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La mostra “Freestyle”, che la curatrice Thelma Golden
definisce di post-black art, (primavera 2001 allo Studio Museum di Harlem, e in autunno al Santa Monica
Museum of Art in California), si presta a una riflessione sul culturalismo dell’arte. Si tratta
infatti di 28 artisti afroamericani che sembra vogliano liberarsi dell’identità razziale che ha connotato la
loro presenza nel circuito dell’arte fino ad ora. Il fatto stesso che la loro opera, sebbene “post”, non
riesca a liberarsi dell’aggettivo “black”, mostra la difficoltà teorica e politica, se non pratica, di questa
operazione. Gli artisti afroamericani, dopo aver sfruttato negli anni ‘90 il connotato etnico sotto le
insegne politiche del “multiculturalismo” per emergere all’attenzione nazionale, sentono ormai limitante
questa identità e desiderano essere semplicemente artisti, senza alcuna collocazione etnica, ora considerata
ghettizzante. Da una posizione di multiculturalismo militante, si potrebbe obiettare che la razza non
è una moda, e sentire di appartenere al dominio universale dell’arte non significa dover rinunciare ai
connotati etnici. Se appartenere ad una corrente o ad una poetica qualsiasi, per esempio il surrealismo, non
è limitante rispetto all’essere artisti in assoluto, perché mai appartenere alla black art dovrebbe
esserlo? Secondo Holland Cotter (NYTimes del 29 luglio 2001), perché ora molti cambiamenti sono
intervenuti, e il legame dell’arte con l’identità etnica (o sessuale o politica), invece di attrarre
l'attenzione, ottiene solo di far rifluire chi lo adotta nella confusa marea di Black Shows, Latino Shows,
Asian-American Shows ecc. Sennonché essere surrealisti è una scelta, essere afroamericani no. Essere
afroamericani non è una poetica e, se la si è usata come tale, o non ci si può ritirare da essa (nonostante i
cambi di pelle alla Michael Jackson) con un semplice mutamento di stile, o bisognerebbe avere il coraggio di
ricominciare da capo una carriera, “rinascendo” a nuova identità artistica da una condizione di notorietà
zero. Tuttavia, se si va più addentro alle cose, i rapporti tra etnia e poetica non sono così
facilmente districabili. I più noti casi di abiura culturale, come Cassius Clay che diventa Muhammad Alì, o
LeRoi Jones che diventa Amiri Baraka, sono controversi per quanto riguarda il bilancio di vantaggi o
svantaggi in termini di danaro e carriera, mentre sembra che il multiculturalismo degli anni ’90 sia stata
un’operazione produttiva sul mercato. D'altra parte, quando è diventato Alì, Cassius Clay non ha
cambiato modo di tirare pugni sul ring. Ha solo cambiato la sua politica di cittadino fuori dal ring, o al
massimo in prossimità del ring. Invece l'adozione di un nome mussulmano da parte di LeRoi Jones era la
scelta di un'etichetta che significava una presa di coscienza politica, ma anche, e di conseguenza, un
mutamento di poetica. Occorrerebbe perciò chiedersi se e in che modo la "post-black art" ha una
poetica diversa dall'arte etnicamente connotata. La risposta potrebbe essere: no, se si suppone che vi sia
una continuità stilistica nel lavoro di un artista; oppure sì, perché nella carriera di un artista vi possono
essere periodi e stili molto differenti. Ma la probabilità elevata che la risposta sia positiva deriva
proprio dal fatto che le poetiche dell'arte contemporanea sono costituite sostanzialmente da enunciati
programmatici di carattere ermeneutico, dove le parole che pretendono di intepretarle contano come e più
della morfologia delle opere. Entrare nel ghetto della "black art", per quanto vantaggioso a suo
tempo, era una scelta di autoriduzione politica dell'arte, che sottolineava incisivamente una volontà di
presenza razziale minoritaria come oggetto di indagine, eventualmente anche di carattere formale, mentre la
perdita di tale identità etnica, presumibilmente vantaggiosa a sua volta, immette nell'oceano
indifferenziato dell'arte mondiale senza ancoraggi di protezione non artistici. Essa dunque potrebbe essere
una scelta a sua volta coraggiosa, ma getta un'ombra sull'atteggiamento precedente. Insomma gli
effetti dell'intrusione dell'etnicità nell'ambito di una poetica vanno verificati caso per caso, e sebbene
in linea di principio il fenomeno dovrebbe essere irrilevante, di fatto può invece significare un reale
mutamento della prassi poetica. Del resto il ruolo dell'etnicità era un tempo tenuto dalla nazionalità.
Storia e arte si sono spesso incrociate per sostenersi a vicenda, e ancora oggi le scuole nazionali sono
settori praticati della categorizzazione critica nelle storie dell’arte. Se gli artisti afroamericani
sentono la necessità di liberarsi della loro connotazione etnica, ciò può essere visto come un opportuno
cambiamento di stile, oppure come un opportunistico cambio di pelle allorché l’etnia non è più redditizia
come qualità negoziabile sul mercato. Poiché ogni artista ha comunque una storia e un'origine culturale,
l'etnicità non dovrebbe avere la coda di paglia, e quindi non dovrebbe sentirsi un ghetto. Ma se l'etnia
afroamericana non apparisse ora riduttiva rispetto all'arte internazionale, gli artisti in questione non
sentirebbero il bisogno di rifiutarla. Che cosa stanno dunque rifiutando? La loro cultura o un indebito
profitto ormai spento? Infine, passare dall’arte etnica all’arte senza aggettivi, oltre che
l'abbandono di un modo di intendere la propria espressività in quanto radicata nella propria cultura,
potrebbe essere l'aspirazione a entrare in una particolare condizione cosmopolita, a-etnica o
"internazionale", propria della contemporaneità. È una condizione che ricorda la cosiddetta cucina
internazionale, omologata ad una cultura dominante, occidentale e tardo-capitalistica, che ha perso ogni
sapore specifico ed è consumabile dovunque allo stesso modo.
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