Basquiat e Haring, di Leonardo Terzo

 

 

 

Emporio Porpora, Vuoto, 2011

Ho visto a distanza di giorni due volte il film di Schnabel su Basquiat, il documentario di Tamra Davis anch’esso su Basquiat e quello di Cristina Claussen su Keith Haring. Sia la finzione sia i documentari sono molto belli e, stando alle testimonianze degli amici e conoscenti dei due artisti, sono fedeli alla realtà biografica.

Jean-Michel Basquiat (1960-1988) e Keith Haring (1958-1990) hanno due storie parallele, con molti punti di contatto di natura biografica, poi ovviamente risolti in modo formalisticamente diverso nella loro arte. Si sentono emarginati come negro Basquiat e come omosessuale, sebbene accettato, Haring. Muoiono entrambi giovani Basquiat di overdose e Haring di aids. Ma dal punto di vista del significato o addirittura dell’ideologia delle loro diverse poetiche, entrambi si caratterizzano per alcuni tratti.

In primo luogo uno stile infantile.

Uno stile infantile è la cosa più rilevante del loro contributo alla storia della pittura del Novecento. Come nei disegni dei bambini, essi non hanno una tecnica realistica, ma nemmeno informale: ciò che si vede è senza prospettiva o tridimensionalità, ma ha significati determinati. Come ad un certo punto dice Haring stesso, i suoi disegni sono allo stesso tempo immagini e segni, cioè più che rappresentare come le immagini, significano come le parole.

Entrambi non escono mai veramente dal primitivismo, anche se potremmo dire che ci provano. Dipingono in un loro modo visionario, dove i contenuti sono fondamentali, come appunto per i bambini, che disegnano la loro esperienza esistenziale, contingente o profonda, le loro visioni o le favole. La loro vita è il contenuto dei loro disegni. Hanno sempre un messaggio preciso da comunicare e aiutano la comunicazione anche con parole inserite nel quadro.

Ciò che affascina chi guarda le loro opere è appunto l’essere spinto ad entrare in un mondo di esperienze reali, molto emotive e perciò molto trasfigurate. L’artista più vicino alla loro poetica (non al loro stile), anche se meno primitivo e più magico, a mio parere, è Chagall.

Disegnare e dipingere non è qualcosa di separabile dalla loro esistenza, ma un’abitudine compulsiva. Questo forse vale per ogni artista, letterato o musicista, ma in loro questa “mania” è forse più evidente quando si scontra con il mercato, nel momento in cui diventano famosi.

Iniziano entrambi come autori di graffiti di strada, e in un certo senso rimangono tali: sebbene il loro  itinerario vada dalla strada alla cornice, poi alla galleria e al museo. Haring però con un ritorno all’esterno monumentale e in ambito mondiale: Australia, Cina, Europa, sembra che tutti i paesi e i continenti vogliano un murale dipinto da lui.

Il successo però è drammatico per Basquiat e invece felice per Haring. Il successo nel mercato dell’arte li proietta in un mondo più facile e più inautentico, rispetto al quale entrambi imparano a gestirlo da Warhol.

Warhol ha un distacco lucido dal mondo in cui vive: sa che la mercificazione è inevitabile e ne fa l’unico argomento delle sue opere. Come Duchamp a suo tempo, sembra irridere tutti per aprire loro gli occhi, ma, come Duchamp, anch’egli è fagocitato dal successo, rispetto al quale elabora un’accettazione cinica, che i due artisti più giovani non possono condividere.

Lo scontro di sentimenti rispetto all’arte si vede quando Basquiat dipinge sopra i quadri di Warhol, come se cercasse di cancellare un’arte cinica e farne di nuovo un’arte sincera. Per Haring l’episodio rivelatore è quello in cui egli dipinge un intero pavimento con le sue tipiche figure e alla fine si trova in un angolo prigioniero della sua stessa pittura. Da quell’angolo infatti non può uscire senza calpestarla.

Infatti, a differenza di Warhol. che conserva il criterio modernista di una pittura che di solito copre solo una porzione dello spazio entro la cornice, giocando spesso sullo sfondo non dipinto, Basquiat e Haring, quale che sia la dimensione dello sfondo, piccola o immensa, coprono tutto lo spazio a disposizione.

Potrebbe essere un recupero del “principio della pienezza” dell’arte pre-moderna, ma probabilmente, o oltre a questo, è un’altra cosa. Forse è il suggerimento che l’opera deve continuare oltre la tela, oltre la cornice, oltre la muraglia, perché la poetica infantile, primitiva, e “naturale” è fatta di un’energia e una vitalità non controllabili e non contenibili.

Basquiat fa di Warhol un secondo padre, deluso dal padre vero. Haring invece è amato e favorito dalla famiglia, che lo accetta come omosessuale e ne ha tutto l’aiuto possibile. Perciò quando Warhol muore, Basquiat si sente perduto. A lui il successo interessa poco o nulla. Avverte il divario fra il mondo artistico in cui è noto e onorato, e il resto, il mondo vero dove, come persona, rimane solo un negro, oppure il negro che stranamente è diventato famoso come artista. Tenta di ritornare ai graffiti di strada, ma è troppo tardi.

Haring invece, se vogliamo, è ucciso dalla sua felicità. Il successo lo spinge a lavorare e girovagare per il mondo, da Berlino a Melbourne, a Rio de Janeiro. Quando sa di essere malato e incurabile affretta la sua vita, forse per sfruttare il suo tempo fino in fondo senza fermarsi. La sua pittura ha infatti i tratti della grande invenzione coi minimi mezzi, il massimo di racconto con il massimo di stilizzazione delle figure.

Basquiat invece si rinchiude, non ha più voglia di dipingere e quindi di vivere.

Del resto entrambi hanno dipinto anche troppo. Le loro opere sono innumerevoli nonostante il parere dei galleristi che li consigliavano di limitare la produzione per tenere alti i prezzi. Ma loro non dipingevano per i galleristi, dipingevano per tutti.

Tamra Davis, Jean-Michel Basquiat: The Radiant Child, 2011
Cristina Claussen, The Universe of Keith Haring, 2008
Julian Schnabel, Basquiat, 1996