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Nell'universo
senza memoria dell'accelerazione mediatica, arrivare in ritardo sull'attualità è l'ultimo modo
per ricordare di Leonardo Terzo
È uscito un libro di Paul Fussell,
(Uniforms: Why We Are What We Wear, Houghton Mifflin, 204 pp., $22) sul fascino delle divise, da quelle
sportive a quelle militari, da quelle religiose a quelle lavorative, da quelle scolastiche a quelle delle
sette segrete come il Xu Xlux Xlan o la massoneria, a quelle cerimoniali come gli abiti da sposa, a quelle
aziendali come le divise dei lavoratori di McDonald's. La divisa è segno di appartenenza e spesso
indica anche l'orgoglio di appartenere, ad una squadra, ad un corpo militare, ad una funzione pubblica come
le toghe ecc. Fussell dimostra che, nonostante importanti eccezioni, come appunto quella dell'abito
da sposa, enfatizzata dall'occasione quasi unica del suo impiego, l'importanza della divisa è un valore
sostanzialmente maschile e, per conseguenza storica, maschilista. Tuttavia aggiungerei che il valore della
divisa, come indice di appartenenza, è il residuo di un mondo pre-moderno dove, come dice il sottotitolo: Why
We Are What We Wear, l'abito conferisce identità sociale, e dove la comunità cosiddetta organica, legata da
sistemi di casta e gerarchia, precede la moderna società civile, fondata invece sui diritti individuali dei
cittadini. Se il tifoso si reca allo stadio bardato come un calciatore, è facile capire che è vittima
di un'identificazione infantile con il proprio idolo. È già più perverso, in tempi di presunto
individualismo liberale e liberistico, esibire orgogliosamente una dipendenza aziendale, ma forse questo
mostra appunto che le libertà individuali, un tempo considerate borghesi, nella versione postmoderna della
società di massa, non sono più accessibili alle persone, ma solo alle agenzie di pubblicità. Giungono
infatti notizie (La Repubblica, 11 febbraio 2003) che a Londra un'agenzia di marketing ha cominciato ad
offrire ai propri clienti, come spazio pubblicitario, la fronte di persone umane. Si tratterebbe di studenti
che, per una certa somma, andranno in giro con il logo delle aziende tatuato, pare temporaneamente, sulla
fronte. Questo ci riporta ad altri momenti della storia della pubblicità. Un tipo di pubblicità simile
a quella che ora appare innovativa e invasiva del corpo umano, era già stata realizzata con i famosi uomini
sandwich, che si aggiravano nei luoghi affollati stretti tra due cartelli pubblicitari, faticosamente
indossati come una rigida divisa di lavoro. Gli uomini sandwich, ora scomparsi, erano pagati per la
loro fatica. Forse sono scomparsi perché la loro funzione è ora svolta gratis dagli acquirenti stessi della
merce, che pagano di tasca propria per poter esibire sugli indumenti il logo pubblicitario delle aziende
produttrici. L'ideologia della pubblicità è così potente che è riuscita a trasformare una sudditanza in
privilegio, ottenendo così di farsi pagare invece di pagare. Ciò perché la merce ha acquisito una funzione
comunicativa e si è potuto trasferire su di essa il fascino esibizionistico della divisa. Come indica
il termine "uniforme", la divisa non favorisce la libertà di pensiero, che infatti sembra definitivamente
tramontata, oltre l'orizzonte del feticismo delle merci, anche oltre l'orizzonte di un feticismo fissato
sui corpi dei nuovi cyborg. Questi nuovi cyborg non sono più i paventati ibridi tra uomo e computer, bensì i
nuovi ibridi tra moduli post-umani e moduli del design industriale. Non abbiamo più un elemento
dell'hardware che collabora con la corteccia cerebrale, ma un virus para-estetico ed esibizionista che ha
sostituito un intero apparato cognitivo e comportamentale con l'adeguamento alle stagionali sottoculture
della moda. È infatti logico prevedere che ciò che ora viene prestato a pagamento, affittando la
propria fronte come spazio pubblicitario, sarà presto esibito come un segno privilegiato d'appartenenza, per
portare il quale i giovani, che già ostentano altri tatuaggi e piercing su varie parti del corpo, saranno
disposti a pagare, magari vedendo quotato periodicamente, su apposito listino "nasdap", il prezzo della loro
pelle secondo posizione e centimetri quadrati.
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