Arte e comunicazione 3

Leonardo Terzo, Arte di strada, 2018

L’originalità e la personalizzazione delle varie avanguardie è meno singolare nel teatro, che dà luogo ad una produzione collettiva. Benjamin ad esempio scriverà un saggio intitolato “L’autore come produttore”. E non per caso quella teatrale del futurismo russo viene indicata più spesso come produzione invece che creazione, intesa per un fruitore che è un pubblico proletario.

Ma poi finisce per diventare anche altro, ed essere confondibile con l’arte applicata, anche perché, come intendeva per esempio Majakowskij, non doveva essere più per gli specialisti, e doveva uscire dai luoghi deputati come i musei e le gallerie. Per altri, come Chagall, che dipingeva i muri e i tram, era quasi un’anticipazione dell’attuale street art, di Banksy & C.  Ma finiva anche per andare oltre il pubblico del presente, per quanto proletario, e anticipare invece fruitori di una prossima società.

Studiando in generale le motivazioni delle avanguardie storiche, ovvero del modernismo, si può comprendere che esso sia effetto di molteplici fattori. Fattori soggettivi: in primo luogo del giovanilismo generazionale e del bisogno di modernità come ansia di avventura. Poi dell’oggettiva contingenza storica, che implica il disagio che i mutamenti tecnici dell’industrialismo producono nel lavoro, nella vita quotidiana e nella stessa percezione del mondo.

Il giovanilismo, come è ovvio, si avvale del proprio vitalismo come energia, e contrappone alle trasformazioni materiali una protesta culturale che è a sua volta una trasformazione in diverse direzioni, alcune anche senza meta definita o definibile. Si tratta comunque di rivoluzione, ma verso obiettivi non chiari dal punto di vista pratico, se non appunto deformazione, espressione emotiva, erotismo, esotismo, vitalismo e nichilismo diffuso.

Si intraprende il nuovo come avventura in un mondo da costruire, ovvero da ricostruire dopo averlo demolito, che segue anche percorsi regressivi, come il ritorno alla natura, il primitivismo, l’inconscio, l’ingenuità e la presunta innocenza infantile. Poi però le motivazioni molteplici e disordinate si devono tradurre in forme sensibili, come è proprio delle arti, i cui risultati di fatto prescindono da un rapporto logicamente connesso alle motivazioni sociali e psicologiche che hanno mosso gli artisti. Questa connessione è scoperta o inventata e razionalizzata a posteriori dalla critica e dagli storici dell’arte. E qui si capisce che razionalizzare è spesso tradire, senza scampo.

Infatti l’avanguardia degli artisti crea per il futuro, e ben presto si accorge che non può essere capita dalla classe proletaria. Agli artisti non resta che individuarsi come classe autonoma, perché, se è vero che i loro programmi sono contro la borghesia, restano incomprensibili anche al proletariato. La fine di Majakowskij non è ascrivibile allo stalinismo sovietico, ma all’isolamento rispetto ad ogni classe di quel presente storico.

Il dadaismo è stato il più restio a farsi fagocitare dal mercato, e peraltro per dadaismo si intendono artisti diversi. Il massimo è Duchamp, che è stato il più restio a farsi sedurre dal successo del suo nichilismo critico, e infatti ad un certo punto, di fronte al successo, ha smesso di fare arte. Anche perché la sua era presa in giro dell’arte, e non impotenza e negatività, come i critici tifosi del mercato gli imputavano e gli imputano.