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di
Lia Guerra Ultimo romanzo scritto durante la malattia che doveva portarla alla
morte, A Few Green Leaves uscì postumo nel 1980 (1),
richiudendo, simbolicamente, il cerchio territoriale degli interessi narrativi della Pym su
quell'ambientazione provinciale che aveva caratterizzato gli esordi di Some Tame Gazelle (1950) e Jane and
Prudence (1953).
C'è un village, le cui trasformazioni rappresentano l'interesse specialistico
dell'antropologa Emma Howick, attraverso la cui coscienza percettiva si snoda gran parte del narrato (anche
se, tecnicamente, la narrazione è condotta in terza persona, e la focalizzazione si muove su vari
personaggi), e c'è uno spazio esterno ad esso, il wood, una sorta di luogo "altro" che gli abitanti del
paese vivono con gradi diversi di coinvolgimento. Della centralità di esso è chiaro indizio l'attacco del
primo capitolo, che riunisce proprio nei woods che circondano l'antica residenza della gentry locale tutte
le dramatis personae che affolleranno le pagine del testo. Quello che potrebbe sembrare un semplice
espediente narrativo, un modo cioè di mettere il lettore in condizione di conoscere da subito tutti i
compagni del viaggio della lettura, introduce anche, da subito, una connotazione del luogo del naturale ben
familiare al lettore di cultura anglosassone, cresciuto nel mito del green man per eccellenza, Robin Hood:
quella cioè del mistero, della libertà e dell'indomabilità, in contrasto con i valori claustrofobici e
conformisti della vita della piccola comunità. Vedremo in seguito quale funzione attanziale giocherà il
"fuori" in questo testo: fin d'ora occorre però rilevare che la posizione preminente in apertura di testo
autorizza l'ipotesi che siano ragioni di economia narrativa ad aver indotto la Pym a presentarci i suoi
personaggi mentre attraversano questo spazio. A conferma del fatto che il setting iniziale non è opzione solo
strumentale all'introduzione dei vari characters, va rilevato infatti che di tali ricognizioni sugli attori
coinvolti nella vita della fiction il testo offre più di un esempio: così il capitolo 3 ripresenta il giovane
dottore, Martin Shrubsole, e introduce l'anziano doctor Gellibrandt, che era stato solo nominato al capitolo
1, nel contesto lavorativo, mentre il capitolo successivo ripropone personaggi, già visti nello spazio del
"fuori", nei loro ambiti domestici: la canonica con il reverendo Tom Gagnall, la sorella Daphne e la
domestica, descritti da un narratore onnisciente; la casa di Adam Prince, l'assaggiatore di cibi, e
l'interno dei cottage rispettivamente dei Barracloughs e di Emma, spiati dall'esterno dallo stesso Tom,
costretto dai lavori domestici delle donne di casa ad un'insolita uscita mattutina. Al capitolo 6 toccherà
poi ad Emma ricapitolare i personaggi della comunità, cominciando ad abbozzarne delle schede utilizzabili per
improbabili "Observations on the Social Patterns of a West Oxfordshire Village"(p.39), o per un ancor più
vago studio su "The Role of Women in a West Oxfordshire Community"(p.40), o ancora "A Note on the
Significance of the Abandoned Motor-Car in a West Oxfordshire Village"(p.110). Le note occupano l'intero
capitolo, sono di fatto parte del novel, e vengono pertanto a costituire appunti per il romanzo stesso.
