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Nell'universo senza
memoria dell'accelerazione mediatica, arrivare in ritardo sull'attualità è l'ultimo modo per
ricordare di Leonardo Terzo Il fatto che l’informazione
giornalistica e i programmi televisivi siano stati dedicati all’attentato di NY per oltre una settimana, apre
uno scenario significativo per la comprensione della comunicazione contemporanea. Si verifica il caso che
l’inarrestabile flusso di notizie ha trovato un modo di arrestarsi sul medesimo evento pur continuando a
fluire. Ciò è stato ottenuto con la riproposizione continua delle stesse immagini e la ripetizione
incantatoria delle stesse chiacchiere. È in questo modo che ci si è sottratti sia alla durata effimera della
validità di tutte le notizie, sia all’incredulità simulacrale connessa all’inautenticità di cui ogni immagine
si vuole sia contaminata sin dall’emittenza. Un’insistenza di questo tipo è normalmente il regime
proprio del bombardamento degli spot pubblicitari, equivalente a ciò che, nei paesi sottoposti a poteri
autoritari, è il regime della propaganda del partito unico. Non a caso in Italia tale insistenza appare meno
inattesa e più naturale su quella parte di canali dell’emittenza privata dove la comunicazione ha già
normalmente un andamento di reiterazione di pochi concetti ben martellati nell’ascolto degli adepti, o in
quei programmi come Porta a porta, che hanno acquisito una funzione di sottintesa ufficialità della
propaganda esplicita dei poteri di turno, sintetizzati dall’illuminante eufemismo servile “editore di
riferimento”. A dire il vero qualcosa di simile si era già subodorato nel caso della reiterazione di
un medesimo tema, il culto magico e popolare di Padre Pio, in versioni molteplici, ma presentate nello stesso
lasso breve di tempo, così da procurare un senso d’incredula asfissia affabulativa. Si tratta infatti di un
personaggio avviato alla beatificazione in corsia preferenziale, per mettere l’attualità santificatoria della
chiesa al passo con la rapidità comunicativa del mondo contemporaneo. Di solito le informazioni
competono tra di loro per diventare sempre più vendibili, e per sovrapporsi le une alle altre nello spazio
limitato dei notiziari nelle varie fasce d’ascolto. In questo caso, nonostante l’estensione dei tempi
assegnati ai notiziari, si è dovuto subire lo spreco di ciò che, in situazioni usuali, avrebbe tenuto
validamente le prime pagine. Si è dovuto così mettere un involontario silenziatore al contemporaneo
rimbombo di altri eventi notiziabili, altrimenti suscettibili di orge di sensazionalismo pietistico o
aggressivo, per esempio intorno al bambino soffocato dai rapinatori (extracomunitari, ma forse no), sui
nubifragi che hanno distrutto buona parte di una grande città (sebbene a conduzione municipale non
governativa), o sugli scontri di treni (peraltro ormai passati di moda rispetto ad un paio d’anni fa,
nonostante un maggior numero di vittime). L’insieme di queste circostanze ci permette di intravedere
l’applicazione di un principio di pragmatica comunicativa, forse inedito, consistente nel capovolgimento
della politica tradizionale della pubblicità. Quest’ultima consiste nell’ottenere, con la ripetizione
ininterrotta, due cose: l’abbassamento del livello di consapevolezza che la pubblicità è finzione iperbolica,
così da assimilarla per assuefazione alla dimensione della quotidianità vissuta, e la riduzione della
comprensione dei messaggi pubblicitari a livello di riflesso condizionato. Ora invece l’insistenza
dell’immagine, la maniacalità della documentazione totalizzante, da tutti i lati, delle torri colpite e
incendiate, e crollanti e crollate, e mancanti dallo skyline panoramico della città (con rivalutazione della
cartolina, divenuta in un attimo reperto storico invece che oggetto d’uso di massa) viene incontro ad un
bisogno opposto: la necessità di credere che il fantasticato spettacolare non è più oggetto privilegiato
della finzione, ma può essere offerto e vantato anche dalla cronaca. Il Pentagono infatti non ha avuto eguale
successo per carenza di spettacolo, e l’aereo caduto in Pennsylvania è rimasto pressoché ignorato perché
invisibile. La vecchia battuta di Wilde che la vita imita l’arte, diventa la rivincita dei media, che
finalmente possono dire, a coronamento dell’ultimo genere di successo, la real tv, difatti prevalentemente
catastrofico, che ciò che vediamo è vero, che possiamo crederci nonostante la ripetizione televisiva.
In coincidenza col cambio di secolo, in queste occasioni si cerca anche un segno di svolta, per
un’esigenza di rimescolamento delle credenze. Perciò si è subito detto: mai nulla sarà più come prima. Ma la
lezione che emerge dagli eventi ultimi non è nuova, ed è che la verità è catastrofe, e ogni elaborazione del
lutto, in quanto elaborazione, è finzione. E ogni elaborazione del lutto, come ogni programma
d’intrattenimento che, alto o basso che sia, ogni giorno ci distrae da tale verità, si propone di
giustificare il fatto di essere sopravvissuti.
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