Modernità, Postmodernità e Zeitgeist 1-8

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Leonardo Terzo, Mmmmmmm!, 2014

 

Alcuni caratteri evidenti che costituiscono il senso del presente, ovvero della contemporaneità, sono i seguenti.

  1. Colonizzazione e migrazione

La divisione tra una umanità ad alta civilizzazione, con estensione strumentale, ora detta tecnologica, fino alla protesi post-umana, che regola ed estende la vita; e una mera umanità, dotata di strumentalità minima, che limita la vita ad un livello naturale.

L’evoluzione del rapporto tra i due tipi di umanità: dopo una fase di invasione geografica dell’umanità sviluppata nei luoghi dell’umanità più primitiva, ridotta sotto dominio, vede ora una fase contraria, con invasione dell’umanità non sviluppata nei luoghi di quella più avanzata, con effetti variabili: accoglienza e integrazione o rifiuto.

bambino siriano

Too Late

  1. Contemporaneità e tempo

Il concetto di contemporaneità si fonda sul rapporto tra due o più elementi, appunto contemporanei fra loro. Essendo un rapporto di carattere temporale, l’elemento “tempo” implica una durata stabilita più o meno arbitrariamente e significativamente. Storicamente per esempio la contemporaneità si può far iniziare dal 1789 ad oggi, oppure da altre date: dal ‘900, oppure dal 1945, oppure dal 1987, o dal 2001.

La contemporaneità è intrinsecamente mobile dal punto di vista temporale, e cerca un elemento di stabilità, mediante il contenuto storico che si attribuisce. Il processo del contenuto storico è poi comunque molteplice e variabile, sia per durata che per importanza e carattere.

La fisionomia della contemporaneità attuale è appunto il forte sviluppo tecnologico, che implica la globalizzazione, e i flussi migratori. Ciò pone in secondo piano l’elemento locale, sia di portata limitata che di portata continentale, che invece è l’effettiva esperienza umana della situazione.

Un mare da favolaLeonardo Terzo, Too Late Too, 2016

  1. Post-moderno e/o post-contemporaneo

Il concetto di post-moderno, spettacolarizzato come post-contemporaneo, è un artificio linguistico, appunto perché ancora “vuoto” di senso preciso, e per caratterizzarsi deve affidarsi ad un contenuto storico da definire, mettendo in implicita secondarietà la temporalità.

Ma per esempio il ’68 è un periodo limitato, sebbene ben situato e ben caratterizzato, sia per il tempo che per il contenuto: è un dato interno alla contemporaneità o post-contemporaneità, che ne evidenzia la dimensione e i limiti, anche se possono essere discutibili. L’utilità della segmentazione e individuazione resta tuttavia evidente.

O forse nel momento in cui si evidenziano dei limiti si perde il carattere di “post”, che era utilizzato appunto come segnalibro per mancanza di tratti individuanti. Ciò non cambia però il nome di post-contemporaneo, bensì il suo significato.

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Leonardo Terzo, Where We Are, 2017

  1. Rivoluzioni: politiche, sociali, culturali.

I mutamenti che costituiscono la Storia vengono facilmente collegati ad eventi di contrapposizione e distacco traumatico, ma spesso etichettano fenomeni in formazione da periodi di tempo prolungati di cui sembrano i catalizzatori. Rivoluzione è infatti un termine proveniente da un contesto astronomico, e talvolta è solo riferito alla presa di coscienza di fenomeni già in atto.

L’età contemporanea riguarda per esempio l’industrializzazione, l’identificazione politica di borghesia e proletariato, il colonialismo territoriale delle grandi compagnie nazionali che diverranno poi sovranazionali, il passaggio da gerarchie sociali fondate sull’onore a quelle fondate sul danaro.

Persino gli stati si costruiscono identità che appaiono solo etniche e quindi “naturali”, ma come dimostrano molti eventi in corso, dalla Brexit alla Catalogna, possono poi rivelarsi sistemi di relazioni utilitaristiche e contingenti, in situazioni evolutive per ritmi di vita ed efficienza pratica.