L'ironia si gioca qui su due fronti: da un lato sul fatto che Emma, nonostante il nome che porta (2), è indifferente alla letteratura, e disprezza l'interesse
di sua madre per la tradizione del romanzo inglese; d'altro lato, e soprattutto, sul fatto che il punto di
osservazione di Emma, l'antropologa, è simile a quello del rettore, il cui hobby è un'altrettanto
improbabile ricostruzione di un passato remoto, a più riprese identificato nel testo come ricerca dei resti
di un D.M.V.(Deserted Medieval Village) e che si diletta di studi storici sul diciassettesimo secolo. Così
anche lei utilizzerà la finestra per "studiare" "people going about their business in the village"(p.39). Emma Howick, "some kind of scientist"(p.12), che il rettore della parrocchia, Tom Dagnall,
identifica come "a sensible person in her thirties, dark-haired, thin, and possibly capable of talking
intelligently about local history"(p.7), ma che il narratore, con meno generosità, descrive come "the type
that the women's magazines used to make a feature of 'improving'"(p.7), da pochi giorni risiede nel paese,
dove si è trasferita, nella casetta di proprietà della madre, "to write up the results of a piece of research
on something or other"(p.12), sempre secondo il punto di vista di Tom. Man mano che nel testo si definisce
meglio il tipo di "research" che Emma intende portare a termine, con l'informazione relativa alla sua
professione di antropologa, riceve una forte carica ironica il primo tratto narrativo che la riguarda: "she
had been planning to observe the inhabitants in the time-honoured manner from behind the shadow of her
curtains"(p.7). Dunque la studiosa interessata a cogliere e registrare i mutamenti della vita in "a West
Oxfordshire Village", come viene ripetutamente sottolineato, arriva con note già scritte prima del suo arrivo
sul luogo di osservazione, e teorizza l'antico sistema dello spiare dietro le tendine come metodo
d'indagine in più punti del testo, pur se con lievi variazioni: "Peering through the half-open doors of the
surgery, she was tempted to join in what seemed like an enjoyable occasion from which she was being excluded.
But remembering her role as an anthropologist and observer - the necessity of being on the outside looking in
- she crept away, meditating on what she had observed"(pp.23-24). Emma dunque è qui la voce di
Barbara Pym, l'antropologa interessata a scoprire il rapporto tra l'individuo e la società in cui vive.
Anche in questo romanzo che, proprio perché l'ultimo della scrittrice, tende a caricarsi di un senso più
definitivo, quasi una sorta di epigrafe ai piccoli mondi delle altre opere, il quotidiano assurge a topos, il
banale a mito, gli insignificanti characters a antieroi che cozzano contro il modello che la società
contemporanea ha istituito come valore. Qui l'antropologa (Pym/Emma) pare ottemperare al mandato di
Catherine, uno dei personaggi di Less Than Angels che criticava l'attenzione riservata a culture remote a
scapito di un interesse più vivo e utile all' hic et nunc. Ma anche il passato può creare disturbo: ecco
allora che interviene l'ironia a esorcizzarlo, sia che si tratti degli studi storici di Tom (quasi un joke
fra i membri della comunità parrocchiale), o dei consigli un po' antiquati del vecchio doctor G. alle sue
pazienti ("'go and buy yourself a new hat, my dear'",p.20 "'a change is as good as a rest'",p.22), o del
ritornello di Miss Lee sul buon tempo antico di Miss Vereker, o persino del love affair di Emma con Graham
(l'unico della sua vita, a quanto ci è dato di sapere). Tutto assume senso solo per quello che è:
l'anacronistica e un po' noiosa ricapitolazione di un mondo che è scomparso e che deve lasciare il passo
alla registrazione del flusso del tempo. La figura dell'antropologo, si sa, è ricorrente nei romanzi
della Pym , spesso accostata, o contrapposta, a quella dell'uomo di chiesa: A Few Green Leaves non è
eccezione, anche se il finale prospetta una possibilità di fusione dei due tipi, nell'ipotesi, ovviamente
lasciata inesplorata, di un "love affair" fra Emma e Tom, che, si dice attraverso litote, "need not
necessarily be an unhappy one"(p.220). Un'ipotesi, del resto, non assurda, visto il ruolo assolutamente
irrilevante che l'uomo di chiesa è chiamato a rivestire nella società moderna descritta dalla scrittrice: al
rettore Tom Dagnall, infatti, avviluppato nella ricerca storica di un passato che non ha più nulla da dire ai
vivi, e preoccupato del decoro delle pietre tombali del camposanto, la Pym sembra affidare soltanto la cura e
l'attenzione per un mondo di morti. Sintomatico l'episodio del ritrovamento di Miss Vereker, nei boschi, in
stato confusionale, di cui Tom viene informato per telefono dal vecchio dottor G.: "'I thought you
ought to know,' the voice said 'that Miss Vereker has been found wandering in the woods' Wandering
in the woods... how beautiful that sounded, with its Anglo-Saxon alliteration. But who was 'Miss Vereker'
and why should her wanderings concern him, be something that he 'ought' to know about? 'Miss Lilian
Vereker,' Dr G. repeated, 'found wandering in the woods.' 'Yes, so you said.' Tom was racking his
brains. 'Should one be...?' 'I thought you ought to be informed, as rector - though of course it was
before your time. Miss Vereker was the governess at the manor, you remember...' 'Ah yes!' [...] 'Martin Shrubsole is coping - he and Avice will know the best thing to do' 'Anything I can do?'
