|
"Wakefield" è
certamente fra i racconti più famosi di Hawthorne. Fra le ragioni di questa fama è anche il fatto che esso
offre un'esca, per così dire, metodologica all'interesse dei critici impegnati a decifrare il segreto della
creatività così affascinante di un autore che appare sovente egli stesso intento a riflettere sulla natura
della propria attività creatrice, in termini che di volta in volta sembrano rispecchiare una concezione ora
meccanica, ora organica, ora platonico-idealistica del lavoro dell'artista. Una peculiarità
di questo racconto che infatti attira immediatamente l'attenzione del critico è che la vicenda del
protagonista viene narrata tre volte, dapprima “abstractedly stated”[i] come fatto di cronaca, poi sempre più dettagliatamente, come in
una serie di cerchi concentrici che si allargano in proporzione geometrica. Le tre versioni stanno fra loro
in un rapporto almeno in parte assimilabile a quello che la narratologia istituisce fra story, plot e
discourse,[ii] e questa è la ragione tecnica per cui
"Wakefield" è stato considerato esemplare dalla critica per illustrare il metodo compositivo di Hawthorne[iii], e infatti il rapporto fra aneddoto cronachistico con pretese di
verità storica e la sua rielaborazione fictional da parte dell'autore è apertamente discusso dal narratore
stesso all'interno del racconto. Questo modo di procedere, sebbene appaia affascinante al
critico moderno, o meglio ancora modernista, ha spesso invece suscitato reazioni negative, a partire da
quella di Emerson, che paragonava Hawthorne all'ormai proverbiale pasticciere che, invece di dare al cliente
la torta già fatta, gli dice: facciamola insieme. Un residuo di tale atteggiamento negativo è ancora presente
sotto altra forma in quei giudizi che degradano "Wakefield" da racconto a sketch, e in genere in tutte le
discussioni sulla sua classificazione in termini di genere letterario indecise fra tale, sketch, fable,
illustrated idea, ecc., dove comunque si allude a un'incompiutezza o a un'insoddisfacente eterogeneità
formale.[iv] Una spia di questo atteggiamento è la
tendenza a cadere nel tranello, del resto ben teso, di identificare il narratore con l'autore, e quindi di
sottovalutare la cornice della storia, come se non fosse anch'essa fiction, come se non fosse a sua volta
elemento di una trama narrativa più ampia, dove la storia interna, che ha come protagonista Wakefield,
acquista significato e rilievo solo in confronto e complementarmente all'atteggiamento e diciamo pure
all'azione, anch'essi genuinamente fictional del narratore, che infatti non è narratore onnisciente, bensì
agisce piuttosto in funzione di histor, cioè di colui che, come lo storico, cerca di chiarire le circostanze
più plausibili di un evento, discriminando fra gli elementi a disposizione e fra le possibili versioni e
interpretazioni di esso. Il narratore non va quindi identificato con Hawthorne, né in quanto
persona storica e nemmeno come implied author, poiché, rispetto all'opera, l'autore è anch'egli un
osservatore esterno, collocabile quindi in una posizione più vicina a quella del lettore. E questa struttura
più ampia non è nemmeno soltanto, come pure è stato giustamente detto[v], il racconto di come si scrive un racconto, ma anche la storia di
un conflitto fra i personaggi, fra i quali va incluso il narratore, che, pur operanti su piani diversi di
realtà, essendo ciascuno la creazione immaginativa del rispettivo osservatore e interprete, come vedremo si
disporranno alla fine, nella visione onnicomprensiva del lettore, come sequenza di posizioni di una realtà
ideologica in evoluzione. Ciò che abbiamo chiamato story, ma è più preciso definire modello
narrativo -come del resto l'espressione “abstractedly stated”, già citata, mirabilmente suggerisce - è
esposto immediatamente nel primo periodo del racconto, nella proposizione: “a man who absented himself for a
long time from his wife”[vi]; ma nello stesso paragrafo questo
modello viene subito ampliato in una seconda versione, e vengono indicate le differenze essenziali fra queste
due ricostruzioni sintetiche della vicenda: dal modello narrativo si giunge al plot mediante un elemento
trasformativo che consiste in “a proper distinction of circumstances”, e ciò che nell'esposizione astratta
del modello è “not very uncommon” può diventare allora nelle versioni successive qualcosa “to be condemned...
as naughty or nonsensical” (p. 80). Come si vede,
secondo il narratore il chiarimento delle circostanze che permette il passaggio dalla fabula all'intreccio
già anticipa anche la formulazione di quel giudizio etico che anima la pretesa morale che il narratore
promette di dare “neatly and condensed”, bell'e pronta e condensata, nell'ultimo periodo del suo racconto.
