|
di Leonardo
Terzo Dopo il 9/11 per spiegare il terrorismo sono state avanzate due teorie contrapposte: la
teoria dell'ingiustizia e la teoria del fondamentalismo. La prima sostiene che il terrorismo è provocato
dalle ingiustizie economiche e sociali subite da lungo tempo dalle comunità povere e a vantaggio degli stati
sviluppati. Si sostene però anche il contrario: il terrorismo sarebbe il frutto della mentalità
fondamentalista, anche a prescindere dalle condizioni economiche, perché ci sono poveri che non diventano
terroristi e ci sono terroristi che non sono poveri. Il fondamentalismo sarebbe la vera causa del
terrore, perché, religioso o politico che sia, ha la motivazione della violenza in se stesso,
nell'assolutezza delle sue convinzioni. Questa assolutezza gli rende impossibile accettare alcuna diversità
e gli impone di estendere la sua legge universalmente a costo del martirio. Esso non combatte la povertà e
l'ingiustizia, ma combatte per abolire l'opposizione nell'eternità. Questa teoria, pur contenendo una
misura di verità, ha a sua volta un punto debole in un'eguale assolutezza. Come la tesi secondo la quale il
terrorismo nasce dall'ingiustizia non ne spiega tutte le motivazioni, anche la teoria del fondamentalismo
non spiega le motivazioni del fondamentalismo stesso, fra le quali non si possono escludere le ingiustizie.
Inoltre l'ingiustizia non è solo economica, come crede chi non intende altra ragione. Molto più grave può
risultare una discriminazione etica e culturale, e quasi mai una cultura può giudicare la gravità dei torti
subiti da una cultura diversa. Senza escludere le due torie dominanti, ne aggiungerei un'altra. Il
terrorismo ha una ragione "meccanicistica" in quanto ricorso alla violenza possibile, quando è impossibile la
violenza "rispettabile" e "non terroristica" della guerra. La violenza ha sempre una sua intrinseca
assolutezza, che viene giustificata, ovvero eufemizzata, razionalizzata, diluita, degradata, gradualizzata e
classificata, su una scala che va dall'accettabile all'inaccettabile secondo i parametri in uso da chi la
giudica. Si va così dal monopolio statale nell'amministrtazione della giustizia in una comunità
egualitaria, all'imposizione di invasioni e deportazioni come quelle realizzate col consenso di parte della
comunità internazionale (per esempio per la costruzione dello stato di Israele, o della Yugoslavia oppure ora
dall'Afganistan stesso). Oppure dall'esercizio della guerra "diplomaticamente" dichiarata, aggressiva o
difensiva che sia, alla guerra non dichiarata, come Pearl Harbour o le invasioni naziste, che sarebbero state
giustificate dagli stati invasori in quanto entità autogiustificantesi nel caso che avessero vinto la guerra.
Abbiamo poi le resistenze e la guerriglia per bande delle minoranze organizzate contro poteri
dominanti, oppressivi o meno che siano. E ancora la violenza nascosta dei servizi segreti che, quando viene
scoperta, viene attribuita alle "deviazioni", mentre tutti sanno che è istituzionale. Da ultimo abbiamo gli
attentati terroristici veri e propri, fatti da chiunque, a torto o a ragione, non riesce ad agire in altro
modo. All'estremo opposto i fanatici del pacifismo capovolgono la scala delle priorità nell'uso della
violenza. Considerano giustificate solo le "autodifese" delle masse, e non discriminano tra l'applicazione
delle leggi di uno stato democratico e la repressione sanguinosa delle dittature. Anche la violenza implica
invece giudizi differenziati in base alla gradualità delle sue applicazioni e delle sue modalità, e anche a
seconda che sia diretta verso veri o presunti responsabili di crimini e ingiustizie, o verso cittadini ignari
e innocenti. Alcuni Stati sovrani e democratici applicano la pena di morte. Altri stati, anche non
democratici, ma per usi e costumi atavici e col consenso di tutti, applicano mutilazioni ai colpevoli di
reati, come per esempio il furto, che in altri stati, come l'Italia, sono considerati minori e tanto
abituali da non implicare nemmeno l'arresto. In Israele l'esercito può spaccare scientificamente gambe e
braccia ai prigionieri legati, per metterli "fuori uso" permanentemente, anche senza ucciderli
effettivamente. Negli Stati Uniti si ha il diritto di difendersi sparando a chi penetra nell'abitazione
altrui per commettere reati, mentre in Italia è quasi obbligatorio farsi aggredire e derubare, perché il
diritto alla legittima difesa è tutelato in misura ridicola. Bisogna prendere atto che vi è una
continuità ontologica nelle forme dell'esercizio della violenza, che viene tuttavia modellato secondo gli
interessi dei razionalizzatori e gli accidenti della storia. Ma d'altra parte, secondo alcuni, proprio in
questa modulazione dell'aggressività sta la differenza tra la presunta civiltà e la presunta barbarie.
|