Tom felt bound to ask. He wondered if Miss Vereker had expressed a wish to see the rector, demanded the
services of a priest. 'Well, it seems rather more in our line than yours,' Dr G. said [...]"
(pp.198-199; corsivi nel testo) Il tema, del resto, era già stato toccato in modo molto diretto in
apertura del capitolo 3: "Monday was always a busy day at the surgery, a rather stark new building
next to the village hall. 'They' - the patients - had not on the whole been to church the previous day, but
they atoned for this by a devout attendance at the place where they expected not so much to worship, though
this did come into it for a few, as to receive advice and consolation. You might talk to the rector, some
would admit doubtfully, but he couldn't give you a prescription. There was nothing in churchgoing to equal
that triumphant moment when you came out of the surgery clutching the ritual scrap of paper." (p.18; corsivo
nel testo) Non stupisce, quindi, che il capitolo 29 si apra con queste parole: "With Miss
Lickerish's death, Tom felt that he came into his own. If he had been conscious of inadequacy in the matter
of Miss Vereker, it was now obvious that there were some situations that only the clergy could manage
properly. The doctors had done their part and it was now over to Tom. He reflected that had Miss Vereker been
found dead, instead of merely resting on a stone, the doctors would have left him to it, with Miss Vereker
beyond the need even of psychiatric help" (p.203). Anche perché Miss Lickerish, l'anziana
"eccentrica" della parrocchia, che Emma, nelle sue note, definisce "difficult to classify"(p.42), e a
proposito della quale il giovane dottore Martin Shrubsole trova che "there was something about her that did
not fit in with the neat rows of meek old people in the hospital where he had developed his interest in
geriatrics"(p.19), ha già rinunciato da tempo a qualsiasi coinvolgimento nel mondo dei vivi, dedicandosi solo
alla cura amorevole dei porcospini che frequentano la sua casa. La vera alternativa all'uomo di chiesa
nel mondo moderno sembra dunque essere la figura del medico, taumaturgo dell'anima (il testo dice che
"Martin Shrubsole officiated" in una stanza più modesta di quella del vecchio collega, p.21), che i
personaggi del romanzo interpellano in funzione della sua capacità di offrire ascolto, oltre che rimedio. Ne
è perfettamente consapevole lo stesso Tom, alla fine del capitolo 13, nel corso del dialogo che si svolge nel
mausoleo della famiglia della gentry del luogo e che ancora una volta lo vede contrapposto al dottor G.:
" '[...] funny that we should meet here,' said the doctor [...],'but after all, you and I are rather in
the same line of business, aren't we?' 'Yes, I suppose we are,' said Tom, but whereas the doctor's
surgery was full, the rector's study was empty - never any queue there. So there was a difference."(p.99,
corsivo nel testo). Lo stesso Tom che, peraltro, non si sente in grado neppure di essere rassicurante
su un luogo comune come quello espresso dall'anziana Miss Lee, una delle tante parrocchiane di buon senso
che parlano dalle pagine del romanzo, a proposito del trasferimento di Daphne a Birmingham, invece che nel
paradiso dell'Egeo sempre vagheggiato: "'Well, we can't expect to get everything we want' said
Miss Lee vigorously. 'We know that life isn't like that.' They all looked instinctively towards Tom,
as if expecting his confirmation of Miss Lee's pronouncement, but he said nothing. Why should the clergy
always be expected to have some pious bromide at the ready? he thought. It was an outmoded
concept."(p.143) o che considera la prospettiva di una visita pomeridiana ai degenti dell'ospedale
"not his favourite occupation or one in which he felt he did much good to anyone"(p.145). Del mutato
sistema assiologico all'interno dell'organizzazione sociale è invece orgogliosamente consapevole Avice, la
moglie del giovane dottore, che, a un'osservazione di tipo storico-antropologico di Emma ("'I suppose the