La morale della favola da lui proposta, come si sa, è una morale punitiva e conformistica: è un avvertimento
minaccioso a non abbandonare il proprio ruolo sociale, il proprio posto nel mondo, e impone agli avvenimenti
un'interpretazione che si può definire e riassumere nello schema del cacciatore cacciato, o dell’“arroseur
arrosé”, per usare un titolo archetipico. Ma come si perviene a questa morale? E perché si
rende necessaria la terza e definitiva versione della storia? Da un lato i limiti stessi dello schema
narrativo impongono che per acquisire profondità e spessore la vicenda sia specificata in tutti i suoi
dettagli, che il lettore può percepire soltanto nella fruizione completa del discorso. La stessa morale
conclusiva ad esempio si arricchirà allora di significato, concretizzandosi in quella teoria dell'ordine
universale, rigidamente organizzato in sistema di sistemi, perfettamente combacianti e interconnessi, che
estende a meccanismo metafisico il modello socio-culturale della famiglia. Ma la causa, per
così dire, efficiente del racconto è una ricerca di verità, perché ciò che si presenta come tale sul giornale
resta in realtà opaco alla comprensione. Wakefield si confina nel suo esilio volontario senza l'ombra di una
ragione: “without a shadow of a reason for such self-banishment”. Ecco allora che l'invenzione e la finzione
soccorrono a integrare il documento storico, in quella funzione che Fink ha chiamato “testimone
dell'immaginario”[vii], e che per Hawthorne è passione
meditativa, con quali risultati chiarificatori tuttavia in questo caso non è facile dire, perché proprio qui
si vede come per Hawthorne l'interesse tipicamente romantico per ciò che è strano e oscuro non può
autodistruggersi nella razionalizzazione, né sa autoesaltarsi nella self- reliance trascendentalista, perciò
la passione meditativa, mentre reagisce come un sismografo sensibile a quegli impulsi che sommuovono le
profondità del cuore umano, ne interpreta la traccia con l'atavica diffidenza dei puritani per la natura
umana, che nel caso specifico si manifesta in spietata derisione della convulsa e confusa ribellione di
Wakefield. Di fronte alla notizia di cronaca l'animo del narratore è infatti diviso fra
simpatia e condanna: un cauto scetticismo trapela nell'enunciazione della pretesa veridicità del fatto che
viene riferito come vero, “told as truth” (p. 80); successivamente invece si convince che la storia deve
essere vera: “it has often recurred... with a sense that the story must be true” (p. 80). Questo
convincimento è il prodotto del desiderio, che gli concede e si concede di rivivere con l'immaginazione
questo atto di “delinquenza coniugale”, garantito dalla possibilità di attribuirlo a un altro, mentre riserva
per sé il ruolo di moralizzatore: “We know, each for himself, that none of us would perpetrate such a folly,
yet feel as if some other might” (p. 80). Si ammette insomma che ciascuno di noi, leggendo la
storia di Wakefield, desidererebbe fare ciò che egli ha fatto, senza averne però il coraggio; perciò questa
possibilità suscita una simpatia che viene qualificata con l'aggettivo “generoso”. “Generous sympathies” è
l'espressione usata anche da Coverdale, in The Blithedale Romance, per descrivere l'impulso che lo spinge a
vivere nella vita altrui[viii], ma è la generosità inattendibile
della parte repressiva di noi verso la fantasia e il desiderio. Questa è la motivazione che spinge il
narratore a desiderare che la storia di Wakefield sia vera, fino a volersi identificare con lui. Ma se e come
questa identificazione avvenga è problematico, perché l'io diviso, non solo paralizza Wakefield in una
irresolutezza inspiegata, nodo non sciolto ma reciso alla fine dal colpo di spada di una spiegazione
metafisica, ma ne neutralizza sin dall'inizio ogni velleità, inserendolo nel “ferreo tessuto”, non solo come
dice il narratore, “della necessità”, ma anche di quella catena voyeuristica che è un'altra peculiarità
strutturale, decisiva per la decifrazione del racconto. Nel racconto abbiamo infatti tre personaggi:
la moglie di Wakefield, Wakefield stesso e il narratore. Fra di essi vi è una gerarchia articolata in termini
di ironia drammatica, perché Wakefield osserva non visto la moglie, mentre è a sua volta osservato dal