Quando un sistema che si riteneva stabile inizia ad evolversi, con novità, rapidità, caos, ciò può essere visto come appetito di futuro, oppure come disgregazione e presa di coscienza di precarietà e smarrimento, come descritto nella presunta società liquida di Bauman.

Marx infatti descrive questo come un evaporare della concretezza, e ogni commentatore può vivere la cosa come vivacità o mortificazione. Il progresso esiste come la decadenza: ognuno vede quel che può, ma pure oggettivamente talvolta è guerra e morte. Solo che c’è sempre un poi, e chi sopravvive vive: il consumismo o il sottosviluppo, il welfare o la distruzione dell’ambiente, il calo demografico o l’immigrazione, oscillazione di natalità e mortalità. Ed ecco la smaterializzazione dell’economia e di tutto, si passa dall’acciaio al silicio, dalla realtà all’informazione, autentica o inquinata e fake. L’ultimo rantolo del male si è coagulato in Trump, e ora, è ovvio, aspettiamo di ricominciare.

Pal 5Leonardo Terzo, Il futuro che avanza, 2016

  1. Ontologia e decostruzionismo

L’orrore del decostruzionismo sta nell’attribuire al Soggetto, ma in realtà ad ogni individuazione, ente, concetto, che trovasse una distinzione individuante appunto, un’implicita ed inevitabile vocazione, o natura, oppressiva di tutto il resto, a sua volta coagulato nel concetto di Altro. Ciò impedisce di formulare alcunché di non negativo e non oppressivo. Uno e Altro sono per natura inaccettabili come coesistenti, senza reciproca oppressione.

Ciò attiene ovviamente alla fenomenologia dell’umano, la cui definizione è considerata intrinsecamente oppressiva. La soggettività sarebbe ontologicamente oppressiva; cioè non può esistere senza dominio mistificante ed escludente. Ogni asserzione perciò sarebbe oppressione. Il concetto di bene per esempio sarebbe ontologicamente discriminante di ciò che conseguentemente è il non bene, cioè il male. Qualsiasi definizione di qualsiasi entità sarebbe discriminazione. L’insieme di questa oppressione sarebbe il logocentrismo, che lega l’oppressione al suo principale strumento, che sarebbe il linguaggio e la significazione. Libertà, ragione, valore sarebbero ingannevoli strumenti concettuali dell’oppressione.

L’insostenibilità di questa concezione viene poi sostituita da Derrida con la pretesa che la soggettività contenga intrinsecamente un’alterità.

nousnesommespaslesderniersZoran Music, We Are Not the Last, 1970

  1. La postmodernità e l’etica

La radice etica dei valori illuministici: il soggetto, l’umanesimo, l’io e la sua valenza universale, è messa in dubbio dal postmodernismo. L’universalità dei valori diventa il suo contrario: l’imposizione dei propri interessi e desideri contro gli interessi e la natura degli altri. Diventa ipocrisia e delegittimazione, tramite le false opposizioni di bene e male, io e altro, reale e irreale.

La messa in dubbio postmoderna del soggetto è la messa indubbio di ogni autorità, stabilità e legittimità, che fluiscono nel famigerato “logocentrismo”.

Tuttavia l’alternativa non è un’alternativa paritaria, ma un’alternativa coesistente: ogni pensiero deve essere anche la sua critica e la sua messa in dubbio. Sembra una dialettica non dialettizzata, non portata a termine, perché evita accuratamente ogni sintesi. Il soggetto viene visto ora come pervaso di alterità, che diventa addirittura “non umanità”, e questa diventa l’ultima versione della differenza.

L’inaspettata reintroduzione di una dimensione valoriale come quella costituita dall’etica fu la conseguenza da cui il decostruzionismo fu contaminato, e “decostruito” a sua volta, dall’incidente costituito dal ritrovamento degli articoli collaborazionisti di de Man col nazismo.

L’alterità dell’altro è essenziale per l’etica come la presenza dell’altro è essenziale nel tempo per la contemporaneità.