clergy and the doctors have taken the place of the gentry'",p.107) pensa fra sé che, comunque, "the doctors
should have been placed first"(ivi), e che sogna di trasferirsi con la famiglia, aumentata di un'unità per
l'arrivo dell'anziana madre, nella vasta canonica occupata ormai dal solo Tom. Un vero spreco, considerato
lo spazio esiguo in cui il nucleo familiare del dottore è costretto a vivere. Ma l'esempio più
eclatante di questa sovrapposizione di ruoli è certamente presentato da Daphne, che sceglie come unico
interlocutore il giovane medico Martin, rinunciando persino alla consulenza dell'anziano dottor G., che
pure, si diceva, "looked more like a clergyman than the rector did"(p.22). Uscendo trionfante
dall'ambulatorio, "clutching her bit of paper, a prescription for something, at least" (p.21) Daphne sente
di aver avuto conforto: "He had listened, he had been sympathetic and she felt decidedly better"(p.21). Lei,
la sorella dell'uomo di chiesa, a Tom che, a casa, più per senso del dovere che per vero interesse, le
chiede qualche particolare della visita medica, prontamente risponderà: "'Oh, I can't possibly tell you
that. Consultation between doctor and patient is a confidential matter. Like the confessional.'"(p.26). I personaggi di A Few Green Leaves sono troppi, secondo alcuni critici (3). Sono senz'altro una folla, e pertanto non tutti ben caratterizzati dal
narratore, alcuni anzi appena abbozzati. Ma ciò sembra confermare la natura metanarrativa di questo romanzo
che, come si diceva già a proposito della prassi documentaristica dell'eroina Emma, riflette sul problema
della scrittura romanzesca proprio attraverso l'analisi dei vari tentativi dell'antropologa di trovare
qualcuno o qualcosa di significativo di cui scrivere. Emma annota osservazioni da "ricerca sul campo", ma
queste di fatto non sono altro che note per quel romanzo (che non potrà mai essere finito) che ella continua
a introdurre surretiziamente nella trama della scrittura (e che ha, per inciso, fra i personaggi di spicco,
proprio alcuni antropologi), e su cui si chiude il testo ("She could write a novel [...]",p.220):
"Here, in this almost idyllic setting of softly undulating landscape, mysterious woods and ancient stone
buildings, she would be able to detach herself from the harsh realities of her field notes and perhaps even
find inspiration for a new and different study"(p.14) "It might have been better if I'd been a
novelist, Emma thought, busily washing up the lunch"(p.39) "Emma [...] found herself wishing that she
had a man with her [...]. Some nebulous, comfortable - even handsome - figure suggested itself, which made
her realize that even the most cynical and sophisticated woman is not, at times, altogether out of sympathy
with the ideas of the romantic novelist."(p.211) Del resto, solo un paio d'anni prima di morire, la
Pym aveva accennato alla possibilità di equiparare "the practice of the novelist" a quella dell'antropologo
(4): se è vero, come rileva M.Butler (5), che ciò implica, nei confronti della scrittura, un approccio distaccato
ai dettagli del reale e agli eventi narrati, più pertinente alla catalogazione dell'antropologia funzionale
che alla tradizione narrativa della Austen, d'altra parte, in A Few Green Leaves, è proprio il fatto di aver
scelto come punto di vista privilegiato quello di un'antropologa (la cui vita è già segnata a tal punto da
quel distacco da aver perso ogni capacità di coinvolgimento, dato che tutti i dettagli sembrano avere la
stessa importanza e lo stesso significato), che può spiegare l'uso di un linguaggio preciso e distanziante,
e rendere credibile quella sorta di straniamento che caratterizza l'approccio di Emma alla realtà della
piccola comunità. Peraltro, l'opzione aperta sulla scrittura di fiction, già rilevata sopra, è,
come sempre nei romanzi della Pym, segnalata dall'intertestualità, dalle continue citazioni di o da altri
autori, che dovrebbero consentire di nobilitare esistenze altrimenti inadatte all'arte, o alla cronaca, e
compendiare in un nome, o qualche verso, un senso della vita che altrimenti sarebbe difficile reperire.
