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Nell'universo senza
memoria dell'accelerazione mediatica, arrivare in ritardo sull'attualità è l'ultimo modo per
ricordare di T.T.Waring
La romanziera indiana Arundhati Roy pubblica
in volume due raccolte di saggi politici: Power Politics (South End Press, 132 pp.) e The Algebra of Infinite
Justice (Penguin Books India, 299 pp.) L'autrice è molto critica sulla politica estera americana e
sugli effetti della globalizzazione, ma al di là delle questioni di merito, i commentatori inglesi e
americani assumono due atteggiamenti che ripropongono il tema dell'impegno politico degli intellettuali.
Mentre sembrano accettare l'uso della fama letteraria come strumento pubblicitario, per attirare
l'attenzione di un più vasto pubblico su specifiche questioni politiche, rimproverano all'autrice l'uso di
strumenti propriamente letterari, per affrontare argomenti che, a loro parere, esigerebbero invece un
trattamento più specificamente professionale. Questa critica è effetto dell'annoso pregiudizio sul
diritto degli intellettuali a immischiarsi di cose pratiche. Polemicamente, a suo tempo, Jean-Paul Sartre
aveva già risposto alla domanda qu'est-ce qu'un intellectuel? dicendo appunto che un intellettuale è
qualcuno che si immischia di ciò che non lo riguarda. È possibile, anzi è ovvio e necessario, che la
Roy proponga idee non condivisibili da tutti, o soluzioni insufficienti ai problemi affrontati, tuttavia ciò
che ora interessa è il modo in cui l'intervento politico del cosiddetto intellettuale viene considerato.
Occorre ricordare che questo tipo di problemi ha acquisito un senso solo da quando l'intellettuale si è
"specializzato", riducendo drasticamente il suo ambito di competenza o ad un'arte o ad una particolare
disciplina umanistica (filosofia, sociologia, psicologia, economia, giurisprudenza, ecc.) o scienza naturale
(fisica, medicina, biologia, ecc). Secondo alcuni storici della cultura questa riduzione inizia verso
la metà dell'800, quando le classi medie, portata a termine la loro rivoluzione economica e culturale, non
hanno più bisogno degli intellettuali, (fino ad allora senza distinzioni di competenze scientifiche o
umanistiche), come portavoci dell'ideologia borghese. Gli intellettuali a quel punto si rendono conto
del proprio isolamento sociale, ed elaborano una loro identità come ceto autonomo: o come artisti dediti solo
alla loro arte (la "bohème", l'art pour l'art, il cosmopolitismo delle avanguardie) o come critici
idealisticamente indipendenti, ma privi di potere reale. Gli scienziati, a loro volta, sono già
sospinti nello specialismo, cieco alle considerazioni generali, dall'articolarsi sempre più frammentato
delle loro ricerche, mentre le competenze tecniche perdono una funzione propriamente intellettuale per
scadere ad impiego "proletarizzato" nella cosiddetta industria culturale (vedi già New Grub Street di George
Gissing del 1892). I tentativi degli intellettuali di trovare nuovi compiti come ideologi di
complemento della classe operaia (vedi i surrealisti nel partito comunista in Francia) si rivelano presto
impraticabili, per il distacco tra la sofisticatezza delle poetiche moderniste e i bisogni reali delle
masse. La loro funzione viene invece riduttivamente recuperata dalla politica nel Novecento, in una
posizione paragonabile a ciò che in pubblicità si definisce "testimonial". Lo scrittore, l'artista o lo
scienziato, celebre nel suo campo, testimonia il suo appoggio ad una causa o ad un partito, come oggi si fa
con un prodotto commerciale, ma non deve, né può impiegare le sue competenze intellettuali specifiche
nell'attività politica stessa, dove l'unica competenza richiesta è quella, generalista e professionale ad
un tempo, acquisita nella trafila burocratica delle organizzazioni partitiche. Questa è infatti la
prima accusa ad Arundhati Ray dei recensori del giornalismo politico anglo-americano. Essi riconoscono,
accettano, si congratulano persino, per l'efficacia della sua funzione di "testimonial" nell'attirare
l'attenzione del mondo sui danni ecologici che provocherebbero le dighe che si progetta di costruire in
India, ma rifiutano di prendere sul serio la scrittrice quando si solleva dai problemi contingenti, e
strettamente indiani, per sconfinare in considerazioni di natura economica e politica su scala mondiale.