narratore; quest'ultimo si trova peraltro nella medesima posizione di inferiorità ironica rispetto al
lettore che osserva la sua strategia narrativa. Lettore ¯ Narratore ¯ Wakefield ¯ Moglie Il fine di tale strategia narrativa è
l'indagine dell'animo umano, nel caso concreto dell'animo di Wakefield, per decifrare le motivazioni della
sua bizzarria, ed è questione gravida di sensi, che in modo più o meno esplicito si fanno materia
dell'organismo narrativo. In primo luogo l'indagine della propria anima ha valore come processo di
autocomprensione e autoanalisi nella teologia e nella pratica puritana, quando mira a raggiungere la
coscienza della propria elezione, e tende a essere istituzionalizzata in una sorta di casistica, che fissa le
tappe del percorso verso la conversione, nelle opere di William Perkins e Thomas Hooker[ix]. Sebbene il significato della storia di Wakefield
si possa far rientrare perfettamente nello schema della teologia calvinista, secondo il quale la natura umana
irrimediabilmente depravata tende inevitabilmente al male, mentre la salvezza, come appunto il ritorno di
Wakefield, è opera di una grazia divina elargita del tutto immeritatamente, resta tuttavia preciso dovere
dell'uomo l'esercizio delle sue facoltà, e segnatamente della ragione, per preparare la conversione con una
costante autoanalisi introspettiva, della cui esperienza il santo deve testimoniare nella comunità.
L'incapacità di compiere questo tipo di indagine introspettiva è precisamente ciò che viene
imputato a Wakefield, la cui disavventura dipende dall'insufficiente concentrazione di energia volitiva, per
mancanza di comprensione delle proprie propensioni pratiche e spirituali. In lui la debolezza del mind si
ripercuote in mancanza di will, e quindi in una situazione di disordine e incoerenza interiore che allude
alla confusione che, nell'epoca di Hawthorne, regna fra i dati dell'antropologia puritana, almeno nel
pensiero di chi, come l'autore, si rende con to delle trasformazioni subite da questo modello antropologico.
Al contrario il narratore, nella sua rielaborazione del dato cronachistico, si sostituisce a
Wakefield per fornire quella capacità introspettiva che questi non possiede, chinandosi egli stesso
sull'abisso dell'animo umano. Ma sull'abisso dell'animo di chi, nella fattispecie? Giacché egli non può
che proiettare nel personaggio motivazioni psicologiche e morali che sono sue proprie: “We are free to shape
out our own idea, and call it by his name” (p. 81); e infatti la sua presenza interpretativa non viene mai
meno per tutto il racconto, e ogni fase della vicenda viene introdotta da espressioni come: “Let us now
imagine...” (p. 81), “I conceive, also, that...” (p. 87) e simili. Nel far ciò egli mette in
luce una problematica complessa che, come vedremo, annovera fra le sue componenti l'alienazione atomizzante
della vita nella metropoli - che è una delle forme del sublime romantico (vedi l'identica situazione nel
Prelude di Wordsworth) - una forte connotazione vampiristica che contamina più o meno esplicitamente il
rapporto voyeuristico fra Wakefield e la moglie e, come si è già accennato, una metafisica del fato come
ordine delle connessioni universali, dai cui ingranaggi scaturisce la punizione di Wakefield e anche la sua
inattesa redenzione. Sebbene osservazione e simpatia, come si è visto, siano spesso associate
nelle dichiarazioni dei personaggi di Hawthorne, e Hawthorne stesso nella prefazione a The Snow-Image and
Other Twice-Told Tales (1851) scriverà che egli vuole esplorare le regioni oscure della natura umana “as well
by the tact of sympathy as by the light of observation”[x], non è detto che l'osservazione sia permeata di simpatia. E
infatti la catena di ironie che lega qui i personaggi è una catena di antipatia e incomprensione, che
naturalmente è l'artifizio strutturale più adeguato ad esprimere la morale del cacciatore cacciato, e
determina anche l'atmosfera del racconto. La superiorità di ciascun osservatore impedisce
infatti ogni reale partecipazione al dramma delle rispettive vittime: Wakefield contempla le fasi
dell'avvizzimento fisico e spirituale della moglie con morbosa deliberazione; il narratore a sua volta, alla
fine di una volenterosa e forse tormentosa meditazione, lascia indirettamente trapelare la sua impotenza “to
