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La mostra “Un Art Populaire”, in corso alla Fondation
Cartier di Parigi (luglio-settembre 2001), intende contrapporre alla poetica ironicamente sublimizzante della
pop art, con cui non vuole essere confusa, la poetica di un’arte veramente popolare. Mentre la pop art
innalzava a dignità estetica gli oggetti di consumo di una società industriale avanzata, l'arte pop è
invece reperibile dal basso, nell’artigianato sia estetico sia utilitario di comunità sparse nel mondo, a
vari livelli di sviluppo, ma attestate, senza agonismo né rivendicazione polemica palese, sulle tradizioni
locali, ingenue o sofisticate che appaiano, innocenti o già contaminate dai vizi e dalle virtù della
spettacolarità contemporanea. È già capitato che l’esotismo di fine ‘800, come pure la contaminazione
e le acquisizioni di tratti dell’arte africana da parte delle avanguardie del ‘900, fossero accusati di
essere forme peculiari di colonizzazione, e insieme tradimenti e fraintendimenti delle realtà culturali dalle
quali quegli elementi etnografici erano acquisiti e imitati. È indubbio infatti che la trasposizione
nel contesto di un’altra cultura costituisce uno sradicamento e un mutamento di significato, che gronda di
tutti i problemi che da sempre sono di pertinenza della politica epistemologica dell’antropologo. A
partire da quei primi esempi, questo dilemma si ripropone ogni volta che l’Occidente scopre qualche
produzione proto- para- o pseudo-artistica in luoghi lontani dai propri mercati dell’arte, e la introduce nei
suoi circuiti, rivestendola inevitabilmente di statuti estetici suoi, che in precedenza quella produzione non
poteva avere. Se dunque l’arte contemporanea occidentale esce dalla cornice materiale del quadro, per
esteticizzare il contesto in varie dimensioni “performabili”, installabili o fotografabili, fin su scala
monumentale o da visione aerea, l’importazione di mode o tendenze estetico-etnografico-artigianali, da tutti
i recessi di primitivismo restante o di nicchia tribale sopravvissuta, pone di nuovo ogni volta il medesimo
dilemma. E' il dilemma tra correttezza o scorrettezza politica di una scoperta fagocitante, che
comporta sia la mercificazione di pratiche eterogenee svuotate dei valori originari, sia un nuovo contributo
al sincretismo stilistico che allinea e documenta l’esistente, imponendo una visibilità globale e
transvalutante ad ogni stormir di foglia o stormir di stesura di colore o d’assemblaggio di materiali
qualsiasi su qualsiasi superficie o con qualsiasi intento. Ma soprattutto immette di nuovo ogni
prassi, proto-estetica o referenziale o magica che fosse all’origine, in una cornice espositiva virtuale e
metateorica, dove tale pratica è oggetto di contemplazione o riuso propriamente de-marginalizzato e
postmodernizzato.
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