Il linguaggio diventa la base localizzata e dimostrativa della trasparenza per Habermas, e di un’imposizione senza fondamento per Lyotard e i postmodernisti, obbligo che tuttavia pone comandamenti, sebbene posti sul nulla. Questo obbligo costituisce l’etica.

L’etica diventa la motivazione dell’esistenza e della protezione dell’altro. Ma a parer mio è un’etica anche quella totalmente egoista, che protegge solo il sé. L’etica tradizionalmente intesa considera invece l’assorbimento nel sé inumano e incapace di “generalizzare”. In effetti la condivisione degli interessi con l’altro può non essere mai abbastanza, perché l’altro cooptato può a sua volta essere, e di fatto è, un semplice ampliamento di comodo del sé: “gli italiani prima dei non italiani”.

In linea di principio peraltro ciò che conta non è quanto è integrabile dell’altro, ma il principio che non si deve escludere l’altro. Il fatto che il decostruzionismo accusi il logocentrismo di farlo, dimostra appunto che l’accoglienza di fatto non è, e non può essere, del tutto inclusiva.

La legge è per sua natura fondata sulla discriminazione dei comportamenti: i buoni e i cattivi, punire o perdonare? L’etica insomma è fondata su scelte di principio, non condivise necessariamente da tutti.

zpink s 5Leonardo Terzo, Arte e/o realtà(?), 2012

  1. Arte e/o realtà(?)

L’arte per sua natura non è la realtà, ma finzione, dalle origini rituali al realismo, all’attuale ricerca nella direzione speculativa del non dicibile. Questa diversità, infatti, può indirizzarsi ovunque: verso le varie concezioni di bellezza (e di bruttezza), verso quel misto di orrore e meraviglioso che è il sublime, verso l’etica e la politica per incidere pragmaticamente sulla realtà stessa.

Infatti la sua diversità diventa inevitabilmente lo strumento per prendere una posizione verso ciò che non è. Il suo non essere reale realizza il compito di dire qualcosa sulla realtà, anche quando vanta di voler rimanere solo se stessa. La diversità ontologica diventa così funzione alternativa, espressa in termini e natura di sensibilità, prima che in altri modi.

Questo naturalmente in concomitanza con tutti gli altri processi storici delle identità culturali vigenti. Inoltre lo stesso indirizzo nei confronti della realtà si manifesta nelle diverse epoche e situazioni stilistiche con strumenti formali diversi. Per esempio un atteggiamento critico si esprime diversamente nel realismo (da Goya o da Telemaco Signorini) da come si esprime nel futurismo, nell’espressionismo, e poi nell’informale o nelle performance (di Beuys per esempio).

Ma dire “atteggiamento critico” è ovviamente generico, sebbene non errato, perché le categorie culturali sono stratificazioni di fenomenologie complesse e diversificate, tra originalità e riconducibilità a contingenze e identità stilistiche.

Ma per il postmodernismo la natura del dilemma evolutivo privilegia la teoria e non la produzione, artistica o sociale o economica che sia. Le interpretazioni teoriche, non di una qualsiasi particolare produzione artistica o altro, ma dei “tempi” stessi (Zeitgeist), erano motivo di contesa nel ventennio tra gli anni ‘70 e ‘80. Si cambiava la Storia o si faceva la Storia a mezzo di interpretazioni del presente in corso, più in odio al modernismo (Freud, Picasso, Brecht, Joyce), a sua volta inteso come concentrato di interessi e di prassi realizzata (divenuto quindi per mutazione inspiegabile conservatore), che non in lode del presente-futuro in corso.

Il postmodernismo vantava l’evoluzione (urgente e immediata) prima ancora di sapere verso che cosa: un’utopia senza contenuti. L’arte in cui, non l’avvento del postmodernismo, ma la fine delle utopie moderniste si verificava effettivamente, era un’arte applicata, l’architettura, dove gli effetti di una standardizzazione utopico-funzionale tipica del modernismo, erano concreti ed effettivamente abbattibili e rifacibili in stili non solo abitabili, ma comunicativi e comunicabili. La concretezza edificata dell’architettura è un dato verificabile la cui interpretazione è meno soggetta a ciò che oggi si chiamerebbe “nuova narrazione” o   fake-news.