L'incompetenza imputata attiene sia al tentativo di trascendere il proprio settore specialistico, in
senso geografico e tecnico, per recuperare una visione generale dei problemi, sia, al contrario, perché
trasporta nell'analisi politca gli strumenti delle sue competenze settoriali, propriamente letterarie. Le si
rimprovera così di usare un linguaggio che ricorre a figure retoriche. Con effetti "irritanti": per esempio
la sineddoche (parte per il tutto) "Mickey Mouse" per indicare la cultura americana in generale. O le
iperboli, ma cosa c'è di più adatto dell'amplificazione per attirare l'attenzione degli interlocutori? E
in generale le si imputa un'enfasi passionale che, non si capisce perché, viene ritenuta incongrua
all'analisi politica. Invece Roy capovolge quest'argomento, sostenendo che proprio l'artista è
talvolta capace di quella "visione" che i politici non sono in grado di avere. Anzi lo scrittore sarebbe più
adatto a tradurre problemi complessi, e come tali apparentemente insolubili, o incomprensibili alla gente
comune, in questioni alla portata di un'opinione pubblica più estesa e democratica, con una discorsività
incisiva che non si riduca alla sloganistica pubblicitaria. Per esempio come si fa a spiegare le
origini e gli effetti del fallimento Enron, se si rimane chiusi nella prospettiva di semplici imbrogli
societari, e non si discute il fatto che le logiche del profitto non si fermano di fronte al sacrificio, non
solo economico, ma addirittura fisico, di decine di migliaia di vittime, come proprio gli indiani hanno
sperimentato sulla loro pelle con i disastri provocati dalla Enron stessa e dalla Union Carbide. Si
accetta a denti stretti che un intellettuale sia un comune cittadino, e quindi come tutti abbia diritto di
esprimere una posizione politica. Ma sembra invece inaccettabile, non solo che i cittadini discutano di
politica sottraendone l'esclusività agli esperti, ma, come è accaduto del resto anche in Italia con Nanni
Moretti, che gli intellettuali invadano il campo dei politici di professione. Si sottende che i
cittadini sarebbero incompetenti, ma l'avversione maggiore riguarda l'applicazione di strumenti d'analisi
"impropri", è cioè il rifiuto di quella strategia, più o meno consapevolmente interdisciplinare, fondata
sulla contaminazione epistemica, che è ormai luogo comune negli studi culturali contemporanei. Vi sono
poi aspetti peculiari della polemica, non generalizzabili. Con atteggiamento pregiudiziale, le etichette
sostituiscono le ragioni: per esempio si usa come argomento squalificante l'influenza sulla Roy delle idee
di una cosiddetta "sinistra britannica", senza discuterle in quanto idee. La London School of Economics viene
bollata come marxista, e questo basta per eliminarla dalla considerazione. Si deplorano infine: "the
intellectual roots of anti-Americanism", accusa che rivela il tradizionale anti-intellettualismo, che è
componente non minore della cultura americana. Al contrario, e prescindendo ora dal caso di Arundhati
Roy, la cultura europea si esercita in direzione opposta: si accanisce nella ricerca di presunte radici
teoriche e intellettualistiche per ogni fenomeno emergente sulla scena politica contingente. È il caso
dell'affermazione elettorale di Le Pen in Francia, che scatena la discussione sulle "basi ideologiche" della
nuova destra europea, con un frettoloso affannarsi a porre etichette e a trovare "maestri di pensiero" di
tutti i tipi: antigiacobinismo, neopaganesimo, bonapartismo, nazionalpopulismo. Quando forse le motivazioni
dell'affermarsi della demagogia stanno proprio nell'incapacità della razionalità sociale di percepire i
disagi elementari del cittadino comune.
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