L'elenco delle citazioni è, come sempre, lungo (Gray, Wordsworth, Shelley, S.Daniel, J.Austen,...): vorrei
qui solo rilevare come, con atto di suprema ironia, la Pym usi come titolo di questo romanzo un sintagma
interno al proprio testo, e prodotto da un personaggio in qualche modo "autorizzato", cioè dotato di dignità
di creatore: quella Miss Grundy che nelle sue note Emma aveva identificato come colei che "had once written a
romantic historical novel, but it was never spoken of"(p.41). Il contesto in cui l'espressione compare è,
peraltro, dei più banali: la solita, effimera, situazione narrativa legata alle decorazioni floreali della
chiesa: "'Roses in November, that's really something!'" aveva commentato Tom, tanto per fare un po'
di conversazione con quella donna con cui si sentiva sempre leggermente a disagio. "'Oh, there are still
roses out in our garden,'she said in her flutey voice, 'and I think these will do another week, with a few
more leaves. A few green leaves can make such a difference.'"(p.180) Le varie Miss Grundy, Miss Lee,
Avice, per non parlare dei personaggi maschili ridotti per lo più a stereotipi quando non addirittura a
caricature, vivono senza alcuno scopo apparente vite di scarso o nullo impegno emotivo, e soprattutto dense
solo di una serie di dettagli di lieve significato. Qui, come in altri romanzi della Pym, i personaggi
sembrano reduci da esperienze devastanti di un passato insospettabile - sembrano ancora sotto shock, a
giudicare dal loro comportamento che tende appunto a tenerli al riparo da emozioni forti e non consente loro
di lasciarsi coinvolgere. Come gente che già troppo ha visto, e troppo ha sofferto per voler rischiare
ancora. Ma tutto questo può essere accaduto solo in un "prima" anteriore al romanzo, perché nei testi resta
solo la delusione e il senso di inutilità di ogni sforzo che non miri alla pura e semplice sopravvivenza
giornaliera. In A Few Green Leaves, a differenza che in opere precedenti, non è tanto il
personaggio più connotato come intellettuale a mostrare insofferenza per i ristretti limiti della
quotidianità: il viaggio in Pakistan dei Barracloughs pare averli riempiti solo di "various 'projects'" di
lavoro, e le esperienze africane di Graham sembrano concretizzarsi solo in mucchi di schede e note da
trasformare in "lavoro". Ironicamente, l'unico personaggio cui è affidata un'ansia di cambiamento e di
evasione è Daphne, la zitella di mezza età che sogna la Grecia, dove trascorre ogni estate le sue vacanze in
compagnia dell'amica Miss Blenkinsop, e che la Pym tratteggia con più amore, o forse solo con meno distacco.
Daphne, che porta il nome greco della ninfa, amata da Apollo, che guidava i riti segreti femminili che
celebravano la Gran Madre Terra, anela ad altri colori, altri suoni, forse ad un ritorno alla natura, che
finirà però per concretizzarsi in un parco fuori casa, alla periferia di Birmingham, in compagnia di un cane.