Ma, architettura a parte, il modernismo era o voleva essere elitario: non può essere capito dalla classe operaia, e non vuole essere capito dalla borghesia, alla quale è indirizzata la sua “opposizione” formale. Senonché con la borghesia si può essere complici, come Dalì, oppure dissacranti come Magritte, oppure buoni per tutte le stagioni come Picasso, resta il fatto che il mercato, strumento del potere onnivoro, assorbe e inghiotte appetitosamente qualsiasi boccone, persino ciò che Duchamp concepisce come veleno.

Il modernismo viene perciò tranquillamente assimilato, e dove non è digerito da tutti, produce la falsa avanguardia del kitsch, capace a sua volta di essere velocemente emancipato, compresi i residuali tentativi discriminatori del trash. Il mercato accoglie tutto e stabilisce il nuovo modello di mondo come discarica.

IMG_3107Leonardo Terzo, After Cartier-Bresson, 2016

 

  1. Postmodernismo come residuo modernista.

Abbiamo visto che l’architettura è l’ambito dove per primo si manifestò il rifiuto del modernismo, che in realtà era un tipo di modernismo razionalista e funzionalista, e quindi in un certo senso illuminista e non ironico e antiborghese.  Anzi senza saperlo, oppure sapendolo, il modello imitato era l’efficienza fordista della fabbrica.

Nel postmodernismo architettonico perciò si manifesta la ricerca di un senso doppiamente e contraddittoriamente non pianificato. Le nuove finalità sono inattese ed insieme legate alle necessità che le arti applicate hanno in relazione alle applicazioni stesse, e come tali esterne alle invenzioni formali strettamente e puramente tali, che le arti non applicate possono coltivare invece senza vincoli.

Il postmodernismo architettonico è perciò combattuto tra le finalità delle applicazioni inevitabili e la voglia di liberarsi delle finalità rigorose e “povere” del “razionalismo” modernista. Finisce così per manifestare un indirizzo che poi diventerà generale: il recupero di tutti gli stili del passato, fatti passare come citazioni. Si copia tutto: vedi Las Vegas, prova dell’americanizzazione imposta dal potere globalizzante. Quando John Cage viene in Italia, nel 1958, va a presentare la sua poetica a Lascia o raddoppia di Mike Bongiorno. Ciò che per Duchamp era un’arte che irrideva all’esaurimento dell’arte, diventa il nuovo verbo ideologico del postmoderno.

Il razionalismo e il realismo non toccavano invece la pittura, la letteratura e la musica moderniste, perciò il distacco postmoderno da esse è più difficile e divaga in direzioni non strettamente formali, ma performative: più che le forme cambiano le situazioni, le localizzazioni, le dispersioni; prevalgono tempi e spazi, tra installazioni, performance, body art, land art e serialità. Pubblicità e pornografia chiudono poi il cerchio, o forse ne aprono un altro.

Il modernismo era serio, e i suoi atteggiamenti irrisori e dissacranti erano altrettanto tali. Le rivolte generazionali degli anni ’60 e ’70 furono lo sbocco sociale concreto delle insofferenze e della critica culturale originata, a livello alto, nel modernismo.

Il postmodernismo sembra invece prendere atto che i mutamenti culturali non toccano l’economia e il nucleo del potere, e si limitano a mascherarla in stile pop, in senso dispersivamente illusorio. Seppure in grave ritardo, a sinistra Benjamin è finalmente visto come il giusto profeta di una politica culturalizzata, e a destra Heidegger diventa il ricettacolo residuale del sogno svanito col Terzo Reich, e adottato dall’elitarismo amaramente sopravvissuto e degenerato in filosofie chiuse in se stesse.

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Leonardo Terzo, Zeitgeist, 2013