Leonardo Terzo, Arte, suono e significato

Leonardo Terzo, Goccia di sole, 2018

Un aspetto fondamentale, ancora controverso ed enigmatico, della lingua è il rapporto tra il suono e il significato, che la semiotica indica come rapporto tra significante (suono o scrittura) e significato.

Nel discorso referenziale, cioè nella comunicazione ordinaria, che è in prosa, questo rapporto infatti è arbitrario, cioè non c’è nessun nesso intrinseco tra la parola e il suo significato. Il significato le è attribuito del tutto arbitrariamente, senza necessità fonica o di altro tipo, con un’apparente eccezione nelle onomatopee. Le onomatopee sarebbero quelle parole che in teoria cercano di imitare il suono della cosa significata.

Ma anche questo non è realmente così, perché il suono è un’imitazione che si avvicina, ma non è quello reale che si vorrebbe imitare. Sono onomatopee per esempio: gracchiare, strisciare, bisbiglio, rimbombo, miao miao, bau bau.

Nei discorsi referenziali, che sono in prosa, questo è dato per scontato e anzi si cerca di evitare la possibilità di questi accoppiamenti perché vengono considerati inopportuni e di cattivo gusto come “cacofonie” ridicole.

Questo è chiaro nel linguaggio ordinario, invece tutto diventa problematico nella poesia. Anche nella poesia il rapporto tra il significato della singola parola e il suono è arbitrario, ma nella poesia c’è il verso, che è tale proprio perché ha uno scopo ritmico e musicale.

Allora si può ipotizzare che il rapporto tra significato e suono resti arbitrario, ma che il suono dia un suo contributo specificamente ritmico e musicale al piacere che la poesia come fatto estetico fornisce al lettore o ascoltatore. In questo caso la poesia non sarebbe solo letteratura, ma una via di mezzo tra letteratura e musica, anche se il rapporto tra il significato e la musica resterebbe arbitrario.

Ma si può fare un’ipotesi più avanzata sulla possibile integrazione. Se ci sono due esperienze fruitive, quella del significato e quella del suono ritmico, si ripropone la questione dell’arbitrarietà tra l’accostamento del piacere intellettuale del significato e del piacere sensibile del ritmo musicale. Ci chiediamo: non è possibile infatti che il significato possa essere potenziato o corredato di un suono e un ritmo non del tutto arbitrario, ma che cerchi di concorrere con un effetto sensibile (musicale) all’effetto intellettuale?

Allora abbiamo tre possibilità:

  1. Il significato resta intellettuale (semantico), mentre il suono resta irrilevante.
  2. Il significato è intellettuale e il suono è fruibile con piacere, ma sarebbe ancora arbitrario rispetto al significato.
  3. Il significato intellettuale e quello musicale sarebbero integrati ed entrambi significativi.

E’ quest’ultima ipotesi la più interessante, anche se molti ancora non la trovano convincente. La questione si può indicare come problema del senso del suono, ma ciò vale anche per la sola musica.

La musica come arte ha un significato? In effetti quando i critici commentano la musica come arte, usano parole che riferiscono dei significati che essi deducono dall’audizione. Se ciò avviene per la musica in quanto tale, si può egualmente riferire al suono dei versi e delle parole organizzati per ottenere un ritmo vocale.

Che differenza passa tra “Sempre caro mi fu quest’ermo colle” e “Quest’ermo colle mi fu sempre caro”? Secondo me il primo esempio, che è il verso della poesia (mentre il secondo è ridotto a prosa), oltre ad enunciare il significato letterale, evidenzia una sospensione del discorso che produce l’attesa dei versi successivi. La sospensione e l’attesa sono un senso ulteriore o meglio un trasporto sensitivo che le forme metriche (fisse o libere) comunicano come “ambiente” del senso letterale, che viene così “allargato” come “atmosfera” della comunicazione letterale.

In realtà però questo senso “retorico” che si aggiunge al significato letterale, è presente sempre anche nella comunicazione non poetica. Anche la prosa ha infatti uno stile, e questo stile è una “forma” percepibile insieme e in aggiunta al significato letterale in tutti i casi. Dunque il significato letterale è comunque percepito anche in una dimensione estetica, che è l’estetica della prosa.

Leonardo Terzo, Beverly Hill Carnival, 2010

Nel romanzo di Albert Camus La peste, un personaggio sta scrivendo un racconto e, dall’inizio alla fine degli eventi, in varie occasioni egli legge agli altri personaggi la frase d’inizio, che è sempre leggermente diversa, e solo alla fine si ritiene soddisfatto del risultato. E infatti la versione finale è semanticamente, stilisticamente e musicalmente “perfetta” o, per lo meno, più bella di tutte le precedenti versioni, anche se apparentemente dice la stessa cosa.

In fondo è semplicemente la diversità dell’arte rispetto alla scienza e alla filosofia, semioticamente definita “funzione autoriflessiva” rispetto alle altre funzioni del linguaggio. Nella poesia, l’auto-riflessività riflette appunto il suggerimento a percepire una pienezza di rapporti fra tutte le componenti del testo poetico, che nel testo non poetico svolgono “preminentemente” (anche se non del tutto, abbiamo visto) una sola funzione comunicativa del senso letterale.