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Nell'universo senza memoria dell'accelerazione mediatica, arrivare in ritardo
sull'attualità è l'ultimo modo per ricordare di T.T.Waring
Tutti pronti alla guerra e nessuno a cui sparare! Dal 12 settembre 2001, giorno successivo
all’attacco terroristico, continuano ad accadere una quantità di cose, importanti o meno importanti, nella
vita pubblica e privata di tutti. Tuttavia c’è un inquietante senso d’attesa, nella coscienza di chiunque
vive la propria vita sentendosi parte di una comunità che va oltre la soglia di casa, che fa sembrare che
tutto ciò che ora sta accadendo sia provvisorio e privo di vero significato, una parentesi irreale prima del
ritorno alla consapevolezza e all’equilibrio. Sembra, infatti, che un altro tempo, quello veramente
reale, si sia fermato, in attesa della reazione logica, pratica, sensibile, che l’offesa che tutti abbiamo
ricevuto dovrà inevitabilmente provocare. Questa reazione si chiama guerra. Ma anche “effetto”,
ignoto ma certo, che tutti si aspettano sull’economia mondiale come sulla loro vita quotidiana. Quest’attesa
matura sgradevolmente, come un’incombenza mostruosa, mai voluta e ormai da portare a termine. E solo fatti
che vengano a loro volta percepiti come kayros, conseguenza e compimento altrettanto decisivo di un attentato
epocale, possono “nutrire” e colmare quel vuoto d’intendimento apertosi nel “ground zero” delle
coscienze. Come per giorni, dopo l’attentato, si sono viste le stesse immagini e si sono ripetute le
stesse chiacchiere o poco più, senza in realtà avanzare di un passo nella comprensione autentica di ciò che
ci è accaduto, così ancora adesso non possiamo dire che si sia usciti dallo stupore dello shock,
dall’incapacità di razionalizzare l’impensabile, dal rifiuto di accettare il dolore piovuto nelle famiglie
dei nostri simili per educazione, abitudini, benessere, lingua franca planetaria. Si apprezza la
cautela pratica della strategia militare americana, e se in questo settore, dopo le parole, i fatti sono
temuti, oltre che auspicati, e l’esitazione ci tiene sospesi, ma ci vuole prudenti, in campo economico il
panico e l’incertezza sono insopportabili, nelle imprese ci si prepara a ripianare i deficit, nelle arti ci
si abbandona all’istinto, negli animi ci s’interroga sul proprio destino. Nelle arti si esperisce un
disagio particolare: il senso di futilità della propria funzione, che sembra specifico degli artisti, ma che
riguarda tutti. Ci si chiude nei sensi di colpa, perché vorremmo essere pronti, ma non sappiamo che fare.
Incapace di reggere questa condizione, l’idiota di turno ha sproloquiato di scontro di civiltà e superiorità
culturale. Invece una cosa è certa: occorre affrettarsi prima che l’aggressività introiettata avvisti in noi
stessi l’unico bersaglio su cui sparare.
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