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di Leonardo Terzo
Ogni generazione impiega gli ormoni a suo modo, ma solo nei modi permessi dalle
circostanze. E tra i vari impieghi quello politico è certamente tra i più nobili. O no?
Paragonare i
recenti moti antiglobalizzazione ad altre rivolte giovanili è sempre possibile, sennonché la storia talvolta
mette a disposizione le Crociate o l'assalto alla Bastiglia, o il Risorgimento e le guerre d'indipendenza,
talaltra le avventure coloniali o le marce su Roma. Queste soluzioni politiche nell'impiego degli
ormoni infatti sono spesso escogitate e promosse da interessate oligarchie dominanti ma, in tempi recenti,
anche a causa dell'accelerazione mediatica, questa capacità direttiva non sembra molto efficace nel
molteplice giostrare di frammenti evenemenziali impazziti, passibili però di coagulare inaspettatamente
attorno a sè i modi alla moda di scaricamento delle pulsioni. Così si ricordano i fatti del '68,
proverbiali per molti aspetti, ma anche perché verificatisi improvvisamente qualche mese dopo che i rapporti
del Censis segnalavano giovani interessati soltanto al posto, alla macchina e alla moglie. Allo stesso
modo l'antiglobalismo emerge tra le altre forme di impiego ormonale mentre si annoverano generazioni di
"yuppies", "punk" e altri tipi d'egoismi ed autismi, fino ai recentissimi "dink" (double income no kids). Certo appare più oculato chi ha impegnato le proprie energie pulsionali nella Resistenza e non a fianco dei
nazisti, e quindi chi lotta per una più equa distribuzione delle responsabilità e dei consumi su scala
planetaria, che non per la costruzione della grande Serbia o Albania o Padania. Ma non è facile capire quale
misura di consapevolezza possa essere acquisita sotto la pressione ormonale e quanto spazio rimanga al libero
arbitrio per l'esercizio di quella onestà più difficile da esercitare che è l'onestà intellettuale. Se
la direzione delle pulsioni collettive non è più manipolabile, almeno con la facilità d'un tempo, non sfugge
il fatto che si cerchi di saltare sul carro dell'attualità ormonale visibile, anche da fronti opposti: gli
uni per prenderne la direzione in forme di cinismo elitario, gli altri allo scopo di sfruttarne l'evidenza
energetica ed energumena, per suscitare paura e rigetto nelle maggioranze, silenziose perché meno dotate di
cariche pulsionali in fermento. Anche morti e pietà sono contesi ai compagni di fazione belligerante,
titolari della proprietà di martirio. Dai sedicenti pacifisti, per santificare come simbolo chi da vivo era
stato collocato tra i nemici aggressivi e, più spudoratamente, dai responsabili politici governativi
dell'oggettiva aggressione morale e materiale, in nome di un'indiscriminata pietà, accaparratrice di
benevolenza mediatica. "Qualcuno pagherà!", sembra abbia gridato il ministro degli interni, ma si
riferiva alla visione delle macchie di sangue sulle pareti e sui pavimenti, che le televisioni hanno potuto
riprendere indisturbate prima che i luoghi dei ferimenti venissero sigillati, e non per le teste rotte e gli
arti fratturati ai dormienti nei sacchi a pelo, colpevoli o innocenti che fossero. E in effetti la
contesa si svolge sostanzialmente in termini di visibilità nella comunicazione, che divora, accomunata, "la
carne superflua", sia dei manifestanti sia dei corpi di polizia, sacrificati entrambi allo spettacolo del
presenzialismo ideologico dai rispettivi mandanti. Dai contestatori, che infatti cantano vittoria, per
accedere al potere d'immagine e ottenere, con poco uso di idee, l'attenzione che i finti negoziati dei
grandi della Terra si lasciano anche troppo facilmente sottrarre. Dai capi di stato, per dare una parvenza di
democratica negoziazione alla spietata lotta delle multinazionali da cui sono delegati. Più ridicolo
degli altri, un ometto gesticolante e grottescamente sorridente, come un Arlecchino servitore di due padroni,
America ed Europa, che si sbracciava per recitare il ruolo di padrone di casa, è comparso alla fine
sinceramente afflitto e distrutto, per quella malaugurata vittima che gli aveva tolto la scena.
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