Potrebbe uscire dalle pagine dei Dubliners di James Joyce, questa Daphne, una Eveline degli anni Settanta che
sogna i paesaggi dell'Egeo come quella sognava una nuova vita a Buenos Aires, che fantastica davanti al
"coloured print of a Scottie dog, looking up appealingly at its invisible master" (p.46) come la ragazza
irlandese si perdeva in sogni ad occhi aperti davanti alla foto ingiallita di un prete a lei sconosciuto e
agli oggetti impolverati della stanza. La Daphne che, in un momento epifanico, scopre di desiderare più di
ogni altra cosa di possedere un cane, e che con una visione dall'esterno arriverà a definirsi "passionately
fond of animals"(p.46), stupendo se stessa, forse, prima degli altri, è anche lei un joke, nella comunità,
con quel suo progetto di lasciare, un giorno o l'altro, la fredda e piovosa Inghilterra. Su tutti, dunque,
arriva come una sorpresa la sua decisione di trasferirsi a Birmingham. Con molta accortezza la Pym evita di
darci il punto di vista dell'interessata su questo strano cambiamento di programma, che si configura,
narrativamente, come un punto di bathos totale. La scrittrice ci ha abituato da sempre a non attenderci quei
focusing moments atti a esplorare la profondità dello spirito, ad accontentarci solo di quelle piccole
perturbazioni di superficie, chiazze di spiacevolezza, insoddisfazioni non verbalizzate. La
realtà che Daphne ha scelto (ma la scelta è stata fatta da altri) non è all'altezza del suo nome e dei suoi
sogni: narrativamente, l'episodio si presenta come epifania negativa, non l'unica presente nel testo, ma
forse la più amara. Si diceva, all'inizio, che il mondo dei woods che circondano il village assume
una funzione specifica sia nell'intreccio sia nell'orientamento comportamentale dei personaggi. Il rettore
Tom percorre i boschi in lungo e in largo alla ricerca di resti di insediamenti medievali, l'anziana Miss
Vereker, durante una sorta di "homecoming" dopo tanti anni di assenza, vi sperimenterà un momento di perdita
della coscienza, provocato da uno sforzo eccessivo per la sua età, ma forse anche da un carico emotivo
insostenibile (6). Tutti vi si muovono, almeno una volta nel
corso del testo, separatamente o in gruppi, e per tutti il rapporto con il mondo naturale diventa momento
epifanico negativo. L'attestazione di presenza dell'epifania è per lo più segnalata da una scrittura
frammentaria che aiuta appunto a identificare il carattere di momento unico e provvisorio dell'esperienza,
ma che viene reso assoluto proprio per la sua forma isolata, autonoma. Particolare descrittivo, stralcio di
dialogo, pensiero: il tramite della rivelazione è vario, ma in linea generale la percezione soggettiva è
abolita con concentramento dell'attenzione sull'immagine che viene così in un certo senso "foregrounded".
La serie di questi momenti mette in evidenza il carattere unico dell'esperienza che le persone affrontano
nel mondo dei woods, o l'epitomizzazione di loro tratti caratteriali: nelle già citate pagine di apertura
("On the Sunday after Easter - Low Sunday, Emma believed it was called - the villagers were permitted to walk
in the park and woods surrounding the manor" p.7), Daphne, "with a rush of emotion", compendia la propria
filosofia di vita ("One goes on living in the hope of seeing another spring") e crede di scorgere, un poco
distante, "a patch of violets"(p.9): viene immediatamente riportata alla realtà dal fratello che riconosce
nella macchia violacea solo "the discarded wrapping of a chocolate bar"(p.10) (7), ma, nonostante questo, continua pervicacemente: "oh but soon there'll be bluebells in
these woods - another reason for surviving the winter"(p.10). Questo frammento epifanico ne innesta a sua
volta un altro, che vede come protagonisti dapprima il giovane dottore che mima un improbabile controllo
sulla natura battendo ritmicamente con il suo bastone l'indisciplinato sottobosco ("Daphne's outburst about
living to see another spring had disturbed him and had the effect of making him join his wife in
systematically beating down the undergrowth with his stick, as if violent action could somehow keep Daphne
under control",p.10), e quindi la moglie di lui, colta ripetutamente (cf. p.8, per due volte a p.193, e p.95)
nel gesto simbolico di sferzare i rovi del bosco in punti del testo in cui cerca di reprimere momenti di
disagio o di insofferenza. I coniugi Shrubsole tentano dunque di tenere a bada la natura (lui anche nella
professione), e pochi dei personaggi, del resto, sembrano avere un rapporto sereno con essa; forse solo