trace out the effect of such circumstances on [Wakefield's] heart and intellect, separately, and in unison”
(p. 87). In un certo senso possiamo dire che egli ha perso la sfida introspettiva che il fatto di cronaca gli
proponeva come oggetto di meditazione. Di passaggio diremo allora che questa è anche la
ragione per cui, secondo noi, non è appropriato richiamarsi a Kafka, come ha fatto Borges[xi], per descrivere la condizione di Wakefield, almeno nel modo in
cui è narrata. Perché Hawthorne sa bene, e lo scrive al direttore del Sargent's Monthly Magazine nel 1842,
che ciò che conta in un racconto non è il fatto, la situazione, ma il modo in cui il fatto è narrato[xii]. E qui il racconto è costruito in modo tale che il lettore non
vive angosciosamente dall'interno una di quelle situazioni allucinanti dette appunto kafkiane, poiché per
quanto si sforzi di penetrare nell’animo di Wakefield, il narratore vi rimane emotivamente estraneo ed
ostile, e invece dell’angoscia ci comunica infatti il suo scherno e la sua derisione. È come se la vicenda
del Castello non fosse vissuta dalla parte dell’agrimensore K., ma fosse narrata, con continui interventi
derisori ai danni di K., da uno dei signori del castello.
Ciononostante, tuttavia il lettore si trova a capo di una catena telescopica, ogni stadio della quale
offre un esempio di osservazione, sia pure scettica e ostile, o moralmente insana, ma comunque significativa.
La posizione di Wakefield è il ritiro colpevole in una vita dimidiata e segreta, tema ricorrente e, come
sappiamo, non privo di riferimenti biografici nell’opera di Hawthorne, essa stessa incerto tentativo di
stabilire un rapporto non irreale e meramente voyeuristico col mondo.
Quello di Wakefield è un ritiro peccaminoso, mondanamente definibile tra le coordinate
della follia e dell’immoralità: è un atto di “marital delinquency”, che sottrae l’individuo ai doveri verso
la comunità, intesa principalmente come matrimonio e famiglia, cui si contrappone la vita metropolitana, che
promuove quell’anonimato in cui Wakefield precipita allorché esce dal proprio ruolo. Allontanandosi dalla
moglie, Wakefield corre verso l’annullamento della propria individualità, e ne è salvato in un certo senso
proprio dal narratore, che lo rincorre per non perderlo di vista prima che sparisca nella grande massa della
vita londinese: “We must hurry after him along the street, ere he lose his individuality and melt into the
great mass of London life” (p.82). Il matrimonio si
presenta perciò come il modello di rapporto significativo dell’individuo col mondo, una difesa contro il caos
incomprensibile della città, dove Wakefield, pur essendo il vicino di sua moglie, diventa, come dice
Wordsworth sconcertato di fronte alle stesse masse londinesi, un prossimo che non è più prossimo: " Above
all, one thought/ Baffled my understanding: how men lived/ Even next-door neighbours, as we say, yet still/
Strangers, not knowing each the other's name". (Prelude, 7.115-18). È la scoperta dell'alienazione moderna
fatta dai romantici ed espressa attraverso il sublime. L 'alienazione è sempre conseguenza del crollo di
strutture significative, e il sublime, come ha dimostrato Thomas Weiskel in un ottimo libro sul sublime
romantico[xiii], scaturisce quando una realtà diventa
incomprensibile. Esso si frappone allora come qualcosa che media fra l'uomo e la realtà non più
immediatamente comprensibile. Questa
incomprensibilità del mondo moderno si riflette nel comportamento di Wakefield, le cui incertezze non sono
più definibili con le categorie tradizionali e puritane delle facoltà umane sviate dal peccato ma, più simili
a quei sentimenti filosofici più moderni e secolari che sono la noia e l'ansia, sono il correlativo
affettivo di una discontinuità semiotica e ideologica. Più direttamente Melville dirà che ci sono “linked
analogies”[xiv] fra l'animo dell'uomo e le
strutture significative dell'universo. Di qui l'assurdo di un'osservazione del mondo che è introversione
spirituale, una sorta di anemia affettiva che, senza spezzare definitivamente la partecipazione di Wakefield
all'esistenza altrui, riduce il rapporto col mondo a un paralizzante sadismo voyeuristico che si compiace di
osservare gli effetti distruttivi della sua assenza.
