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di Leonardo Terzo
Diceva Hegel che in guerra, quando si spara al nemico, non si spara a un uomo, si spara a
una divisa. Neanche la divisa però rende esente il militare da ogni responsabilità personale, e infatti anche
in un conflitto dichiarato possiamo individuare e punire i criminali di guerra. Questa esenzione vale
ancor meno per quei corpi militari che sono preposti al mantenimento dell’ordine pubblico. E non vale nemmeno
per chi ha visto in ogni divisa di poliziotto un nemico da attaccare, prescindendo dal concreto comportamento
dell’uomo che vestiva quella divisa. Ciononostante la logica della divisa nemica ha prevalso almeno in parte
sia negli eventi accaduti nelle strade di Genova, sia nei conflitti etico-politici che dividono i
commentatori di quei fatti. Da un lato ogni manifestante, dalle tute nere alle tute bianche, alle
suore laiche e cristiane, è stato aggredito, evidentemente su precisi ordini di carattere strategico, come se
vestissero tutti la stessa divisa nemica e a prescindere dai comportamenti aggressivi o pacifici in atto.
Dall’altro lato è anche troppo facile, proprio perché la divisa abolisce l’uomo e uniforma chi la veste nel
ruolo di nemico, attribuire a tutti i componenti delle forze dell’ordine le inutili disgustose sevizie a cui
alcuni reparti si sono abbandonati, perché “coperti” da sicure direttive politiche. Anche i governi
sono composti da uomini che probabilmente hanno sfumature di giudizio su ciò che è accaduto, ma lo
schieramento politico è proprio l’ambito in cui non è possibile distinguere le responsabilità personali da
quelle collettive, a meno di uscire dal governo stesso. In effetti le responsabilità politiche sono
sempre assolute anche se vengono punite con semplici dimissioni e non con processi penali. Ma la
responsabilità politica, diluita forse in responsabilità morale, va attribuita anche a tutti coloro che col
loro voto hanno mandato al governo un campionario di umanità di cui continuano a non vergognarsi.
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