Daphne: per quasi tutti sembra valere il commento di Miss Grundy: "One fears the elemental forces of
Nature"(p.96). Apparentemente immune da tali ansie risulta Emma, che dal bosco entra ed esce
frequentemente, con la stessa passività emotiva con cui considera il suo rapporto con Graham Pettifer. Da
poco giunta nel piccolo centro rurale, al suo primo contatto coi woods la sua distanza dalla natura viene fin
dalle prime pagine presentata come "dato": un po' perplessa all'idea avanzata da Miss Lee di utilizzare le
ortiche per cucinare ("Would they be something like spinach when cooked?" p.8), si chiede, dubbiosa, "how far
living in the country need go"(ivi); poco dopo, quando la stessa Miss Lee attira l'attenzione dei presenti
sui narcisi selvatici, il narratore ci informa che Emma "was becoming rather tired of daffodils. Their
Wordsworthian exuberance had been overdone, she felt, crammed into cottage gardens and now such poetic drifts
of them in the park and woods. She would have liked to have seen the woods bare in winter, the stark outlines
of noble trees - "(p.9). Eppure, a poche pagine di distanza, è il suo punto di vista che ci presenta quello
stesso paesaggio come "almost idyllic", con i suoi "mysterious woods and ancient stone buildings", come luogo
ideale per uno stacco dagli aridi "field notes" del suo lavoro, forse fonte di ispirazione "for a new and
different study"(p.14). E infatti le premesse perché quei luoghi possano caricarsi di un'aura da romance ci
sono tutte allorchè un ex-amante (8), e collega, Graham
Pettifer, evocato da un mezzo di comunicazione assai prosaico come la televisione, si materializza al village
e prende possesso del luogo più suggestivo possibile, il vecchio cottage nel bosco, "'the ruined cottage',
as it was called"(pp.110-111). Anche le visite di Emma a Graham potrebbero essere vissute come trasgressive
("Emma had the feeling that she was being observed and seen to enter the woods. Everybody would know where
she was going [...]"p.119), se non fosse che il narratore chiude il capitolo relativo al loro primo incontro
nel luogo naturale con un piccolo battibecco fra i due candidati al romance sui tipi di derrate alimentari
che Emma ha fatto consegnare al cottage dal negozio del paese e che Graham trova assai discutibili. Più che di momenti epifanici frammentari, nel caso di Emma tutte le unità narrative legate al suo rapporto
con Graham costituiscono un'unica, vasta epifania negativa. L'unico evento amoroso, colto,
involontariamente, da Adam Prince durante una passeggiata pomeridiana ("An upsetting sight", lo definisce
l'ex-clergy-man, p.135) si consuma distrattamente, nel corso di una conversazione un po' frustrante sui
progetti di lavoro di Emma. "'Do people pass along this way? Will anybody see us?'"(p.134), chiede Graham,
e quindi inizia "to kiss and fondle her, in a rather abstracted way"(ivi), e si chiude con la frase poco
galante di lui: "'This is rather pleasant, isn't it?' he said. 'I feel I deserve a break from my work,'
[...]"(p.135). Il sigillo di banalità sarà poi la madre di Emma a porlo, durante una breve passeggiata con la
figlia: "'Couldn't you imagine a Wordsworthian encounter here?' said Beatrix [...] 'Meeting some
interesting old person or an idiot boy or even the rector, poor Tom, or your friend Graham
Pettifer?'"(p.146). Con gradazione inesorabile la Pym registra il calo di tensione sul finire
dell'estate: la focalizzazione è su Graham, che ripensa a quella che definisce "the Emma situation"
giungendo alla conclusione che "he had 'bitten off more than he could chew'"(p.153). "On a sultry late
September afternoon after an inadequate lunch" i passi lo guidano con Emma verso un luogo noto con il
promettente appellativo di "Sangreal Copse", solo per scoprirvi fra gli alberi "a little cluster of
bungalows, each with its neat box-like garage"(p.154) e più avanti lungo un sentiero invaso da un sottobosco
incolto a "another low building some distance away. And suddenly there was an appalling smell", un
allevamento di polli abbandonato. "'Chickens...Chickens seem to be associated with failure and disaster,
don't they?' he remarked in an idle, making-conversation sort of way."(p.155) Ed eccolo in agguato,
l'ultimo fallimento: ritornati al cottage, Graham invita Emma ad entrare a bere qualcosa. "Perhaps he has
decided to make love to me, she thought, but when she saw that with the bottle of Scotch he had produced four
glasses she realized that she was obviously mistaken in her imaginings. She commented on the number.
