Arte e comunicazione 12

Leonardo Terzo, La Gioconda 2.0, 2018

Un fattore propriamente estetico dell’opera d’arte contemporanea sarebbe l’evenemenzialità, che vuol dire due cose: che ricorre nel presente quasi istantaneo, e che, proprio per la sua temporaneità istantanea precaria, richiede come fattore importante e determinante l’esserci qui ed ora, o qui e allora, e quindi anche una modalità che la conservi, come l’immagine fotografica e simili.

L’altro fattore è la perspicuità, o una qualche perspicuità raggiunta e imposta liberamente. Il giusto, perspicuo, si fa nel caso e/o per caso, ed è la massima creatività, perché tutto è giusto, in quanto giustificato dall’azione dell’artista-autore, che si appropria del mondo come il neonato che cresce. L’arte infatti è anche appropriazione del mondo sottoposto alla manipolazione vivente dell’artista.

Come utopia e montaggio essa domina il mondo, ripercorrendolo. L’opera è performance, che quando è tradizione è evento, rito, e celebrazione, in cui ci accomodiamo, ma che quando è avanguardia è destrutturazione e distruzione del mondo precedente. Tale destrutturazione, volente o nolente, segue un itinerario performativo che in fondo è da sempre nel teatro.

Questa intesa o impensata commistione riapre la tensione verso l’opera totale che periodicamente si affaccia come fantasma di tutte le ricreazioni. Queste infatti sono scelte parziali di tecniche o procedimenti che aspirano a confluire appunto nella totalità essenziale ed esistenziale. L’opera d’arte quale oggetto costruito o eseguito, atto ritualizzato, recitato, “performato”, insomma fatto, detto, rappresentato e presentato non è che un’appendice dell’umano in termini di umana comunicazione, creativa o no.

Il pubblico di fronte all’opera d’arte deve riconoscere il reperto dell’autore o della condizione civile che lo ha messo in grado di produrla, e che noi dobbiamo decidere cosa farne. Ma arrivati di fronte ad essa tutto è possibile. Talvolta fotografarla, come la Gioconda, è tutto ciò che resta.