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L'arte contemporanea viene considerata, tra le altre cose, un sistema di riorientamento della
percezione. Sembra dunque logico che si adegui alle condizioni che il mondo attuale propone come vettori di
contemporaneità percettiva. Tra accelerazioni e riterritorializzazioni, e oltre ogni ridefinizione di tempo,
spazio, luce, forma, una delle tendenze più frequentate è l'aspirazione a smaterializzare. E' una pratica
artistica che, da semplice Cenerentola, come tipologia ultima dell'avanguardia fatale, si ritrova
inaspettatamente nella dimora del Principe Azzurro Mediatico con in mano il biglietto vincente alla lotteria
della virtualità. A partire dalla paranoia metamorfica, già negli Anni Sessanta concentrata sul
feticismo dei "new mutants", fino al concettualismo strettamente inteso, la vulgata critica usava esaltare i
materiali e le operazioni sui materiali, ricchi o poveri, naturali o sintetici, tagliati o bruciati, fissi o
mobili, concentrati o dispersi, penetranti o agguantanti, ma è sempre stata sollecita ad appoggiarli,
tradurli e spiegarli con la melodia di apparati cognitivi di strabiliante intellettualismo
giustificatorio. Il fruitore, costretto a rincorrere fughe formali, a introdursi in tunnel
installatori, ad accontentarsi di documentazioni fotografiche di comportamenti simil-demenziali, accetta
infine stremato di farsi ispezionare da stroboscopi non distanti da quelli egualmente installati nelle
ubiquitarie discoteche sulle rotte ferali di ogni sabba stragista del villaggio globale. Allusivamente
la velocità incoraggia quelle operazioni di body-art definitivo che introducono al decesso della carne
superflua, acclimatando accelerazioni, smaterializzazioni, traiettorie ambientali di oggetti conniventi
accartocciati, con inutilità astratta, ma simbolica, e monumentalità cimiteriale, ma funzionale.
Funzionale a che? La contemplazione sensibile di fronte alla "cosa" imprecisata, ma installata e
ambientata è certamente una fruizione anacronistica che scioccamente vuole usare gli occhi entro i confini
ristretti di discipline visive ormai evaporate. Funzionale forse alla techno-chiacchiera rombante in
sottofondo di impresari del terziario autopromozionale, ovvero del flusso autodecodificato che, come la
moneta cattiva, scaccia il corpo buono dell'arte dal mercato dei media.
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