Avanguardia e postmoderno, dal tempo allo spazio

Leonardo Terzo, Calchi, 2001

Nel concetto di avanguardia confluisce l’assunzione, da parte dell’estetica, di due modelli cronologici: lo storicismo, che è di carattere umanistico, e riferisce le opere letterarie alle circostanze storiche; e il mito del progresso, ad imitazione del progresso scientifico, fin dal ‘600 esemplificato nelle arti dalla proverbiale posizione dei nani sulle spalle dei giganti.

La fine delle avanguardie e l’immanenza involutiva del postmoderno ha reso meno rilevanti le trasformazioni degli oggetti prodotti dall’arte, e sposta il senso del divenire dalla collocazione nel tempo alla collocazione nello spazio. Questo è più evidente nelle arti visive. E infatti in letteratura questo spostamento è riconoscibile nell’ipertesto, che trasporta il testo in un nuovo spazio e su altri mezzi. Questi mezzi, nella loro essenza tecnologica, ora attraggono su di sé quell’attenzione esplicativa che prima era dedicata alle condizioni sociali ed economiche, per cui il contesto tecnologico ha sostituito nell’attenzione dei critici il contesto sociale e storico, promuovendo anche la già citata estetica del mezzo.

Nelle arti visive lo spostamento avviene in modo più evidente non solo nello spazio dell’opera, bensì negli spazi sociali e istituzionali in senso regolativo, ovvero come sintomo della ricerca di una diversa funzione dell’istituzione artistica stessa nella sua modalità cognitiva. Ciò che l’arte esprime e porta all’autocoscienza e alla conoscenza non solo si distingue dai contenuti e dai valori delle epoche precedenti, ma cerca anche un diverso e diffuso dislocamento istituzionale stesso. L’arte invade così altri e nuovi spazi materiali e concettuali, per estendere ovunque il dominio estetico. Ma per ciò stesso il dominio estetico vene desublimizzato della sua specificità, con due effetti: viene ampliato quantitativamente, e nello stesso tempo viene ridotto e spostato dall’ambito specifico della sua autonomia alla genericità delle pratiche tecniche e culturali.

Si esce dalla cornice del quadro e si amplia l’attività artistica sotto forma di installazione o performance; poi si esce dall’installazione stessa e si assorbe come parte dell’agire estetico il luogo espositivo: museo o città o luogo naturale, che diventano essi stessi parte materializzata dell’evenemenzialità dell’evento. Il quale evento, a sua volta, passa dall’essere espositivo all’essere semplicemente “positivo”. È cioè “accaduto”. Questo accadere è semplicemente cronachistico, e non si sa se aspira di nuovo a collocarsi nella storia, ma forse aspira ad essere nuovamente mitico e rituale nel senso di “riattualizzato” dalla ritualizzazione, cioè ripetitivo, consuetudinario ed etnografico.

Sembra che sia in atto una sorta di percorso regressivo, forse con l’intento di recuperare la consapevolezza di tutte le rimozioni che l’evoluzione verso la civiltà ha comportato. Ad ogni modo l’interesse all’espressione del valore, una volta proprio dell’estetica, diviene ora interesse alla condizione cronotopica e tecnico-produttiva, così peculiarmente illustrato dalla pop-art per esempio, ovvero esemplificazione di una sorta di episteme pratico, in cui spiccano i valori emergenti dai rapporti “ecosistematici” tra vitalità e civiltà. Di qui l’interesse per la precarietà, la residualità e la “riciclicità” della materia, come pure per la sua solubilità informatica all’interno dell’involucro comunicativo.

Leonardo Terzo

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