Il Medioevo aveva offerto anche al ragazzo della più umile estrazione sociale la possibilità di ricevere un’educazione ed elevarsi fino ad alte cariche della Chiesa e dello Stato; dopo la Riforma, invece, furono sempre più i laici ad occupare quelle cariche. Quella che, nel XIX secolo, John Stuart Mill definì “la sottomissione delle donne” fu quindi accompagnata dalla sottomissione degli uomini. E poiché Mill aveva in mente la propria società, in cui diverse donne riuscivano a mettersi in luce nella vita pubblica e ad acquisire potere, un metro di giudizio più efficace potrebbe essere paragonare le loro condizioni a quelle delle donne nei Paesi Islamici.

 

Jacques Barzun, La parola “uomo” e i suoi usi e significati. Sesta puntata.

Jacques Barzun, La parola “uomo” e i suoi usi e significati.
Sesta puntata.

Proseguendo nella rassegna del gentil sesso, incontriamo sul nostro cammino un’altra perla, Margherita di Navarra (o Angoulème), sorella di Francesco I e protettrice di Rabelais. Alla sua corte, nella Francia meridionale, intrattenne un cenacolo di scrittori e pensatori di tutte le fedi, incluso per un certo periodo, Calvino; ella incoraggiò inoltre il commercio e l’arte locali, scrisse poesie e tentò di riconciliare cattolici e ugonotti. La sua opera più famosa è l’Eptameron, una raccolta di settantadue novelle modellate sul Decamerone di Boccaccio, ma dall’ambientazione originale e diversa, anche per via del cambiamento verificatosi nei costumi in oltre due secoli e mezzo. Questo libro è stato definito “capolavoro di pornografia”, e si tratta certamente di un testo di natura erotica, poiché tutte le storie trattano delle malizie e degli artifici delle relazioni amorose, la maggior parte delle quali sono peccaminose; il cultore di pornografia, tuttavia, cercherebbe invano le prodezze fisiche che sono divenute oggi comuni nella letteratura di ogni genere.

I contemporanei di Margherita ritenevano che “fosse tanto buona quanto bella e tanto brillante quanto buona” e, in tutta sincerità, le sue novelle lodano l’amore onorevole e la castità. I racconti in cui l’adulterio, l’omicidio o il concubinaggio di sacerdoti fanno parte delle vicende, non sono fantasie morbose, ma potrebbero benissimo riferirsi a fatti tratti dalla cronaca contemporanea. Inoltre, quando il tono delle storie è serio e l’argomento interessa un grave peccato, segue sempre una punizione. Verso la fine di questa serie mai terminata (le novelle dovevano essere cento) lo stile di margherita tende verso un asciutto naturalismo in cui l’amore ha ancora un ruolo rilevante e l’erotismo scompare. La sua è tra le migliori del periodo: semplice, priva di elucubrazioni filosofiche e lucida.

Marie de Gournay, la figlia adottiva di Montaigne (fu lei ad adottare lui), si dedicò invece alla filosofia. Era una donna dall’erudizione prodigiosa che a Parigi frequentò tutte le celebrità più in vista curò due edizioni ampliate dei Saggi di Montaigne, scrisse un’apologia della poesia, un discorso sulla lingua francese, un trattato sullo scarso valore della nobiltà, ma, soprattutto, Dell’uguaglianza degli uomini e delle donne. Bisogna aggiungere che, a questo proposito, aveva il sostegno di altre persone, anche uomini, in particolar modo del tedesco Cornelio Agrippa che difese “l’estrema eccellenza delle donne”. Marie dimostrò la sua indipendenza viaggiando da sola attraverso la Francia per andare a trovare la famiglia di Montaigne e portare loro il suo conforto dopo la morte di questi.

Non meno eccezionale è la personalità di un’altra artista del XVI secolo, Louise Labé (la Belle Cordière), poetessa e musicista, cavallerizza e sportiva esperta, che padroneggiava diverse lingue grazie al fatto che, all’età di sedici anni, aveva servito nell’esercito con il padre. Particolare notevole per quell’epoca. Era di origine borghese e fu forse la prima donna a raccogliere intorno a sé poeti e artisti formando un salotto, l’equivalente borghese di una corte. Tra i suoi scritti si trovano sonetti ed elegie, che ancora oggi vengono antologizzate, e un’insolita opera in prosa, il Contrasto dell’amore e della follia.

 

Jacques Barzun, La parola “uomo” e i suoi usi e significati. Quinta puntata.

Jacques Barzun, La parola “uomo” e i suoi usi e significati.
Quinta puntata.

Un’altra statista del XVI secolo degna di mota è Luisa di Savoia (anch’ella sposa quattordicenne) senza la quale, dal momento che la linea di successione era incerta, il figlio Francesco I non sarebbe divenuto molto probabilmente re di Francia. Luisa adorava quel giovane vanesio e compiaciuto, e impiegò il suo genio diplomatico al punto di riuscire a fargli ottenere il trono. Una volta insediatosi, Francesco si rivelò essere un monarca non deprecabile. E allora, perché Luisa non viene citata nei testi di storia tra coloro che hanno contribuito all’investitura del re? Ed ella d’altronde non viene nemmeno menzionata come negoziatrice del Trattato di Cambrai (1529), che mise fine alla guerra franco-spagnola, ed è diventato presto noto come pace delle Due Dame, poiché a rappresentare la Spagna vi fu un’altra donna, Margherita d’Austria o d’Asburgo, zia di Carlo V. Elisabetta d’Inghilterra ha già ricevuto quanto le spetta e non vi è certo alcun bisogno di ricordare la sua eccelsa arte del temporeggiamento e della neutralità, ma dovrebbe essere ricordata anche come una delle intelligenze più colte del tempo, un personaggio che tradizionalmente sarebbe stato definito virile, e come esperta tessitrice di pubbliche relazioni.

Si potrebbero menzionare innumerevoli altre donne di spicco della politica del XVI secolo, ma basterà citarne una sola, quella Caterina del cui matrimonio s’è detto in precedenza. La sua reputazione ha sofferto del fatto che ella ha servito interessi che oggi non condividiamo; infatti come regina e poi regina madre di Francia seguì una politica che permise di conservare i privilegi reali e l’integrità del regno. Caterina affrontò fazioni efferate, inclusi i protestanti ugonotti, e lei sola viene ritenuta responsabile del massacro della notte di san Bartolomeo, anche se in realtà non è affatto chiaro se la responsabilità sia stata effettivamente sua; pochi inoltre sanno dell’esistenza della “micheliade”, ossia del massacro dei cattolici da parte degli ugonotti durante la festa di san Michele. (Da leggere Cathérine de Medicis di Balzac, opera solo in parte romanzata.)

I diversi italiani che trovarono posto alla corte di Caterina erano mal visti in quanto stranieri, tuttavia la loro influenza, sotto l’egida della sovrana, introdusse nella vita francese diverse raffinatezze provenienti dalla madrepatria. (Una traccia peculiare della loro presenza è ancora visibile nella lingua francese. Apparentemente per imitazione della parlata degli italiani a corte, divenne di moda pronunciare le r come fossero s, di conseguenza il francese chaire, “sedia”, da cui deriva anche l’inglese chair, è divenuto oggi chaise.)