Evenemenzialità

Leonardo Terzo, Evento d’inverno, Milano, 26 febbraio 2018

L’evenemenzialità è quel carattere per cui ad un fatto accaduto o che accade si attribuisce un particolare interesse o valore spettacolare per cui infatti lo si denomina evento. Nell’arte contemporanea, e per riflesso a tutti gli aspetti della cultura anche pratica, vi è la tendenza a riferirsi a due dimensioni ontologiche: il tempo e lo spazio.

L’arte contemporanea si disperde nello spazio, vale a dire ha visto il suo rapporto con lo spazio variare in diversi modi. Dal Medioevo le opere d’arte, non ancora considerate sotto il profilo specificamente “estetico”, ma con varie funzioni, erano collocate nelle chiese, nei monumenti, nella dimore aristocratiche.

Poi almeno dal 700 in poi, con l’invenzione della filosofia estetica, sono state collocate anche e soprattutto nei musei, nelle gallerie, e la loro apparizione nelle mostre diventa un fatto speciale, con una durata limitata nel tempo. Abbiamo così qualcosa che comincia ad essere un evento.

La dispersione dell’arte nello spazio è un fatto prevalentemente contemporaneo, cioè l’arte esce dai luoghi e dai limiti tradizionali. Esce per esempio dalle cornici e non si distingue necessariamente la finzione e rappresentazione dentro la cornice dalla continuità nello spazio oltre la cornice. Esce anche dai luoghi deputati, e abbiamo la land art, la body art, la street art.

Per converso i luoghi di esposizione diventano essi stessi parte della realtà estetica, come i grandi musei: per esempio la Tate a Londra, il Met a New York,  che danno alle opere ospitate delle sistemazioni creative e spettacolari che ne accrescono appunto la spettacolarità e l’evenemenzialità.

Ma l’evenemenzialità è un effetto principalmente del tempo. Uscendo dalle cornici e dai musei, la collocazione nel tempo, già sottolineata dalle singole esposizioni, contamina la durata delle opere stesse. Si hanno così le installazioni, che durano di solito la durata delle esposizioni, e poi, eccetto rari casi, vengono disinstallate, magari per essere rifatte altrove.

Oppure si accentua il carattere “gestuale” di certi stili di composizione, fino a diventare “performance”. Le performance consistono in un’azione di cui non resta nulla dopo l’esecuzione, se non l’eventuale registrazione fotografica o filmica, che però non è l’opera, ma solo una testimonianza, perché l’opera vera è l’azione.

In questi generi di opere è evidente la natura di evento, che può essere spettacolarmente nulla, come nelle scatole di cartone di Warhol, ma di solito invece ha una spettacolarità accentuata per attirare l’attenzione e conservare un alone memorabile di ciò che è avvenuto, cioè all’evento.

Ma l’evenemenzialità, così come aveva contaminato l’opera d’arte in quanto fatto particolare e spettacolare, ancor più si sparge ovunque quando, attraverso l’arte di massa, la pop art e le arti applicate, produce la mercificazione dell’estetica e l’esteticizzazione della merce, diventando un requisito inevitabile della vita contemporanea.