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Nell'universo senza memoria dell'accelerazione mediatica, arrivare in ritardo
sull'attualità è l'ultimo modo per ricordare di T.T.Waring
Verso la fine dell’800, nell’Estetismo e nel Decadentismo, si manifestarono
atteggiamenti culturali che prefiguravano alcuni tratti della postmodernità, caratterizzanti la fine del
secolo successivo. Per esempio l’elogio della menzogna prefigura la realtà come finzione, la critica come
opera d’arte anticipa la lettura come riscrittura, l’esotismo precorre la contaminazione interculturale.
Il postmoderno a sua volta sembra nascere sulla coscienza della propria precarietà e sull’incapacità o il
rifiuto di ipotizzare un’antropologia del futuro. Infatti un’altra analogia rilevante, tra i due passaggi di
secolo, è che ciò che appariva decadenza alla fine del 19° secolo, appena inizia il secolo successivo, cambia
nome e diventa avanguardia e modernismo. È anche vero che il senso di un mutamento epocale viene
percepito più nettamente dopo la Prima Guerra Mondiale e il crollo degli Imperi Centrali. Alla fine del ‘900
il crollo epocale è quello del Muro di Berlino nell’89, che chiude in anticipo il cosiddetto “secolo breve”,
e porta tutta una serie di guerre “glocali”, (conseguenze locali della globalizzazione), come quelle della
Cecenia e dei Balcani. Con l’inizio del 21° secolo, tutto ciò che prima era disgregazione e cultura
della fine, cambia di segno e, per quanto controverso, si converte e si apre come orizzonte dell’inizio.
Tecnologia e globalizzazione non sono più affrontate in una prospettiva di confronto col passato, per
evidenziare i danni arrecati ai modelli di un umanesimo idealizzato, ma sono discusse per calcolare vantaggi
e svantaggi della loro inevitabilità. Anche i movimenti anti-globalizzazione sono in realtà portatori di
istanze di classe del nuovo proletariato tecnico-intellettuale dei paesi sviluppati, che cominciano a temere
a loro volta di perdere la remunerazione del lavoro deterritorializzato. Il postmoderno era una
prospettiva storica appiattita sull’eterno presente e sulla mancanza di strutturazioni gerarchiche men che
fluide. Scemato ogni fondamento d’autorità, l'attenzione ordinativa ne cerca traccia nella disseminazione
cronologica del calendario. La fine della storia lineare conferiva al tempo un nuovo tipo di ciclicità, che
riaffiorava in forma d’anniversari, perché il passato non era più riutilizzabile, se non per una celebrazione
cultuale mercificata, dalle commemorazioni ai convegni, dalle mostre alle t-shirt. La fine del 20°
secolo è infatti affollata di commemorazioni che mercificano ciò che resta della storia, escogitando eventi e
spalmando cultura su ogni luogo, ma non vede l’ora di voltar pagina. La celebrazione dell’Anno Duemila, come
falso inizio del nuovo millennio, è un fraintendimento sintomatico della fretta di finire un’epoca che non
sopporta di aver elaborato la coscienza della propria obsolescenza. Lo spartiacque del millennio vede
il mutare del significato degli eventi, nel passaggio dagli anniversari commemorativi, volti a lucrare sul
passato, alla ricorrenza di nuovi momenti di ritualità pubblica, volti a far emergere il futuro. I G8
diventano il primo esempio di corsa alla visibilità per l’avvenire, vetrine in cui giustamente tutti vogliono
entrare, o per erigersi a costruttori del nuovo ordine planetario, o per cercare di condizionarlo. In
questo rinnovarsi di paradigmi economici e culturali, la visibilità del sangue, sfuggita di mano ai presunti
maghi-padroni della comunicazione, segna anche la fine di quella teorizzazione postmoderna che predicava
l’onnipotenza derealizzante dei simulacri. La concretezza dei morti e la vicinanza degli orrori (Genova non è
Seattle, almeno per gli europei) toglie spazio al potere della manipolazione, e rompe le vetrine metaforiche,
più di quelle reali.
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