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Nell'universo senza memoria dell'accelerazione mediatica, arrivare in ritardo
sull'attualità è l'ultimo modo per ricordare di T.T.Waring Leonardo
Terzo
Terminato il campionato del mondo di calcio 2002, possiamo dire che il suo
svolgimento e il suo esito hanno suscitato, in Italia come in altri paesi, reazioni scandalizzate e
discussioni accese, in misura non inferiore alle reazioni festose dei vincitori. In tutte le grandi
manifestazioni sportive internazionali gli arbitraggi sono sempre stati favorevoli alle squadre di casa o a
quelle politicamente protette: vedi il furto perpetrato ai danni dell'Olanda nel 1978 in Argentina, o quello
ancor più palese ai danni dell'Argentina in Italia nel 1990. Tuttavia il favoreggiamento della Corea
e del Brasile ai danni di Portogallo, Italia, Spagna, Turchia e Belgio è stato particolarmente scandaloso,
perché anche per barare bisogna essere bravi. Gli arbitri invece in questo caso non erano abbastanza
preparati per imbrogliare in modo accorto e meno plateale. Si può casomai osservare che nel 1978 e nel 1990
l'imbroglio avvenne nella finale, mentre questa volta l'imbroglio è avvenuto prima, e la finale è stata
arbitrata normalmente. Peraltro i commentatori hanno spesso razionalizzato con argomenti errati le
loro reazioni emotive, che si possono dividere in tre categorie: 1)cecità vigliacca, con ramanzine
moralistiche ai danneggiati, nei commenti delle squadre che non erano state colpite dal complotto, salvo poi
passare dalla parte opposta quando il danno ha toccato anche loro; 2) reazioni estroverse e violente
dei danneggiati contro gli organizzatori del complotto e i loro strumenti arbitrali; 3) reazioni
masochistiche di chi, pur avendo subìto un furto evidente, invece di accusare i responsabili, se l'è presa
con le vittime, criticando il loro gioco, perché non è stato in grado di prevalere nonostante
l'imbroglio. Il primo tipo di commento non merita confutazione; il secondo tipo è comprensibile e
condivisibile, ma attiene alla cornice politico organizzativa; il terzo tipo di reazione ci permette invece
di puntualizzare alcune tesi relative alla natura e all'estetica del gioco del calcio. In via
preliminare si può sostenere che è vero che il fascino del gioco del calcio sta anche nel fatto che, sebbene
gli arbitri sbaglino, il gioco è tale che la squadra danneggiata può sempre battere anche l'arbitro,
segnando altri gol. Ma se, invece che di errore per incompetenza, si tratta di complotto, chi può dimostrare
che se Belgio, Spagna e Italia avessero segnato altri dieci gol, gli arbitri non avrebbero annullati anche
quelli? Da un punto di vista sistematico, occorre dire che il primo postulato dei giochi di
competizione è che l'estetica coincide con il risultato, se ottenuto senza favoritismi. La squadra che
vince è logicamente la squadra che ha giocato meglio, perché la bellezza sta nell'ottenere la vittoria e
nient'altro. Giocate apparentemente mirabolanti, che però non fanno risultato, sono più assimilabili ai
funambulismi delle foche al circo, che non a una bella azione del gioco del calcio. Questa
affermazione va qualificata con la consapevolezza che il calcio è un gioco di squadra, che si svolge in varie
fasi, in diverse parti del campo, in diversi reparti della squadra stessa, ma che soltanto se sono tutti
coordinati raggiungono la meta. Perciò un'azione bene impostata a metà campo può essere sciupata da un
banale errore conclusivo, o la maldestra uscita di un portiere (vedi Zenga sul colpo di testa di Caniggia ad
Italia '90) può compromettere il campionato fino ad allora perfettamente giocato da tutta la squadra. E per
converso un errore di tiro come quello di Ronaldinho con l'Inghilterra può capovolgere una situazione in
modo apparentemente immeritato. Ancor più rilevante, per esprimere un giudizio estetico, è la
considerazione della situazione in corso. Uno stesso rischioso passaggio in avanti verso l'attacco può
essere bello e necessario, se la squadra sta perdendo; è invece sbagliato e quindi brutto, (disastroso
addirittura, come quello di Totti nella finale del campionato europeo in Francia), se la squadra sta vincendo
a pochi secondi dalla fine. E viceversa il medesimo passaggio indietro può essere un esempio di sapiente
possesso di palla, o di sterilità offensiva. Se è vero che il risultato è determinante per dare un
giudizio sull'andamento di una partita, è comico però che i commentatori di solito cerchino di spiegare le
sconfitte o le vittorie solo in termini di strategia e di tattica, senza accorgersi che una tattica perfetta
può essere compromessa da semplici errori tecnici dei presunti campioni, a loro volta idolatrati e avviliti
un giorno sì e uno no a seconda del risultato. Per esempio il pareggio dell'Italia col Messico e la
sconfitta con la Corea sono stati, da tutti o quasi, imputati all'errata tattica difensiva imposta
dall'allenatore. Questo anche perché, tra i compiti dell'allenatore, c'è anche quello di addossarsi tutte
le colpe della squadra, per impedire la svalutazione del capitale monetario e affettivo investito nei
giocatori. In realtà i numeri dicono il contrario: l'Italia col Messico, tra gol segnati, annullati,
e sciaguratamente mancati quando sembravano già fatti, ha avuto otto occasioni da gol. Sei occasioni da gol
