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Nell'universo senza memoria dell'accelerazione mediatica, arrivare in ritardo
sull'attualità è l'ultimo modo per ricordare di Leonardo Terzo
Profeticamente qualcuno aveva già mutato marketing in "warketing", parola che interpretava il marketing
come guerra. Ora va bene per chi interpreta la guerra come marketing. Ma andiamo in ordine. Tra i
cliché autoincensatori della corporazione giornalistica c'è lo slogan: "la prima vittima di una guerra è la
verità". Esso è usato per lamentare veri o presunti impedimenti alla stampa di seguire da vicino i
combattimenti o di accedere a luoghi, documenti, personaggi, coinvolti più o meno direttamente con le
operazioni belliche. È curioso che l'idea di verità venga fatta sopravvivere in questi casi, quando in
filosofia, in politica, in economia e forse persino nella religione, essa non ha più senso e, nel migliore
dei casi, come dice il pragmatista Rorty, è sostituibile con il proseguimento della conversazione.
E in effetti è questo che i giornalisti intendono, quando usano la parola verità: la possibilità di
continuare le loro corrispondenze, fatte al 99,99 per cento di "sentito dire" inventati, inverificati e
inverificabili, per riempire le colonne di fogli stampati da vendere, per far soldi, come in qualsiasi altra
impresa più cosciente di produrre merce e non verità. La verità era sapienziale, l'informazione voleva
essere razionale, la comunicazione è commerciale, la realtà si prefigura virtuale. Si discute ad
esempio se il filmato in cui Osama bin Laden si rallegra degli effetti catastrofici, ben oltre le sue
aspettative, degli attentati, sia efficace come prova veritiera della sua colpevolezza e come strumento di
convincimento e propaganda presso le masse islamiche. L'alternativa è tra l'idea che le masse islamiche
hanno i loro convincimenti, non modificabili dalla propaganda americana, e a dire il vero nemmeno
raggiungibili dalle trasmissioni televisive occidentali, e l'idea che il sistema pubblicitario sia uno
strumento globale, transculturale e quindi efficace con gli stessi criteri semiotici ed effetti ideologici
nell'universo mondo. Non è sorprendente che le autorità della Casa Bianca, accanto alla guerra
militare, vogliano condurre una guerra di pubbliche relazioni per convincere "the hearts and minds" di
miliardi di mussulmani. È demoralizzante che la concepiscano come una campagna pubblicitaria, che la
"undersecretary for public diplomacy" Charlotte Beers sia un "advertising executive" e dunque consideri la
democrazia la marca (brand) di un prodotto da vendere all'estero. Se come pare le masse arabe non
sono raggiungibili dalla tecnologia su cui si fa viaggiare questa propaganda, viene il sospetto che in realtà
il vero "target" sotto mira siano le masse dell'occidente stesso. E tuttavia è proprio un sospetto
infondato, la realtà è che l'etnocentrismo filo-tecnologico dell'attuale presidente americano non riesca ad
uscire dal feticismo delle merci. È infatti tipico della falsa coscienza dell'informazione dei
monopoli tardocapitalistici negare la funzione della pubblicità come strumento di coercizione ideologica, e
poi, oltre al fatto di argomentare di strategia geopolitica in termini di "audience, target, focus" e tutto
il lessico dell' "advertising", rivelare l'intima e preoccupata convinzione che la semplice esposizione
dell'audience all'apparire del nemico sugli schermi sia pericolosa, non per fantasticati messaggi in codice
ai complici, ma per l'effetto di persistenza subliminale nell'immaginario consumistico creato da anni di
assuefazione all'indifferenza dei contenuti. Non è solo, come dice Asher Price su The New Republic,
che "convincere i mussulmani a non ammazzare gli americani non è come convincerli a comperare la Pepsi", è
che il metodo di convincimento pubblicitario è intrinsecamente contraddittorio al contradditorio
democratico.
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