Fruizione e regressione

La natura interpretativa della fruizione dell’arte, ancora prima della cosiddetta morte dell’autore, implica appunto la collaborazione del fruitore, sia che l’interpretazione coincida con l’eventuale interpretazione dell’autore o meno.

La natura dell’arte consiste anche nella polisemia e quindi, per così dire, nella poli-fruizione. Inoltre la fruizione della costituzione sensibile dell’opera ne fa un’esperienza peculiare, la cui condivisione è per lo meno problematica, o semplicemente ipotetica.

Peraltro la non comprensione dell’arte si manifesta normalmente con il rigetto attuato con la non-fruizione, o con una fruizione non estetica.

Per esempio: se guardo le scatole o i barattoli di Wahrol, vedo scatole e barattoli, e non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello di vedere dell’arte. Chi li vede come arte penserà che io stia perdendo una specifica esperienza estetica, e mi compiangerà, come io compiango lui perché penso che la sua esperienza sia invece regressiva e illogica (stupida?).

Arte: percezione e interpretazione.

Se ciò che viene individuato dall’iconologia è l’identità delle cose rappresentate, per cui una madonna con bambino è sempre una madonna con bambino, tanto dipinta da Leonardo quanto dipinta da Raffaello, lo stile invece, per cui un ritratto di Leonardo è diverso da uno di Raffaello, che cosa significa? Che cosa ci dice?
C’è chi distingue la percezione dall’interpretazione. Ma cosa si percepisce e che cosa si capisce? Lo stile si percepisce soltanto, mentre l’identità delle cose si capisce anche, dopo aver percepito i significanti che la significano in qualsiasi stile.
Lo stile sarebbe fruibile coi sensi e non con l’intelletto. Tuttavia, pur senza una comprensione intellettuale siamo indotti ad avere una reazione non epidermica,  non del tutto priva di significato. O forse possiamo distinguere e descrivere, per quanto approssimativamente in parole, l’effetto che lo stile ha su di noi tramite i sensi.
Nell’arte questo effetto è in realtà la cosa più importante. Più importante del significato iconologico. Ci sono stili di pittura, come quella figurativa dal Rinascimento in poi, in cui lo stile è importante come la rappresentazione, ma col modernismo lo stile diventa più importante della rappresentazione, per esempio nei quadri di Morandi o di Picasso.

Nell’astrattismo infine, la rappresentazione non c’è, e rimane lo stile. Verificando cosa dicono i fruitori, critici di professione o no, possiamo avere un suggerimento su come affrontre la questione.

Duchamp e Danto

Una tendenza della sedicente estetica contemporanea, per esempio Heidegger, Danto e altri, è, non di trasformare l’oggetto comune in opera d’arte, (con il procedimento da me indicato come “deissi”,) ma al contrario di trasformare l’opera in oggetto comune: per esempio quello che, in modo onesto e dichiarato, fa il movimento Fluxus.
Un grande equivoco, non innocente, bensì voluto e quindi a sua volta una falsificazione più che un’incomprensione, è il destino dell’orinatoio di Duchamp, che l’autore non vuole far passare per arte, bensì come derisione ai critici e alle teorie contemporanee.
Ma questi hanno avuto la meglio, riuscendo a far credere che Duchamp appartenesse alla loro cricca di imbroglioni, invece che come smascheratore del falso. Infatti, vedendo di non essere riuscito a far capire la sua presa in giro, Duchamp smise di provarci e si ritirò a fare lo scacchista.

Heidegger: sentieri erranti o errati?

A pag.7 di Holzwege, sentieri erranti nella selva (Bompiani, Milano, 2002,) Heidegger scrive: “Le opere (d’arte) hanno una sussistenza naturale, come ce l’hanno in genere anche le cose. Il dipinto è appeso alla parete nello stesso modo di un fucile da caccia o di un cappello.”
Sbagliato.
Le cose fatte dall’uomo non sono naturali, e le opere d’arte sono fatte solo dall’uomo. L’arte è tale solo se l’uomo l’ha creata, e poi denominata come un genere particolare che è appunto l’arte.
L’arte stessa emerge come un concetto peculiare, elaborato dalla necessità umana di individuare un genere di cose di cui l’uomo, ad un certo punto, o in vari momenti della storia, ha percepito la qualità e la necessità di individuarla e definirla. L’arte non esiste, tanto meno come concetto, se l’uomo non la denomina tale.
Tutta l’estetica di Heidegger è falsata da questo errore iniziale e voluto.

Jacques Barzun, La parola “uomo” e i suoi usi e significati. Ottava e ultima puntata.

La questione che interessa, a livello di storia della cultura, non è giustificare la presenza, in ogni tempo, di ostacoli allo sviluppo delle capacità dei singoli; ciò che si vuole far risaltare è la differenza tra norme sociali e realtà culturali. Il fatto che, nel Rinascimento, vediamo emergere “l’artista” come individuo che gestisce da solo i suoi affari e può dire al suo mecenate: “Giù le mani e taci! Conosco il mio mestiere meglio di te”, implica che precedentemente questo stesso artista è stato “sottomesso” al committente e alla sua corporazione. La sottomissione, in realtà, non scomparve da un momento all’altro: l’agente, il mecenate e il pubblico hanno continuato a limitare e ad avversare  il libero arbitrio.

