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Si può parlare di bolla
dell’arte speculativa? O arte della bolla speculativa? O bolla speculativa dell’arte? …in a bubble economy, investors weren't interested in hard facts; they flocked to the
companies that told the best stories. And this created tremendous pressure on managers to conform with the
latest trend. Corporations became intellectual fashion victims. Questa osservazione,
dell'economista Paul Krugman sugli ultimi fallimenti della cosiddetta new economy, potrebbe essere
trasferita di peso al mercato dell’arte. Ma se è vero che anche la sostanza delle poetiche artistiche è fatta
principalmente di discorsi (the best stories), quali sono invece nel campo dell’arte gli “hard facts”?
Dovrebbero essere le opere. In realtà le opere ci sono e non ci sono, o ci sono in maniera diversa
rispetto ai manufatti artistici di un tempo, in quanto vogliono intenzionalmente essere "fluide". Ovvero
temporanee. La fluidità è il loro significato allegorico, che alla lettera potrebbe invece manifestarsi e
definirsi come “movimentabilità” più che mobilità, cioè presentazione o rappresentazione o esecuzione di un
passaggio di stato non ripetibile (vedi Prigogine sui processi irreversibili), che quindi per lo più va perso
e lascia solo qualche traccia fotografica delle disinstallate installazioni. Ma la bolla dell’arte
speculativa può sgonfiarsi? In senso generale sì, perché un mutamento di gusto è sempre possibile, e anche i
valori dell’arte salgono e scendono. Ma in senso proprio, come in economia, sembrerebbe di no, perché non vi
è un ambito concreto in cui la speculazione discorsiva deve finire a confrontarsi coi fatti. Forse lo
smantellamento alla fine delle esposizioni è già uno sgonfiamento periodico calcolato e ammortizzato, che non
lascia residui deficitari nelle casse degli organizzatori di eventi, prepagati dagli sponsor e ripagati dai
biglietti. E nemmeno nelle casse degli artisti, che sono compensati a ingaggio o recuperano altrimenti i
mezzi di sussistenza e riproduzione, attraverso un utile in termini di prestigio, che permette loro, prima o
poi, di vendere finalmente a musei dotati di spazi sacrificabili le installazioni successive. Se
l’arte performativa si esaurisce nella performance, ritorna alla ritualità teatrale, che però, appunto, è
un’altra arte, già esistente. Ma verso il teatro l'arte potrebbe fare un ulteriore passo. Per recuperare la
performance e ripeterla, l’artista potrebbe finire per scrivere delle didascalie testuali, come le istruzioni
scenografiche, che descrivono i momenti dell’esecuzione artistica. Si unirebbe così visualità, scenografia,
coreografia, concettualità e poetica. La nuova arte potrebbe chiamarsi “arte visiva a programma” da eseguire
in versioni “creative” e ricreative da esecutori futuri, consapevolmente situati ciascuno nel suo
tempo.
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