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Nell'universo senza
memoria dell'accelerazione mediatica, arrivare in ritardo sull'attualità è l'ultimo modo per
ricordare di Leonardo Terzo
Il rapporto tra pensiero e azione è stato
un centro problematico di riflessione per tutto l'800. Ora si ripresenta in veste inedita nel marketing
delle multinazionali il cui motto è: "Think global, act local". Ciò significa andare incontro (act) ai gusti
locali ancora territorializzati, ma rivestire (think) le diversificazioni superstiti della produzione e del
consumo coi marchi della commercializzazione globale. Quello tra pensiero e azione non è più dunque il
problema di come applicare una teoria filosofica, politica, o amministrativa, all'azione concreta in una
precisa contingenza e realtà storica. Il rapporto ora è posto, e anche risolto, in una prassi di
"ricopertura" delle inclinazioni e delle specificità culturali con un "brand" multinazionale, che gestisce la
politica dell'immagine, e decide cosa deve apparire, e dunque esistere, alla ribalta della percezione
mondializzata. Il sapore locale è soggetto così all'etichetta globale. Esso, per così dire, rimane
presente "al palato", ma assente alla percezione intellettuale, perché la dimensione culturale del marchio
unico usurpa i diritti dei tratti organolettici alla visibilità. La globalizzazione non opera dunque a
livello di pratica concreta (lasciata ai consumatori ancora servi dei sensi) ma a livello di plusvalore
mediatico sugli schermi dell'immaginario, dove si raccoglie e si distribuisce l'investimento pubblicitario
e si gestisce il potere. Abbiamo una balcanizzazione dei consumi, che concede alle differenze pratiche
un'autonomia de-identificata, capovolgendo la gerarchia tra realtà e apparenza. Consumate pure sapori
differenziati localmente, ma senza presenza e identità sugli scaffali del supermarket culturale, e sia invece
inalberata l'insegna del logo che garantisce fedeltà di bandiera all'apparato comunicativo del
monopolio. Il pensiero unico o "marchio globale" non è più teoria astratta, che rimarrebbe senza
prassi se non ci fossero i bisogni concreti dei consumatori, bensì è l'immaterialità che vampirizza la
pratica dei consumi, omogenizzandola sotto il logo del dominio mediatico.
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