Arte e comunicazione 10

Leonardo Terzo, Ready Made, 2018

Riepilogando: l’arte è comunicazione e quindi messaggio, il che è ovvio, ma l’ovvietà diventa spesso invisibilità. L’arte ha un interlocutore, la cui condivisione è la scoperta della comunicazione stessa. La direzione dell’astrazione mira ad indicare questa condizione dell’arte. La tradizione dà per scontato e sottinteso questo modo e natura di essere (techne), indulgendo perciò tranquillamente alla rappresentazione del mondo, che è infatti un passo oltre, che fa dimenticare la natura della comunicazione, per dire e mostrare ciò che è comunicato.

Inizia la confusione e il fraintendimento su ciò che è l’arte: comunicazione o mondo comunicato? Cioè poi il tradizionale “forma e contenuto”. Ci può essere comunicazione senza mimesi? Se c’è comunicazione ci deve essere anche qualcosa che è comunicato: quale delle due cose ci interessa? O ci interessa di più? Ma anche l’astrazione è mimesi: della possibilità di accrescere la realtà.

Il rinvio semantico o simbolico dell’arte al rappresentato o presentato è il paradigma di una ricerca umana che è stata prima religione, ricerca dell’origine e dell’originalità creativa, e poi ricerca scientifica del mondo. L’arte è ricerca della comunicazione e paradigma della ricerca di tutto, e quindi di sé nel non sé. La rappresentazione è comunicazione della ricerca del noto. L’astrazione è la ricerca dell’ignoto.

La divinità e la religione sono la dimensione di ricerca e comunicazione del possibile conoscitivo quando ancora non lo si conosce: è il simulacro del comunicabile. Il significato (Dio e poi mondo) è percepibile solo tramite il significante (arte). L’arbitrarietà del rapporto tra i due è il sintomo e l’apertura della creatività assoluta. La bellezza è reazione fisica, gusto, cioè assimilazione fisiologica. L’irriducibilità della forma al contenuto è il motivo, l’incentivo e la necessità della creatività.

La creatività significa liberazione dalla necessità e produzione del non ancora esistente. Il termine “senso” unisce e significa sensazione fisica e significato intellettuale, misteriosamente e creativamente uniti. Ciò che conta non è cosa si raggiunge e crea, ma che sia l’effetto della possibilità che si possa raggiungere, creare, formulare. L’arte vuole essere la dimostrazione di tale possibilità.

C’è anche però un altro itinerario e una direzione nell’evolversi del concetto di arte dalla tradizione all’astrazione, all’installazione, all’evento, alla performance e allo happening, ed è la precarietà, l’instabilità, la non durata materiale, bensì solo concettuale appunto.

Una direzione che evidenzia il tentativo di (o condanna a) sfuggire alla dimensione materiale: la tela della Gioconda che diventa immagine trasferibile e perciò condivisibile. O meglio che diviene condivisibile perché trasferibile nell’evanescente dell’ovunque. L’arte non si appartiene più, ma si diffonde al divenire: tempo e spazio si confondono o trasfondono.

Perciò la folla si accalca al Louvre. Perché  intuisce che quell’evento, la materialità della Gioconda come emblema di tutta l’arte, non è più ripetibile: ogni altra opera, cioè contemporanea, non è più un’opera, ma un’esperienza senza oggetto individuato, un’esperienza del non ancora esistente, o meglio del non più “esistibile”.

Non ci sarà più kairos, solo chronos. La Gioconda è emblematica di tutto ciò anche perché era stata trafugata e poi ritrovata, cioè ha simboleggiato la perdita propria dell’evanescenza modernista e recuperato la cosalità e la durata rinascimentale e tradizionale.

Solo il ready made di Duchamp ha la stessa aura, recuperata dal nulla, come una Gioconda ritrovata. Il nulla del ready made consiste nel non aver mai voluto essere arte.

Leonardo Terzo, Gioconda 2.0, 2018.