Potremmo cominciare ad anticipare la conclusione dicendo che la meditazione di Hawthorne sembra pervenire
qui alla scoperta di una specie di lacaniano "complesso di intrusione", che pone l'aggressività narcisistica
a fondamento ontologico del rapporto sociale, e soprattutto, come vedremo, dell'identificazione dell'Io. Ma
appare intanto chiara anche la componente vampiristica del rapporto di Wakefield con la moglie. Perché quel
personaggio sentimentalmente anemico che identifica se stesso specchiandosi nell'immagine della sua assenza
è un vampiro. Ed è un vampiro nel modo più classico perché è un morto vivente. Ci viene infatti detto che
egli ha perso il suo posto fra i vivi senza essere stato ammesso fra i morti: "he had happened... to give up
his place and privileges with living men, without being admitted among the dead " (p. 87). La sua vera dimora
è la tomba: " Stay Wakefield! Would you go to the sole home that it left you? Then step into your grave! "
(p. 88). Si sa che il vampiro non deve essere
necessariamente rappresentato con gli incisivi ipersviluppati grondanti di sangue, ma è semplicemente chi
sfrutta in qualche modo sinistro un trasferimento di energia vitale che consuma la vitalità della vittima a
vantaggio della propria.[xv] E infatti Wakefield è colui che rimane
fermo nel tempo e soggettivamente immutato: "He would... deem himself the same man as ever", mentre il suo
sguardo consuma la salute, il tempo e la vita della moglie. Dal momento della sua partenza egli si ritira
infatti in un mondo parallelo, che insieme al narratore possiamo chiamare follia, ove vige però una specie di
teoria della relatività; si ritira cioè in un tempo soggettivo dove vent'anni non sono più lunghi di una
settimana, poiché egli vive perennemente ad un sol giorno dal suo ritorno: "he would keep saying, 'I shall
soon go back!' - nor reflect that he had been saying so for twenty years" (p. 87).
Attraverso un legame spettrale e aggressivo egli continua così a trarre dal rapporto matrimoniale una ragione
d'esistere che gli permette di non svanire definitivamente nell'alienazione cittadina, e di rimanere a
portata del braccio secolare di quel meccanismo metafisico che lo reintegrerà benignamente al suo posto,
seppure dopo un'esclusione di vent'anni. Peraltro
se Wakefield identifica se stesso specchiandosi nell'immagine della sua assenza, il narratore identifica se
stesso nella derisione-negazione dell'immagine di Wakefield, in un racconto da cui emerge tutta la doppiezza
della sua posizione. Poiché egli osserva, con un atteggiamento misto di scherno e commiserazione moralistica,
la follia del suo personaggio, ma di fatto è colui che riempie la struttura vuota della fabula. E la colma di
una morale che ha come fondamento l'idea che l'uomo è in balìa di un destino il cui significato gli sfugge,
un destino che il narratore tende a interpretare come provvidenziale custode di un ordine metafisico, ma che
invece, come il comportamento alla fine ancora inspiegato di Wakefield testimonia, è una necessità misteriosa
che fra matrimonio e alienazione metropolitana, vale adire fra noia e ansia, comincia a essere vissuta come
assurda.
