Leonardo Terzo, Fotografia, natura e cultura.

Leonardo Terzo, Pozzanghere, 2018

 

Dalla fotografia all’arte, come dalla natura all’arte.

Come apprendo dall’ottimo testo di Elio Franzini e Maddalena Mazzocut-Mis (Estetica. I nomi, i concetti, le correnti. Bruno Mondadori, 1996), nell’operare dell’arte ad un certo punto, nel Rinascimento, si è concepito che non si trattava più di passare dalla natura alla copia della natura; che l’arte non era solo copia, ma un operare che rivendicava dei riferimenti ai valori umani, in quel momento consistenti nei valori della civiltà di corte.

La disposizione umana nei confronti della natura diventava così una sorta di completamento e perfezionamento di essa. Si passa dalla rappresentazione della bellezza, come identità e valore naturale, all’eleganza come valore umano, e precisamente dell’umanità di corte.

A fare da idea intermediaria fra bellezza ed eleganza fu il concetto di “leggiadria”, con un valore diverso dal senso attuale, che oggi è tendenzialmente superficiale e quindi negativo. Per Leon Battista Alberti il termine usato per questa nuova concezione era venustas, mentre per Baldassare Castiglione questa eleganza diventa un atteggiamento artefatto e intenzionale con il termine “sprezzatura”, che sottolinea la consapevolezza dell’apporto umano e di classe.

Questo procedimento storico del passaggio da natura a cultura si può applicare all’evoluzione del modo di intendere la fotografia, da procedimento tecnico, in cui il fotografo è un semplice operatore che copia applicando ciò che è richiesto dalla macchina per documentare la natura (paesaggistica e umana), a creatore del “modo” di vedere, che diviene invenzione, scelta di poetica e visione del mondo