'Yes, I'm expecting the Barracloughs - they're back, you know'" (p.156) E' una notte di luna
piena. "A lovely night for a walk, given the right circumstances," pensa Emma, che ha deciso di non restare
più a lungo, "but Graham could hardly leave his guests."(p.158) Non le resta dunque che riprendere la
strada verso casa da sola, accompagnata dall'improbabile ipotesi di Robbie Barraclough che "'Somebody might
leap at her out of the undergrowth'"(p.157), eventualità immediatamente azzerata dal materializzarsi di una
figura che "loomed up in the half darkness, a tall shape, approaching slowly. Emma saw that it was
Tom."(p.158) Un altro "unsatisfactory love affair", come lo definirebbe la madre di Emma (p.210) si è
dunque concluso. "'If you don't want to stay here after Christmas,' Beatrix said, 'ther is one of my old
students who might be glad to rent the cottage. She's recovering from an unsatisfactory love affair and
writing a novel.' Emma laughed. 'Just the kind of person to come and live here,' she said. 'And if
Daphne comes back from Birmingham, they could get together and compare notes on blighted hopes.' 'Oh,
I don't think we want that to happen - not Daphne coming back,' said Beatrix firmly. 'Tom's life must go
in some other direction now.'"(ivi, corsivi nel testo). Emma resterà al village, magari per
scriverlo lei il romanzo, magari addirittura, "as she was beginning to realize," per dare inizio ad un "love
affair which need not necessarily be an unhappy one"(p.220). La possibilità di una continuità del romance
della vita diventa contigua alla possibilità della scrittura. Su questo personaggio, joycianamente colto nel
gesto di un'attesa che ricompone i frammenti dell'esperienza, si chiude la scrittura di Barbara Pym.
NOTE 1) Barbara Pym, A Few
Green Leaves, Grafton Books, London, 1986 (MacMillan, 19801). Tutte le citazioni si intendono da questa
edizione, e saranno seguite in corso di testo dal numero di pagina; se non altrimenti indicato, i corsivi in
corso di citazione sono miei. 2) "[...] it had
seemed to Beatrix unfair to call her daughter Emily, a name associated with her grandmother's servants
rather than the author of Wuthering Heights, so Emma had been chosen, perhaps with the hope that some of the
qualities possessed by the heroine of the novel might be perpetuated. Emma had so far failed to come up to
her mother's expectations but had become - goodness only knew how - an anthropologist.[...] Emma, if she
thought about her name at all, was reminded not of Jane Austen's heroine but rather of Thomas Hardy's first
wife - a person with something unsatisfactory about her." (p.13) 3) Cfr. Michael Cotsell, Barbara Pym, London, Macmillan, 1989, p.132. 4) Cfr. il suo intervento su The Times, 22 February 1978, p.18
"In Defence of the Novel: Why You Shouldn't Have to Wait until the Afternoon". 5) Marilyn Butler, "Keeping up with Jane Austen", in London Review of Books,
6-19 May 1982, pp.16-17 (review of An Unsuitable Attachment) 6) Ironicamente, sarà proprio lei a scoprire i probabili frammenti del D.M.V. tanto
cercato da Tom andandosi ad accasciare su un mucchio di pietre che incontra sul suo cammino. 7) Analoga epifania negativa compariva già in An Academic
Question, London, Macmillan, 1986, p.70. 8)
Per svuotare di significato questa espressione, la Pym mette qui in atto tutte le possibili strategie
retoriche: Graham viene infatti definito "a man with whom she had once had a brief love affair. To say that
he had been her 'lover' was altogether too grand a way to describe what their association had been;" e il
loro rapporto faticosamente identificato: "perhaps even 'love affair' was not strictly accurate, for there
had not been all that much love about it, no more than proximity and a mild affection. But, anyway, it would
have been true enough to say that she had once known Graham Pettifer 'quite well'..."(p.16)
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