Nel tentativo di imporre un
ordine all'apparente confusione di quello che resta peraltro un mondo misterioso: "the seeming confusion of
our mysterious world" (p. 88), matrimonio e alienazione metropolitana vengono presentati come facce della
stessa medaglia, zone inter- dipendenti di una cosmologia etica come paradiso e inferno, giardino edenico il
matrimonio, come Hawthorne suggerisce nella prefazione a Mosses from an Old Manse, wilderness, terra desolata
la vita moderna nella città. Questa configurazione dimostra come la derisione tenda a
demonizzare il sublime e a capovolgerlo in bathos sull'asse verticale di una assiologia retorica. La
ridicolizzazione di Wakefield è una strategia difensiva contro l'ansia del nulla, cioè di quell'assenza, di
quel vuoto che Wakefield ha provocato con la sua fuga e che il narratore si affretta a richiudere: "It is
perilous to make a chasm in human affections; not that they gape so long and wide - but so quickly close
again! " (p. 83). E quell'ambiguità che in altri racconti Hawthorne crea lasciando
sapientemente aperta una spiegazione sia naturale che sovrannaturale dei fatti[xvi], è qui raggiunta per altra via incentrandosi sulle vere
motivazioni che paralizzano la volontà di Wakefield e il vero significato della sua avventura. È una
punizione subita, un esilio purgatoriale? O una ventennale resistenza a un destino conformistico che tramite
il braccio secolare dell'abitudine e del turbamento meteorologico lo riafferra infine per relegarlo
definitivamente nella sua prigione? Il narratore non ha dubbi, egli inventa le ragioni della
bizzarria di Wakefield adeguandole a un intento pedagogico. Per lui quella di Wakefield è una caduta verso
l'esclusione, è l'isolamento dell'anticonformista che ha osato sottrarsi al ruolo di buon marito fissato
per lui, e il temporale che lo riporta a casa è uno scossone naturale impresso alla città, alla situazione,
allo stato dell'universo, così che la piccola rotellina smarrita in un angolo che è Wakefield rotoli di
nuovo al suo posto, nella sua nicchia, nella sua casa accanto alla moglie e al caminetto. Tuttavia all'osservazione del lettore che si dispone ad
accogliere questa interpretazione egli interventi derisori con un distacco altrettanto sarcastico, è evidente
la possibilità di giudicare la morale della favola non come esortazione a non sottrarsi alle proprie
responsabilità comunitarie, a non rompere un modello di vita minacciato dalla massificazione, bensì come
esorcismo del narratore che nega quelle aspirazioni liberatorie, inarticolate dalla debolezza della
personalità di Wakefield, che la lettura del fatto di cronaca ha risvegliato nell'abisso del suo animo.
Se dunque il narratore che deride la
follia di Wakefield si pone ideologicamente accanto alla moglie, rivendicando l'eticità della vita accanto a
lei, il lettore può utilizzare a sua volta il vantaggio ironico della sua posizione onnicomprensiva e
simpatizzare con la fuga di Wakefield. Questa fuga apparirà allora come desiderio fantasticato e deplorato
dal narratore stesso che rifiuta di vedere in Wakefield lo specchio rivelatore in cui si proietta la parte
inaccettabile di sé. In questo modo si riproduce, se
vogliamo, quella scena di identificazione primaria, che Lacan chiama appunto "fase dello specchio", che
conferisce all'io una struttura per cui esso entra in rivalità con se stesso.[xvii] L 'introspezione, già puritana, si scopre così
autoriconoscimento del soggetto nell'antagonismo voyeuristico con l'altro se stesso. In questo modo si
svela e si realizza la funzione dell'immaginario, e adesso sappiamo perché è stata scritta la terza versione
della storia: perché solo nel rapporto erotico con un'immagine alienante di sé si costituisce la
personalità, e solo nella divisione si apprende la forma totale dell'io. Questo apprendimento percorre itinerari introspettivi non più
lineari; infatti se dividiamo lo spazio ideologico in due parti, e poniamo da un lato la moglie e dall'altro
Wakefield, il narratore si pone dalla parte della moglie e il lettore dalla parte di Wakefield; e se si tiene
conto che ciascun osservatore è ironicamente superiore agli altri e ha una visione più ampia e comprensiva,
invece di una catena lineare avremo il disegno di una spirale:
Nel gioco di rimandi ironici fra
punti di vista di ampiezza progressivamente maggiore, paralleli al complicarsi degli itinerari introspettivi
e all'ampliarsi della narrazione in versioni progressivamente più dettagliate, si svela così un diagramma
evolutivo che è il luogo dei punti che sono fermenti di una visione del mondo che sta trasformando e
rifiutando i contenuti della teologia e della morale puritana, ma ne adegua e riutilizza i meccanismi
culturali profondi per percepire e manifestare i sintomi dell'alienazione moderna e il disagio di una nuova
civiltà.
