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Nell'universo senza memoria dell'accelerazione mediatica, arrivare in ritardo
sull'attualità è l'ultimo modo per ricordare di Eva Smith La
campagna elettorale che ha portato le destre al potere in Italia ha visto prevalere chi, per mezzi e
dimestichezza tecnologica, ha potuto fare maggiore e migliore uso della comunicazione televisiva. Si tratta
di una comunicazione tanto più efficace quanto più allineata con l'immaginario dell'elettore, considerato
e sollecitato principalmente come macchina desiderante. Questo metodo funziona egregiamente per vincere le
elezioni, presenta però qualche inconveniente, al momento di appagare i desideri eccitati dall'incisività
persuasiva dell'immagine. Le promesse elettorali, per natura, si direbbe, non sono cose serie, e
persino l'elettore sembra saperlo. Il problema è che, mentre le tradizionali campagne di propaganda, fondate
su parvenze di raziocinio, su contenuti di qualche complessità, e sulla comunicazione verbale, stazionano
brevemente e in modo relativamente superficiale nella memoria dei cittadini, le fantasie di appagamento dei
bisogni politici alimentate dalle sapienti trovate pubblicitarie, dai contratti firmati in televisione con
gli italiani, dall'elenco di faraonici programmi di opere pubbliche, dalle impossibili promesse di
diminuzioni fiscali e contemporaneo miglioramento dei servizi sociali, persistono fastidiosamente a distanza
di mesi non solo nell'apparato psichico dell'utente televisivo, ma anche nell'avidità organizzata della
Confindustria. In questa situazione il governo resta impigliato nella ragnatela immaginifica da lui
stesso intessuta, paralizzato nella gestione dell'aleatorietà economica dall'impossibilità di tradire le
immagini taumaturgiche a suo tempo costruite e diffuse. Purtroppo invece, l'inflazione aumenta a
ritmi da prima repubblica, la crescita del pil è dimezzata rispetto alle previsioni sbandierate, il debito
pubblico aumenta, le tasse delegate agli enti locali (unico tipo di "devolution" realizzato) aggravano il
peso totale dell'imposizione fiscale invece di diminuirlo. Inoltre non si interrompe la continuità
del flusso di immigrati clandestini, né l'aumento quantitativo e qualitativo della criminalità, che da
"micro" si fà sempre più "media" e sistematica. L'economia del paese si trova perciò di fronte, in
modo non inaspettato, a fenomeni che richiederebbero, nei vari settori, interventi coordinati ad una politica
di rigore e di incremento di bilancio, possibile solo con una delle consuete "manovre" finanziarie di
aggiustamento dei conti. Ma per un governo fatto di immagine, l'immagine da salvaguardare non lo
consente. E se, relativamente all'ordine pubblico e ai problemi dell'immigrazione, le difficoltà si possono
nascondere, (ma anche questo si fa sempre più difficile) sotto il silenzio di un'informazione di regime, in
materia di economia gli avvertimenti degli organi dell'Unione Europea sono ineludibili. Presto occorrerà
scegliere tra salvaguardare l'immagine o il bilancio dello Stato. Vi sono sintomi tuttavia che la
"politica dell'immagine" stia ricorrendo ad uno dei suoi tipici metodi di inquinamento. Se non si può negare
la realtà che vede la frantumazione dei sogni suscitati in campagna elettorale, la si può ricoprire,
imponendo e sovrapponendo all'insoddisfazione diffusa una serie di eventi trattati con metodi
sensazionalistici, che tengano occupata l'attenzione e la memoria collettiva su casi di ordine privato, come
il delitto di Cogne, o che contrappongono alle manifestazioni sindacali la protesta corporativa dei
poliziotti che, sull'esempio dei governanti, non tollerano di essere soggetti alla legge come i comuni
cittadini.
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