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Nell'universo senza memoria
dell'accelerazione mediatica, arrivare in ritardo sull'attualità è l'ultimo modo per
ricordare di Eva Smith
A quasi un mese dall’attacco terroristico
all’America, l’analisi degli effetti economici prodotti da quegli eventi e dalla successiva evoluzione della
situazione politica mondiale galleggia nella più grottesca incertezza. Può darsi che la manifesta
incapacità degli economisti di comprendere e padroneggiare la situazione sia usuale per gli operatori di
quella “scienza”. Tuttavia la possibilità, in questa materia, di formulare ogni ipotesi e insieme anche il
suo esatto contrario risalta ora con più evidenza, perché i cittadini del mondo occidentale hanno lo sguardo
rivolto a questi fatti con più attenzione che in altre circostanze. Dunque si ipotizza che quanto
accaduto possa costituire una seria minaccia alla prosperità della nazione americana e all’economia mondiale,
ma si dice anche che invece l’economia americana si scuoterà immediatamente da questo momento di
paralisi. Si ritiene che quanto avvenuto possa accelerare la recessione, ma anche che non sia affatto
così, perché il prodotto interno lordo non sarà inferiore a quello dell’esercizio precedente. Oppure che la
recessione era già presente e il terrorismo non ne è la causa principale. Oppure si è ottimisti perché
i danni reali sono una percentuale infima nel quadro generale dell’economia, ma vi si contrappone la gravità
degli strascichi psicologici sugli investimenti e sui consumi. Si ribatte che gli effetti psicologici
sfumeranno in breve tempo, ma si potrebbero anche prolungare, se ci fossero altri attentati, oppure per
l’inizio imminente e inevitabile della guerra. Ma la guerra a sua volta non sarà condotta col tradizionale
dispiegamento di forze, e questo la farà passare quasi inosservata e meno dirompente ai fini della
depressione dei consumi. Si dice che le moderne economie hanno a disposizione gli strumenti della
politica monetaria, come il taglio dei tassi, per combattere le recessioni, ma poi si enumerano esempi dove
questi strumenti non hanno funzionato, e il fatto che Greenspan abbia dovuto ricorrervi per otto volte di
seguito (per ora) sembra dimostrarlo. Inoltre la controindicazione di questa politica monetaria è l’aumento
dei prezzi e la possibilità dell’inflazione. Se non funziona la politica monetaria si può ricorrere
agli investimenti in opere pubbliche, come per esempio era previsto dalla propaganda elettorale che ha
mandato la destra al potere in Italia. Ma anche qui abbiamo l’esempio del Giappone che, ricorrendo a tale
strumento, è riuscito a mala pena a non precipitare nella depressione più devastante, ma non ha prodotto una
ripresa economica e in compenso ha ricoperto di cemento la già esigua superficie di quel paese, come del
resto auspica l'attuale ministro dei lavori pubblici. È noto inoltre che una politica di grande
intervento pubblico favorisce, fisiologicamente e non, l’aumento della corruzione, ma questa è l’ultima
preoccupazione dell’attuale governo italiano, che del resto si è già rimangiato nei fatti le promesse
elettorali di sviluppo, taglio delle tasse a tutti e aumento delle pensioni. A parte queste
considerazioni di carattere politico, da un punto di vista strettamente economico un aumento di spesa produce
un aumento del debito pubblico, e gli italiani, delusi dalla borsa, hanno ripreso a rincorrere i bot.
Quando i dati economici degli ultimi anni apparivano pericolosamente anomali rispetto ai parametri usuali,
si ribatteva che la nuova economia non poteva essere misurata con i criteri della vecchia. Ora si teme che il
ritorno al risparmio, dopo lo sgonfiarsi degli eccessi speculativi, non troverebbe adeguata remunerazione e
rimarrebbe inutilizzato per la diminuzione degli investimenti delle imprese. Infine i conflitti,
bellici o solo ideologici e religiosi, potrebbero fermare la globalizzazione, sia rallentando i flussi
migratori necessari allo sviluppo dell’economia europea, come temono gli imprenditori, sia rallentando i
processi d’integrazione multiculturale come temono i movimenti antiglobalisti. Per concludere, dopo
gli atti di terrorismo dell’11 settembre 2001, nulla sarà come prima, eccetto l’assoluta imponderabilità
delle analisi economiche. Lo shock procurato al mondo sembra avere eguali possibilità di dare la spinta
definitiva ad un’economia già sull’orlo del baratro, oppure di essere la scossa salutare che spingerà
l’economia sulla strada di misure coraggiose, capaci di rinnovarla e avviarla a sviluppi impensati. Insomma
non è chiaro se stiamo parlando di economia o di lotteria.
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