Non esistono quindi valori assoluti nella vita culturale: nei circoli rinascimentali finora osservati, nessuno si è mai sorpreso dell’importanza assunta dalle donne; quelle menzionate qui sono solo un piccolo campione di una lista più lunga. Altri nomi sono noti e di altre vite abbiamo testimonianze dettagliate, poiché alla loro memoria sono stati attribuiti poemi, lettere e altre espressioni di lode e dolore. Il dialogo presente nel Cortegiano suggerisce che la realtà era più progredita rispetto allo stereotipo, cosa che fu un valido argomento in difesa dell’uguaglianza tra i sessi.

Nel corso di questi cinque secoli, i cambiamenti a livello di struttura sociale, vita economica e aspettative culturali hanno operato con sufficiente costanza in direzione dell’emancipazione. Inoltre essi hanno fatto sì che l’individualismo promuovesse una forma nuova di autocoscienza. L’artista ne è l’esempio più calzante ed evidente. Ciononostante la possibilità di esprimere liberamente la propria personalità è ancora qualcosa che bisogna guadagnarsi, nessuno la regala. Sotto qualsiasi regime, chiunque desideri realizzarsi deve mettere a dura prova la propria forza di volontà per un lungo periodo di tempo, oltre, naturalmente, a possedere talento e a sapere come usarlo. Come dimostra chiaramente l’esperienza quotidiana, molti di quelli che compiono un simile sforzo falliscono comunque e si lamentano di essere “sottomessi”. Nel contempo, la stragrande maggioranza delle persone non ha alcuna velleità di emergere o di lottare per la propria realizzazione, il che tuttavia non implica che venga negato loro un rispetto o un ruolo per le loro modeste capacità. Deve ancora essere ideata e realizzata la società in cui tutti conoscono il proprio valore e ottengono il giusto riconoscimento.

Jacques Barzun, La parola “uomo” e i suoi usi e significati. Settima puntata.

Jacques Barzun, La parola “uomo” e i suoi usi e significati. Settima puntata.

La controparte inglese di Louise Labé, Lady Pembroke è stata talmente celebrata, al punto da essere accolta da Edmund Spencer nella cerchia dei grandi poeti a lui contemporanei. Nota con il nome di Urania (la musa dell’astronomia), era una mecenate di poeti e drammaturghi, e insieme al fratello Sir Philip Sidney mise in versi i salmi (si ritiene inoltre che sia stata lei a introdurre una nota femminista nella sua Arcadia e a correggere i passi ritenuti “troppo liberi”).

Non bisogna supporre che il talento artistico e l’abilità manageriale si manifestassero o potessero essere messi in evidenza soltanto dalle donne delle classi elevate, per il semplice motivo che tutte le donne citate, eccetto una, appartengono alla nobiltà. Ci furono, ci sono sempre state, centinaia di donne di tutti i ranghi che governarono (e a volte tiranneggiarono) il loro entourage, così come ve ne furono centinaia di altre che scrissero, accompagnarono con il canto i loro componimenti, oppure praticarono qualcuna delle arti decorative. La concezione secondo la quale il talento e la personalità nelle donne sono stati repressi per i cinquecento anni passati, fatta eccezione, naturalmente, per gli ultimi cinquanta è del tutto fasulla. E non fu certo negata loro un’educazione o le opportunità per migliorarsi; la ricchezza e la posizione certo favorivano le occasioni, ma questo accade tuttora o tende ad accadere. La verità è che le questioni riguardanti la libertà non possono mai essere liquidate con un “tutto o niente” e qualsiasi valutazione deve essere fatta su basi comparative. Inoltre singoli casi dimostrano che ciò che avviene in una cultura differisce sempre lievemente dalle aspettative generali: le possibilità concrete sono infatti sempre superiori di quanto le consuetudini lascerebbero supporre.

Un metro per giudicare lo stato delle donne è valutare quello degli uomini loro contemporanei. Nella società gerarchica del XVI secolo vennero anch’essi privati tanto dell’educazione, quanto della possibilità di esercitare il loro talento o dei mezzi per poter fuggire dai luoghi angusti in cui tribolavano; vi era quindi una scarsa o nulla mobilità orizzontale, figuriamoci poi mobilità verticale. Nel Rinascimento l’impossibilità di salire i gradini della scala sociale fu molto maggiore rispetto al passato, a causa del diminuito prestigio del clero. Il Medioevo aveva offerto anche al ragazzo della più umile estrazione sociale la possibilità di ricevere un’educazione ed elevarsi fino ad alte cariche della Chiesa e dello Stato; dopo la Riforma, invece, furono sempre più i laici ad occupare quelle cariche. Quella che, nel XIX secolo, John Stuart Mill definì “la sottomissione delle donne” fu quindi accompagnata dalla sottomissione degli uomini. E poiché Mill aveva in mente la propria società, in cui diverse donne riuscivano a mettersi in luce nella vita pubblica e ad acquisire potere, un metro di giudizio più efficace potrebbe essere paragonare le loro condizioni a quelle delle donne nei Paesi Islamici.