Arte e comunicazione 8

Egon Schiele, Woman with Blue Stockings.

 

La civetta di Minerva canta sempre al tramonto. La civetta di Venere canta a tutte le ore. La civetta di Apollo non canta più.

Aveva ragione Hegel: l’arte ormai è la morte dell’arte. O meglio l’avanguardia è la continua morte dell’arte. Ma che contiene insieme la sua resurrezione.

L’avanguardia è spirito del tempo e industria culturale, nuova comprensibilità e pubblico fruitivo, moda e senso praticabile: questo è quello che di fatto c’è, ma non conta, e non si vuole vedere. Alienazione e sradicamento diventano non rinnovamento, ma negazione di ciò che non si sa o non si vuole determinare: la negazione di ciò che già non c’è.

Ciò è illogico, e non può essere così, ma il fatto è che occorre non nominare precisamente che ci sia quel qualcosa da negare. Perciò si nega di percepirlo. E’ questa negazione che è falsa: per negare, alienare e simili, bisogna porre qualcosa, che forse o certo non conta già più, ma che faccia da trampolino da cui tuffarsi nella negazione. Infatti la dissoluzione della forma non sfugge alla forma da dissolvere, che certo non si deve o non si vuole far valere, ma, ironia della realtà, c’è.

L’avanguardia è tutto un negarsi e sottrarsi, ma ciò che si nega, pure perciò, esiste, sebbene e appunto, nella contingenza, per essere negato. Foucault parla di differimento, Derrida di differanza. I critici della modernità la identificano in ciò che già non è, per la sua diversità dall’arte precedente. Perciò, seppure in via negativa, devono rifarsi al noto, perché ciò che ora vorrebbe essere non sanno cos’è. Negare qualcosa implica che si sappia cosa si nega, che quindi si implica, ed è presente, ma non si vede per il rifiuto, intervenuto nel frattempo, di valorizzarlo, o anche solo di tenerne conto. E questa è davvero l’essenza della negazione.

L’arte, quando è intesa nel presente, è tale non per rappresentare e dare una misura esemplare di comunicazione specifica, ma per dimostrare una misura di potenzialità rappresentativa e comunicativa intrinseca alla vita, che enuncia la dicibilità del dire, come l’esserci dell’essere. E allora si arriva al punto: l’arte non è qualcosa che è, ma qualcosa che si comunica, si vuole comunicare, ed è predisposto per essere comunicato.

Il presunto indicibile è sempre e subito detto, e abolendo i requisiti tutto è automaticamente arte. Di fatto quindi il trampolino della negazione contiene un’aspirazione alla condivisione, sebbene del nuovo inespresso, che la condivisione socializzerà e banalizzerà, per essere poi di nuovo negato e poi ancora condiviso all’infinito.