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di Academicus
Un articolo di Peter Beinart, direttore di The New Republic, "Word Play", dell'11 aprile 2002, induce
qualche riflessione sull'idea diffusa, o che si cerca di diffondere, di terrorismo. È di nuovo il tema della
titolarità ad amministrare la violenza. Sembra infatti che la natura terroristica di un atto di
violenza non dipenda dalla qualità delle vittime, cioè i civili, ma piuttosto dall'identità dell'agente
della violenza. Se ad uccidere i civili sono militari su ordine dei governi, come a Hiroshima, a Dresda, e
ora a Jenin, non si tratta di terrorismo, ma di danni collaterali. Se invece ad uccidere i civili sono
individui o gruppi non governativi, allora la parola terrorismo è appropriata, a prescindere dalle cause.
La parola guerra invece si riferisce ad un ampio sforzo militare, condotto da nazioni nemiche ben
identificate, con o senza dichiarazione preventiva sull'inizio delle operazioni belliche. Perciò quando gli
Stati Uniti risposero all'attacco terroristico di New York, ci fu incertezza se definire propriamente
"guerra" quell'intervento, poiché solo uno dei belligeranti era un agente governativo. La questione si
risolse linguisticamente coniugando i due termini nell'espressione "guerra al terrorismo".
L'espressione ha avuto un inatteso successo e, da quel momento, è stata adottata e applicata in tutto il
mondo: i russi reclamano la loro guerra al terrorismo in Cecenia, gli indiani la loro nel Kashmir, i
filippini la loro a Basilan Island, i cinesi la loro nella regione del Xianjing, lo Sri Lanka reclama la sua
guerra al terrorismo nelle regioni del nord dominate dai Tamil, e naturalmente Israele in Palestina.
Questo aggiustamento linguistico ha portato anche un aggiustamento della politica estera americana. Gli
Stati Uniti ora appoggiano la Russia, mentre prima sostenevano i Ceceni, e i presidenti americani non
rifiutavano di incontrare i capi dell'IRA, nonstante l'attività terroristica di quella organizzazione.
Anche l'appoggio a Israele è diventato più forte ed esplicito. Rimane tuttavia una differenza
fondamentale tra queste guerre al terrorismo e quella reclamata e condotta dagli Stati Uniti, e riguarda la
natura del nemico e le cause del terrorismo stesso che, cacciate dalla porta della definizione linguistica,
rientrano dalla finestra geopolitica. Si tratta del fatto che, guerra o terrorismo che sia, gli
scontri localizzati in Cecenia, in Palestina, nel Kashmir o altrove, giusti o senza giustificazione che
siano, sono guerre di liberazione per la costituzione locale di stati indipendenti. Quindi gli attuali
terroristi mirano ad ottenere un riconoscimento come entità politiche dotate a loro volta di governi. Il che
li rende atti ad uscire dal terrorismo (secondo i termini della definizione data all'inizio), e infatti si
ritiene che questi conflitti siano risolvibili politicamente, nonostante la fase terroristica in corso.
Quello di cui sono stati vittime gli americani è invece un terrorismo globale, con cause diverse, più
confuse e difficili da maneggiare. Perciò gli Stati Uniti si sono affrettati a trovare in Afganistan una
localizzazione. Ma sconfitto il terrorismo "afgano", sembra evidente a tutti che quella localizzazione non
era sufficiente, proprio perché le cause di quello specifico terrorismo non sono, come per gli altri
terrorismi, la costituzione di uno stato indipendente per una determinata popolazione. Questo induce gli
Stati Uniti a cercare sempre nuove località al terrorismo che li riguarda, per esempio l'Iraq.
Purtroppo nel frattempo lo sviluppo di una "guerra al terrorismo" del tipo, per così dire ordinario,
quella tra Israele e la Palestina, inatteso, a quanto pare, solo per l'amministrazione Bush, interferendo
con la ricerca americana di sempre nuove localizzazioni al terrorismo globale, ha suggerito un possibile
legame tra i due tipi. Questo legame sta nel diritto e nelle modalità di amministrazione della
violenza. Abbiamo visto che "linguisticamente" si entra o si esce dal terrorismo a seconda che l'uso della
violenza stessa sia esercitato o meno da chi ne ha il diritto per riconoscimento internazionale. Al Quaeda
non è un agente della violenza internazionalmente riconosciuto e quindi giustificato, ma ciò che Al Quaeda
esplicitamente e implicitamente chiede sono due cose. Esplicitamente e lucidamente chiede la messa in
questione degli Stati Uniti come unico agente autoinvestitosi del potere di giustificare l'uso della
violenza. Implicitamente e confusamente chiede la deterritorializzazione dei diritti e dei doveri
internazionali: di fatto le risoluzioni dell'Onu si applicano in Iraq e nel Kossovo, ma non si applicano in
Israele. Questo legame non sta solo nelle cause da realizzare, cioè nelle pretese più o meno
realistiche o utopiche delle richieste dei terroristi, bensì è anche più semplicemente una necessità
concreta: è la condizione di mancanza di alternative che, quale che sia il suo fine, il terrorista ha
davanti. Al carattere "empio" del gesto terroristico che uccide gli "innocenti", si aggiunge ora il carattere
scandaloso del martire terrorista, che uccide anche se stesso. Tale scandalo sta nell'assolutezza del suo
gesto suicida. Scambiata per fondamentalismo religioso, è invece un'assolutezza procurata dalla prospettiva
di non avere altre prospettive.
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