L’aura oggi è paura

Nel 2014, a conclusione di un commento al concetto di “aura” di Walter Benjamin, scrivevo: “Come categoria incantatoria, l’aura diventa prima culto della bellezza, poi feticismo delle merci, poi spettacolare specchio di Narciso per le masse, poi magia ipertestuale del web, dove il singolo si sperde e le comuntà si sfaldano nei meandri della comunicazione coatta e sorvegliata. Anche qui abbiamo iniziative di gruppi che cercano di farne un uso democratico, e il conflitto è in corso. (Fotografia, mitografia e demitizzazione, Arcipelago Edizioni, Milano, 2014, p.167.) Fino ad allora l’aura era vista come strumento fascinatorio, e con essa si poteva fare del bene e del male, come era stato fatto per esempio dal fascismo e dal nazismo. Ora sperimentiamo un’aura negativa, che opera quasi esclusivamente come terrore, e non siamo sicuri su come affrontarla, anche se ognuno cerca di darne la colpa ai suoi avversari politici.

Anche prima? O anche prima?

Anche prima? O anche prima?
La realtà presente, e da molto tempo, è concepita come la dimensione in cui tutti esistono per comunicare. Ciò assottiglia la dimensione del vissuto, che continua ad esserci, ma non è capita, e forse neanche percepita, sebbene la realtà della realtà consista proprio nell’esserci. Tutti ci siamo, ma non sappiamo che cos’è esserci. O meglio la dimensione dell’esserci si è trasformata in qualcosa che non sappiamo, perché il modo di esserci come prima sembra sfuggirci. Quando arriva la pandemia finiamo per trovarci in una dimensione concreta che c’è, finalmente, per due motivi: perché non ci piace e perché diventa percepibile anche la nostra ignoranza. E anche proprio perché coesistono la percezione e il pericolo, che appunto non ci piace.

L’esperienza in corso

L’esperienza in corso.
La natura dell’esperienza dell’epidemia è multiforme e relativamente nuova. In effetti potrebbe essere considerata un fenomeno fra i molti o moltissimi di cui è fatta l’esperienza di vita. Cosa la distingue e la identifica nell’insieme di tutti i particolari del vissuto? In primo luogo la rapidità del manifestarsi e dispiegarsi delle sue caratteristiche. Oltre, naturalmente, all’effetto dannoso del suo essere nei nostri confronti. Le malattie però ci sono da sempre, e, anche senza essere malati, sappiamo che l’esperienza di vita comporta piaceri e sofferenze, e ha come destinazione la fine della vita stessa. Quindi la rapidità, che diventa brevità del compiersi delle esperienze, ci pone di fronte alla sintesi anormale di ciò che normalmente è appunto vissuto in maniera non così sintetica e quindi meno dolorosa. Il male che ora ci affligge appare meno negativo e anormale in primo luogo quando è meno forte, ma anche quando è più sparso nel tempo.

Economia. Qualcuno sa che cos’è?

Ho studiato anche economia, ma sono un economista mancato. E presto ho cominciato a pensare che anche gli economisti credenti capiscano poco di quella materia. Credo che le borse mondiali non sappiano davvero perché i titoli salgano e scendano e in quali occasioni. Infatti non lo prevedono mai. Aspettiamo e vedrete.

(E’ morto Piero Schlesinger, mio professore quando studiavo economia alla Cattolica.)

 

L’infezione attuale e il romanzo La peste di Albert Camus

La situazione che stiamo vivendo, come possibili infetti, mi ricorda uno dei miei romanzi preferiti, La peste, di Albert Camus, premio Nobel del 1957. Morto nel 1960 in un incidente automobilistico. Il romanzo parla della peste che invade la città di Orano, e tutte le situazioni che ne derivano. La città viene isolata, e i personaggi sono i malati, i medici che li curano e tutti gli abitanti che non possono uscire per l’isolamento. Ognuno vive e si impegna per quel che può in ciò che gli resta da fare e da vivere. Molti muoiono, altri sopavvivono finché l’infezione passa e si ritorna alla normalità, ma l’esperienza è così variegata, drammatica e promotrice di autocoscienza, che rileggerla (io la rileggo ogni tre o quattro anni) è sempre un’esperienza di grande effetto.

Fruizione e regressione

La natura interpretativa della fruizione dell’arte, ancora prima della cosiddetta morte dell’autore, implica appunto la collaborazione del fruitore, sia che l’interpretazione coincida con l’eventuale interpretazione dell’autore o meno.

La natura dell’arte consiste anche nella polisemia e quindi, per così dire, nella poli-fruizione. Inoltre la fruizione della costituzione sensibile dell’opera ne fa un’esperienza peculiare, la cui condivisione è per lo meno problematica, o semplicemente ipotetica.

Peraltro la non comprensione dell’arte si manifesta normalmente con il rigetto attuato con la non-fruizione, o con una fruizione non estetica.

Per esempio: se guardo le scatole o i barattoli di Wahrol, vedo scatole e barattoli, e non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello di vedere dell’arte. Chi li vede come arte penserà che io stia perdendo una specifica esperienza estetica, e mi compiangerà, come io compiango lui perché penso che la sua esperienza sia invece regressiva e illogica (stupida?).