Arte e comunicazione 9

Leonardo Terzo, Scorci, 2017

Il problema attuale del significato e della natura dell’arte è quello di come coordinare, collegare e interpretare il mutamento, diventato eclatante ormai da due secoli, non solo fra tradizione e avanguardia, ma come uso di questo mutamento ontologico stesso.

Quando ci si chiede: “questa è arte?”, ci si pone due problemi. Quello del rapporto con la tradizione, e quello della direzione e del significato del mutamento. E naturalmente i punti di vista da cui esaminare questo problema sono appunto quello degli artisti e quello del pubblico. Tra i due si pone il compito della critica, che diventa a sua volta triplice, cioè allineandosi a scelta coi primi due, ed eventualmente studiare una terza posizione, da caratterizzare per un eventuale effettivo ulteriore interesse.

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E qui si intravvede un possibile conflitto di interessi: la critica con chi sta? In effetti dovrebbe stare con se stessa, perché essa sorge e risorge proprio per la non immediata comprensione tra arte e pubblico. Il suo compito non è più semplicemente descrittivo e interpretativo dei “contenuti” come nella tradizione, ma diventa “inventivo”, e finanche creativo: non può limitarsi a raccontare ciò che si vede, ma deve giustificare come arte ciò che si vede. In questo modo giustifica, anche o prima di tutto, la propria esistenza e la propria funzione. Il conflitto di interessi sta nel possibile prestarsi a propagandare qualcosa in cui non si crede, per sopravvivere.

A favore dell’arte e degli autori essa inventa ed esplica a sua volta la loro funzione; a favore del pubblico deve convincerlo che ciò che percepisce, anche più o meno incredulamente, come arte, è un’apertura alla nuova realtà presente. Senonché, mentre l’artista della tradizione illustrava e raccontava la sua cultura e il suo presente, il presunto artista del nuovo presente stupisce e sorprende: il suo compito non è più diffondere il senso e il significato della realtà notabile, ma suggerire che l’aggiornamento non è dell’arte, o solo dell’arte, ma del mondo. E il mondo è anche costituzionalmente ciò che prima era soltanto arte.

Naturalmente anche il pubblico può mettersi nella posizione giustificativa della critica, e la critica parte anch’essa dalla posizione indagatrice del pubblico. Questa dualità di vissuto ha nella critica la dimensione unificatrice della personalità plurale della moltitudine dei fruitori, e ha la sua versione storica che unifica i tempi, invece o oltre che le personalità, nell’istituzione museale.

Il museo sarebbe un luogo artefatto, astratto e irreale, dove la natura degli oggetti che sono stati arte, vuole conservare il loro stato originale, proprio perché sappiamo che quello stato o situazione non c’è più, e possiamo solo rivivere in modo non autentico, ma reinterpretato, il senso del passato e del presente in una coesistenza di senso e rimpianto. Nel museo la tradizione diventa adeguamento al presente, cioè fascinazione del mistero del passato, di cui apprezziamo appunto il mistero e insieme l’attualizzazione, propriamente nostra, di ciò che non può essere più. A bene vedere è una presentificazione storica del senso dell’avanguardia. L’avanguardia rifà lo spaesamento che la storia e il passato operano sui reperti della tradizione. Allora l’avanguardia è semplicemente la mano creatrice del tempo, non ancora diventato storia, ma destinato quasi subito ad esserlo.

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