Arte, pura e/o applicata.

 

Leonardo Terzo, Sinai, acquarello da una fotografia in bianco e nero di Cartier Bresson, Anni ’60

La differenza tra arti pure e arti applicate è un argomento di attualità perché non tutti sono disposti a considerare arti quelle applicate. Ciò a causa dell’apprezzamento quasi mistico che l’arte ha attratto (approssimativamente) dal Rinascimento in poi, e che, per comodità, potremmo sintetizzare nel concetto di “aura” teorizzato da Benjamin. Benjamin lo concepisce riferito alla singola opera, ed il fascino “auratico” consiste nell’idea che quell’oggetto è stato realizzato concretamente dall’artista in quella specifica contingenza storica e creativa.

Per comodità di speculazione teoretica, io lo estendo ora all’arte in genere, considerando aura ogni fascino che le opere d’arte esercitano su noi fruitori. Ma attualmente la maggior parte della critica subisce, per esempio, il fascino di un’opera di Warhol, ma non di un videogioco, per lo meno in termini di estetica. Appunto perché il videogioco è un’arte applicata, mentre un oggetto proposto da Warhol vorrebbe essere esteticamente puro, sebbene pop. Io personalmente non do nessun valore agli oggetti di Wahrol, ma ora non è questo il problema.

Il problema nasce perché normalmente non si percepisce un fascino propriamente estetico delle arti applicate, come appunto per esempio i videogiochi. Si capisce invece che le arti applicate possono avere lo stesso fascino auratico, se pensiamo ad un’arte applicata come l’architettura.

Per chiarire queste difficoltà interpretative e apprezzative non voglio, come faccio di solito, soffermarmi sull’estetica delle arti applicate, architettura o videogiochi che siano, ma, al contrario, vorrei suggerire che anche le arti considerate pure hanno invece una funzione in vari modi “applicata”.  Magari il problema è che, dal Rinascimento in poi, non siamo abituati a considerare le varie applicazioni pratiche e utilitarie di tutte le opere d’arte.

Per esempio tutta la ritrattistica ha appunto la funzione di fissare la fisionomia delle persone. E in questo genere l’applicazione funzionale è abbastanza chiara, ed è stata poi di fatto usurpata dalla fotografia. Potremmo dire che tutta l’arte figurativa ha una funzione informativa, esplicativa, come per esempio l’arte sacra, e ovviamente spesso anche celebrativa. La pittura nelle chiese, per esempio, era infatti considerata “la Bibbia dei poveri”, che non sapevano leggere.

Tutto cambia invece quando l’arte abbandona l’intento figurativo e diventa autoriflessiva, cioè astratta, informale, performativa e concettuale, più volta a riflettere, appunto, sui suoi mezzi, sulle sue possibilità, alla ricerca di nuove funzioni, spesso ancora non chiaramente concepite, che possiamo immaginare come funzione esplorativa, sensoriale e intellettiva, della condizione umana.

Comunque è opportuno considerare che anche l’arte pura è in realtà applicata, seppure forse a scopi nobili ed elevati. In ogni caso dobbiamo sempre chiederci, anche di fronte alla Gioconda, qual è il suo scopo. Perché la comprensione dello scopo è il vero mezzo per capire l’arte.