sono state similmente sprecate o neutralizzate dall'arbitro con la Corea. Arbitri a parte, chi sbaglia gol
già fatti giustamente merita di perdere ma, per arrivare ad avere quattordici occasioni da gol in due
partite, non si può dire che la tattica di gioco fosse male impostata. Se solo metà di quei gol fossero stati
fatti o convalidati, tutti avrebbero detto che la tattica era perfettamente riuscita. La verità è che
il calcio si gioca in mille modi, sia all'attacco che in difesa, e il salvataggio sulla linea del difensore
del Senegal sul colpo di testa del turco Basturk, vale esteticamente più del facile, ma tanto celebrato gol
in rovesciata segnato dal Brasile al Costarica. Non è un caso che il trofeo chiamato "pallone d'oro" venga
quasi sempre assegnato a un attaccate, qualche volta ad un centrocampista, purché faccia qualche gol, e
raramente ad un difensore. In ogni caso non c'è un solo modo di ottenere i risultati: perché mai i
lanci lunghi, se riescono (come quello di Di Biagio per Vieri con l'Equador), dovrebbero essere meno belli
della cosiddetta squadra corta? Perché il contropiede efficace dovrebbe essere meno apprezzato degli sterili
intasamenti di venti giocatori in una sola metà campo? Il fascino del calcio sta appunto nella sua
varietà e complessità, e quindi anche nella sua imperfezione dal punto di vista del calcolo tattico e
tecnico, rispetto ad altri giochi più logici, valga d'esempio il gioco degli scacchi. Nel calcio, l'elevato
tasso di situazioni contingenti e non prevedibili imita l'imprevedibilità della vita, e si riscontra a tutti
i livelli, a partire dall'instabilità delle capacità tecniche dei giocatori stessi, che fanno cose
difficilissime e poi sbagliano cose facili. La qualità dei calciatori è uno degli aspetti più
controversi, e il difetto della critica sta nel credere di poterla determinare una volta per sempre, fino a
quando non ci si accorge che "le partite non si vincono con le figurine". A differenza dei pezzi degli
scacchi, che operano con modalità costanti, i calciatori sono esecutori sempre aleatori. L'appassionato di
calcio tende ad esaltare e poi, deluso, a deprimere queste qualità, incoraggiato da telecronisti e
giornalisti che devono strombazzare il prodotto delle loro cronache come commessi viaggiatori di fronte al
cliente. Questo ha fatto sì che, a parte quattro fuoriclasse, che a mio parere erano Cannavaro, Toldo,
Vieri e Zambrotta (sì, Zambrotta, infatti, appena si è fatto male, l'Italia ha cominciato a impostare meno
bene le azioni) la spedizione italiana era composta da giocatori di buona classe, sufficiente per battere
tutte le squadre presenti in questo mediocrissimo campionato, ma "pompati" dalla critica campanilistica come
palloni gonfiati. Per cui l'allenatore, frastornato e succubo, che aveva già esaurito tutte le sue capacità
di resistenza per lasciare giustamente a casa Baggio, non ha saputo rinunciare alle due "belle statuine"
Totti e Del Piero, evidentemente fuori forma, ai danni di altri meno raccomandati, come per esempio Doni o
Corini, quest'ultimo nemmeno convocato. Il dominio dell'aleatorietà è evidente anche nel fatto che
una finale di calcio, come del resto ogni partita, è un'occasione unica, che non si può fallire, mentre per
esempio una sfida fra due campioni di scacchi avviene su un numero considerevole di partite.
Naturalmente ogni gioco ha i suoi punti di forza, che lo caratterizzano e attraggono i tifosi. Si pensi
alla difficoltà degli italiani di capire il cricket, e a me personalmente non è mai piaciuto il basket,
perché non è giocato da persone fisicamente nella media. E poi è troppo facile giocare con le mani. Infatti
si fanno centinaia di canestri, mentre nel gioco del calcio il gol è difficile, e segnarlo è una
soddisfazione maggiore: molti gol significano gioco brutto, molti errori e squadre da oratorio. Gli
stili di gioco del calcio rispecchiano, in modo estrapolato, i caratteri etnico-culturali delle nazioni,
anche se questo dato si va attenuando per effetto delle migrazioni. Presto avremo anche nel calcio uno "stile
internazionale", come quello dell'architettura funzionalista o della cosiddetta "nuova cucina". I primi
sintomi di questa mutazione si vedono nel gioco degli Stati Uniti, peraltro ammirevolmente lineare.
Tuttavia, per ora, i tratti distintivi fortunatamente sopravvivono: la Nigeria per esempio, nonostante il
cattivo esito di quest'anno, fa un bellissimo calcio, particolarmente atletico e tuttavia inventivo,
ovviamente diverso da quello, altrettanto ammirevole del Brasile o persino della Columbia di qualche anno fa,
e altrettanto diverso da quello della Germania o dell'Inghilterra. Il calcio all'italiana, che aveva
raggiunto un equilibrio di micidiale efficacia tra la fisicità nordeuropea e la tecnica sudamericana dei
nostri oriundi, ha vinto molto nel mondo. Ora che si è un po' perso, a vantaggio di troppa corsa, per la
quale non abbiamo predisposizione, si vince molto meno. Una caratteristica che accomuna i giochi è
comunque che essi sono vissuti come surrogati mimetici della vita, e i giochi di competizione sono sempre
sublimazioni della guerra: per questo l'eliminazione della nazionale, in tutti i paesi, si vive come una
tragedia, ancorché sublimata.
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