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Nell'universo senza memoria
dell'accelerazione mediatica, arrivare in ritardo sull'attualità è l'ultimo modo per
ricordare di T.T.Waring Leonardo Terzo Nel 1926 Virginia Woolf
scriveva che, quando si passa dalla letteratura al cinema, i vecchi simboli fatti di parole non servono più,
e occorre inventarne altri, fatti di luci e di ombre. La teoria dei media oggi ci insegna che ogni
nuovo mezzo di comunicazione ci costringe a riformulare la nostra apprensione del mondo, attraverso un
processo di "ri-mediazione". Un recente libro del sociologo americano Richard Sennett (Respect: The
Formation of Character in an Age of Inequality, Allen Lane/Penguin, 288 pp.) ci suggerisce che anche i
valori, come per esempio la rispettabilità e la dignità della persona umana, sono soggetti al mutamento dei
mezzi con cui vengono presentati, per esempio al pubblico televisivo. Se, come sembra, uno dei valori
contemporanei è la democrazia del quarto d'ora di celebrità per tutti, coloro che vi aspirano sono disposti
a sacrificare ogni residuo della vecchia dignità in cambio di cinque secondi di apparizione in video.
Dal punto di vista retrogrado di chi rimane attaccato alla vecchia rispettabilità, la celebrità appare
perciò un male incurabile. Essa non si può prevenire, e avvilisce qualsiasi persona si trovi più o meno
improvvisamente a farne l'esperienza, come dimostrano questi esempi tratti dalla cronaca.
Un
giovane calciatore non ancora noto rivela ad un certo punto un suo esaltante stile di gioco, fatto di
raffinato tocco di palla, combattività, intuizione tattica, insomma una quantità di tratti ammirevoli che,
per efficacia pratica e bellezza specifica, conferiscono dignità alla sua personalità di campione. Ed
ecco che, appena conquistata la ribalta dell'attenzione pubblica, viene trascinato in televisione dove la
celebrità raggiunta lo costringe ad entrare in un programma, in un format, in uno schermo. Qui ora egli
appare inevitabilmente goffo, sommamente ridicolo, abbigliato alla moda così da sembrare un villano vestito a
festa, incerto nell'espressione verbale, un pesce fuor d'acqua costretto a perdere dignità e rispettabilità
umana per effetto della celebrità.
Ma questo non è solo il destino dell'ingenuo calciatore.
Anche l'intellettuale, capace di interessanti riflessioni su riviste e pubblicazioni a stampa, è costretto a
sintetizzare in slogan riduttivi un pensiero sottile su una situazione complessa, così che ora, intervistato
sull'ultimo caso d'attualità, appare povero di pensiero, privo di originalità, vanitoso e per lo più
incomprensibile.
C'è poi l'uomo medio di buon senso, a prescindere dalla sua professione, che,
capendo al volo ciò che si vuole da lui, si presta convenientemente alla metamorfosi teratologica, e diventa
arrogante e offensivo con qualunque interlocutore cerchi di contendergli i pochi secondi che l'occasione di
un talk show mette a disposizione dei presenti.
C'è il professore che, non abituato a sentirsi
apostrofare con aggressività, passa alle vie di fatto, passando così (suppongono gli ingenui) dalla parte del
torto, che invece in televisione è la parte della ragione, perché diventa immediatamente più celebre degli
altri, e di conseguenza è chiamato a deplorare quel momento di trascendimento manesco in nuove interviste,
dove si spera peraltro che la scena feroce si ripeta.
Il passaggio dal privato al pubblico implica
sempre il rischio di un abbassamento di stile, di una perdita di dignità, perciò coloro che operano sulla
scena pubblica per mestiere elaborano appositi atteggiamenti per neutralizzare la visibilità del degrado
etico, la percezione del venir meno della rispettabilità.
Le cariche pubbliche di solito scelgono
fra la demagogia aggressiva, quando sono ancora in lotta per mantenere la posizione, e la solennità della
retorica ufficializzata, quando la carica è al di sopra di ogni rischio di deperibilità o non è più
rinnovabile.
Gli attori, tipiche figure celebri, sono protetti dai ruoli che recitano, e hanno
il problema inverso, cioè come presentarsi quando sono costretti ad essere solo se stessi. Alcuni hanno
provveduto in tempo a inventarsi una personalità fittizia, da recitare come ogni altro personaggio, altri
perdono inevitabilmente un po' dell'aura carismatica che gli ammiratori hanno proiettato su di loro.
Ma, come si è detto, è solo questione di "ri-mediazione", è solo questione di fare l'abitudine al nuovo
tipo di rispettabilità, conquistabile a furia di urla e gomitate, metaforiche e no, ai concorrenti
presenti.
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