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Nell'universo senza memoria dell'accelerazione mediatica, arrivare in ritardo
sull'attualità è l'ultimo modo per ricordare di T.T.Waring Leonardo
Terzo Nella prospettiva ideologica e strategica che gli Stati Uniti si trovano
attualmente ad affrontare, emerge una contraddizione. Il terrorismo che ha distrutto le Torri di New York ha
colpito - si dice - il centro del sistema; ma ora che si cerca il nemico, questi sembra aver approfittato,
meglio degli americani, del decentramento postmoderno. Nella sua irreperibilità si riscontrano infatti gli
effetti di quella deterritorializzazione globale, razionalizzata e resa possibile dalla telematica.
Sembra infatti che il nemico sia allo stesso tempo infiltrato dappertutto, attraverso le sue
multinazionali, e non rintracciabile in nessun luogo determinato; dissoltosi nelle aspre e indistinguibili
desolazioni del continente sub-asiatico, non meno che nell’anonimato delle scatole cinesi e dei paradisi
fiscali off shore, disseminati nel mondo, Europa ed America comprese. La guerra contro questo nemico
invisibile è stata auspicata, più che dichiarata, in attesa di reperire un bersaglio reale oltre a quello
fantasmatico, non per niente a suo tempo denominato dagli inglesi: “l'astuto afgano”, e ora dagli americani:
Osama bin Laden. Staremo a vedere nei prossimi giorni. O mesi? O anni? Tutto ciò induce però ad una
riflessione sui paradossi della condizione tecnologica contemporanea. Sembra, infatti, che la
decentralizzazione reticolare, nuova dimensione globalizzante, culmine dell’epistemologia postmoderna, sia
egualmente possibile a livello di tecnologia ipermoderna e a livello di arretratezza desertica. Invece
gli Stati Uniti, luogo della civiltà materiale più avanzata, non sono ancora riusciti a liberarsi della
localizzazione dei valori, e dunque restano vulnerabili alla visione “cardiologica” della centralità.
Manhattan è ancora romanticamente legata alla vita reale, non ha saputo smaterializzarsi e dissolversi nella
virtualità. Non si capisce se questo è un peccato d’arretratezza etica e scientifica o di romanticismo
materialistico. Materialità e simbolicità, spazio reale e virtuale volgono e si convertono l’uno nell’altro
in una sorta di epistemico anello di Moebius. La borsa di Wall Street è stata chiusa, e questo è
assurdo, se si pensa che la rete telematica è un’invenzione militare, escogitata per sottrarsi ad eventuali
attacchi miranti a paralizzare il centro direttivo delle operazioni strategiche. Con ciò si è visto che il
centro non è più principalmente militare, ma finanziario; ma che non ha saputo ancora sottrarsi all’idea, più
simbolicamente che effettivamente rilevante, che le funzioni mercantili debbano convergere in uno spazio
preciso, in un “luogo delle contrattazioni”, come se fossimo ancora agli albori dell’economia borghese.
La smaterializzazione, predicata e temuta da tanti discorsi sulle caratteristiche della civiltà
noosferica, non si è invece ancora realizzata appieno, e questa si è rivelata la debolezza del sistema. È una
debolezza dovuta all’attaccamento al passato, a quell’attaccamento al significato simbolico delle cose e dei
luoghi, normalmente connesso alle tradizioni e alle religioni: non per niente Israeliani e Palestinesi
continuano a morire per contendersi pochi palmi di terra che, materialisticamente, in un qualsiasi altro
luogo del pianeta, essi potrebbero occupare pacificamente. L’altro possibile motivo della mancata
smaterializzazione è forse l’esibizionismo che, nell’erezione di monumenti visibili, esibisce di proposito al
nemico un possibile bersaglio, per umiliarlo con la sua superiorità, come un guerriero medievale che accetta
di combattere senza corazza, o come un pugile che accetta inconsciamente di combattere con una mano sola.
Ora tra le proposte avanzate per riempire il vuoto del “ground zero”, c’è anche quella di alcuni artisti
elettronici internazionali, che consiste nel ricreare le due torri gemelle nello stesso posto, ma non
d’acciaio e di vetro come prima, bensì come ologrammi proiettati nel cielo. Teoricamente è una proposta
significativa, perché soddisfa il feticismo simbolico ed esibizionistico ereditato dai secoli scorsi,
conciliandolo con l’immaterialità propria di tutte le cose durature del nostro tempo. Insomma, parafrasando
Sade, deluso a suo tempo dalla Rivoluzione Francese: Americani, ancora uno sforzo!
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