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di
Leonardo Terzo Come un destino la violenza... se i contenuti le sono
indifferenti e la futilità dell'occasione piuttosto che placarla l'alimenta, come non riconoscerle un suo
primato metafisico? Sergio Givone, Eros/ethos, Torino 2000. Ricordo un brano della mia antologia
di prima media, in cui Antonio Ludovico Muratori (1672-1750) racconta di come, da bambino, mentre stava
osservando una salamandra che attraversava il fuoco, abbia ricevuto uno schiaffo dal padre, il quale gli
spiegò di essere ricorso a quell'espediente per rendere indimenticabile la salamandra nella memoria del
figlio. C'era (c'è) del metodo in quella violenza?!! È probabile che, in (inutili) termini
statistici, la quantità di violenza bruta, effettivamente in atto nelle nazioni dell'Europa "civilizzata",
sia molto diminuita rispetto ai secoli scorsi, o sia stata trasformata in riti sacrificali sommersi e
sottratti alla coscienza, sotto forma di incidenti automobilistici, infortuni sul lavoro, epidemie
immunodeficitarie e altri tipi di copertura. A causa dello sviluppo delle comunicazioni, è invece certamente
aumentata in noi la consapevolezza della violenza che viene quotidianamente esercitata nel mondo, sia con
pretesti collaudati, sia con pretesti a noi incomprensibili. Le notizie che arrivano dal mondo, come
del resto ciò che succede in Italia, segnalano però un incremento notevole di crimini, anche terribili,
commessi da minorenni, rispetto ai quali le leggi vigenti appaiono inadeguate, come le opinioni smarrite dei
commentatori. Mentre negli Stati Uniti si tende a far fronte pragmaticamente a questi fenomeni,
comminado ai minorenni le stesse pene degli adulti, l'Europa sembra paralizzata di fronte al dilagare della
"barbarie infantile". La Francia ricorre al coprifuoco dopo le ventitré, in Italia l'impunibilità viene
sfruttata dalle mafie e dagli spacciatori di droghe, in Inghilterra i bambini criminali, impunibili, vengono
protetti sotto nuova identità dalle possibili vendette delle folle allibite e inferocite. Dal mondo
extra-europeo le notizie sono ancor più deprimenti: in Africa i bambini sono arruolati indifferentemente sia
per essere sfruttati in attività a regime schiavistico, sia per combattere guerre con armi acquistate con i
debiti contratti coi paesi sviluppati, che ora si chiede di azzerare. Palestinesi e israeliani sfruttano
reciprocamente le vittime infantili della loro carneficina, sbandierandoli nella guerra mediatica parallela a
quella armata, i primi vantandosi dei morti nelle discoteche altrui, i secondi fieri di non perdere il passo
nella strage degli innocenti, non più ritenuti tali. Tornando ai problemi, relativamente più piccoli,
dei nostri piccoli, i presunti esperti, alla maniera di Alain Touraine in Francia, di fronte alle
devastazioni e ai delitti senza motivi apparenti di orde di ragazzini di tredici anni, avanzano la ridicola
pretesa secondo cui: "Con quei giovani si dovrebbe discutere". Ma i giovani, quanto più indietro con
gli anni, per condizione biologica e ormonale non sanno discutere, non sono interessati a farlo, non ne
comprendono il senso, ovvero non sono modificabili per via di ragionamento, perché soggetti a pulsioni
indomabili, che restano tali soprattutto nella distruttività. Lo stesso raggrupparsi in fasce d'età
delle bande infantili, adolescenziali, giovanili, indica la propensione biologica a selezionare l'ambiente
secondo un sentire coetaneo, che è il solo luogo su cui si dovrebbe intervenire, perché è il solo istinto che
li guida, impermeabile a ogni razionalizzazione. Ed è qui che interviene l'interesse per una
discussione sul "metodo" della violenza, sia criminale, sia punitiva. La metodologia muratoriana non è
ovviamente né criminale, né punitiva, bensì intenzionata dalle più affettuose, paterne finalità. La sua
peculiarità sta però nel fatto che coglie un punto delicato, relativo ad una pedagogia dell'esperienzia che
il padre di Antonio Ludovico evidentemente riteneva non sostituibile da nessun altro metodo di carattere
discorsivo e intellettuale. La violenza distruttiva dei giovani, infatti, non è soltanto estroversa.
Allorché ad esempio i cultori del piercing, dello scaring e del cutting, interrogati in proposito,
percepiscono la necessità di dare a se stessi un senso per le loro pratiche auto-lesive, fanno l'elogio
della sofferenza come esibizione, in primo luogo nella propria comunità, dell'esserci nel dolore, inflitto o
ricevuto. Dolore e sofferenza, ma in generale un linguaggio della violazione del corpo e la
manipolazione della dimensione sensibile, prevalgono su ogni altro modo di significare. Per "discutere" con
loro occorre dunque "infliggere" la stessa lingua. Solo da qui, come aveva intuito il padre del Muratori, si
può partire per entrare veramente in "contatto" coi giovani e aiutarli a riguadagnare la sublimazione
simbolica della parola e delle idee.
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