|
Nell'universo senza memoria
dell'accelerazione mediatica, arrivare in ritardo sull'attualità è l'ultimo modo per
ricordare di T.T.Waring Leonardo Terzo
Un fratello di Osama bin Laden
sta per lanciare sul mercato una linea di moda col marchio "Binladin", e subito alcuni esperti di marketing,
certamente invidiosi, hanno parlato di "cattivo gusto". Cattivo gusto è una categoria che vende
molto, e questo giudizio dovrebbe incoraggiare il fratello in questione nella sua impresa commerciale. A dire
il vero, pare che questo lancio fosse in programma ancor prima dell'11 settembre 2001, ma certamente la
sovrapposizione dei due avvenimenti giova all'operazione economica. Tuttavia essa rende anche evidente il
carattere meta-ideologico e meta-pubblicitario della pubblicità stessa. La pubblicità infatti sta
seguendo l'itinerario già percorso, a partire dalla metà del XIX e per tutto il XX secolo, dalle arti e
dalle loro teorie, vale a dire una via di progressiva autonomia e tematizzazione metacritica. La pubblicità,
come l'arte a suo tempo, è diventata sempre più un linguaggio autonomo, che prescinde dai contenuti che per
contratto deve veicolare, fino a renderli irrilevanti da un punto di vista sociale, etico e persino
economico. I pubblicitari hanno finito per credere che la pubblicità sia un bene in sé, a prescindere
dai contenuti. Essa ha sostituito nella loro concezione politica, ciò che era la libertà di parola per la
democrazia liberale. La libertà di parola è un bene in sé a prescindere dalle idee espresse, così come la
pubblicità è un bene in sé, a prescindere dalle qualità economiche ed etiche del prodotto reclamizzato.
Ciò è confermato per esempio dal progressivo distacco tra "idea" pubblicitaria e caratteristiche dei
prodotti. Gli spot tendono ad attirare l'attenzione sul loro aspetto semiotico, o mediatico, ripercorrendo
il cammino verso la teoria della funzione estetica (ora funzione pubblicitaria) come linguaggio
autoriflessivo. E in modo molto postmoderno, si sfruttano sincretisticamente strategie comunicative opposte:
dallo shock dello straniamento all'ottundimento ipnotico del bombardamento ripetitivo. Così come
l'arte non raffigura più aspetti del mondo, ma comunica le tecniche, i materiali, i mezzi, le condizioni
della sua produzione, anche la pubblicità comunica la propria capacità di presentare e publicizzare qualsiasi
cosa. Su questa cosa qualsiasi la pubblicità, come si è detto, non ammette giudizio sociale, etico,
politico e nemmeno economico. Non è questione di cominciare a vendere il marchio "Binladin" nei paesi arabi,
per poi affacciarsi su altri mercati: nella globalizzazione, solo la dea Fama impera. E come dimostrano gli
ammiratori degli assassini pluriomicidi raccontati da tutti i media, infamia e lode perdono di senso. È
proprio in occidente infatti che il destinatario non giudica, perché la pubblicità, surrogato del libero
pensiero, tutto ammette, tutto santifica, e tutto rende irrilevante, eccetto la presenza nel mondo della
comunicazione. L'attentato alle torri di New York si è avvantaggiato della necessità del
presenzialismo mediatico. Perciò molti lo hanno lodato come capolavoro della comunicazione, disastro reale,
ma vera opera d'arte sui potenti schermi del mondo virtuale. Al confronto, il marchio "Binladin", del povero
fratello, per quanto inavvertitamente pubblicizzato, sembra una sottomarca per accessori.
|