Note [i] N. Hawthorne, Selected Tales & Sketches,
Introduction by H.H. Waggoner, Holt, Rinehart & Winston, New York, 1964 p.80. D'ora in poi le citazioni si
intendono riferite a questa edizione. Per una storia della critica a "Wakefield", vedi Lea Bertani Vozar
Newman, A Reader's Guide to the Short Stories of N.H., G.K. Hall, Boston,1979.
[ii] Cfr.
Cesare Segre, " Analisi del racconto. Logica narrativa e tempo", in Le strutture e il tempo, Torino, Einaudi,
1974. [iii] H.H. Waggoner, Hawthorne, Harvard U.P., Cambridge, Mass., (1955)
1971. p. 75. [iv] T. Walsh
"'Wakefield' and Hawthorne's Illustrated Ideas: A Study in Form." Emerson Society Quarterly, 25, 1961, pp.
29-36. Gardner & Dunlap, The Forms of Fiction, New York 1962. Martin Green, "The Hawthorne Myth: A Protest"
in Re-appraisals, London 1963, pp.61-86. K. Dauber, Rediscovering Hawthorne, Princeton, 1977. [v] J Donald Crowley,
Nathaniel Hawthorne, London, 1971, p. 52. [vi]Sulla possibilità di considerare una proposizione di questo tipo almeno una
sequenza elementare di racconto vedi Gerald Prince, A Grammar of Stories, The Hague, 1973; Claude Bremond,
Logica del racconto (1973), Milano, 1977; Ian Reid, The Short Story, London, 1977. [vii] G. Fink, I testimoni dell'immaginario: tecniche narrative
dell'Ottocento americano. Roma. 1978. [viii] The Centenary Edition of the Works of N.H., III eds. W.
Charvat, R.H. Pearce, C. Simpson, Columbus. p. 160.
[ix] Cfr. Norman Petitt, The Heart Prepared:
Grace and Conversion in Puritan Spiritual Life, New Haven, 1966.
[x] In N. Hawthorne, Selected Tales and
Sketches, op. cit., p.408. [xi] J.L. Borges,
Otras Inquisiciones, Buenos Aires, Emece, 1960, tr. it. di Francesco Tentori Montalto, Milano. Feltrinelli,
1963.
[xii] Citato in Waggoner, op. cit., p. 30.
[xiii] Thomas Weiskel, The Romantic Sublime:
Studies in the Structure and Psychology of Transcendence, Johns Hopkins U.P., Baltimore, 1976. [xiv] Moby-Dick, L.S. Mansfield and H.P. Vincent eds., New York, 1962,
cap. 70, "The Sphynx", p. 310. [xv] J. B. Twitchell, The Living Dead: A Study of the Vampire in
Romantic Literature, Durham, N.C., 1981. Vedi anche P. Penzoldt, The Supernatural in Fiction, New York
(1952), 1965, pp. 37-40. [xvi] Cfr. M. Pagnini, "Struttura semantica del grande simbolismo
americano", Critica della funzionalità, Torino, 1970. [xvii] J. Lacan, "L'aggressività in psicoanalisi" (1948); "Lo stadio
dello specchio come formatore della funzione dell'io" (1949), in Scritti, a cura di Giacomo Contri, Torino,
Einaudi, 1974
|