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Nell'universo
senza memoria dell'accelerazione mediatica, arrivare in ritardo sull'attualità è l'ultimo modo
per ricordare di Niccolò Morro
Dopo aver vinto la finale della
Champions League ai rigori, il Milan ha perso la Coppa Intercontinentale, di nuovo ai rigori. E, come quella
vittoria aveva dato luogo a festeggiamenti forse eccessivi ma comprensibili, la sconfitta ha provocato, nella
squadra e nei tifosi una tristezza altrettanto autentica, ma certo sproporzionata, se non del tutto
ingiustificata. Infatti all'osservatore non direttamente coinvolto col tifo, l'autenticità della tristezza
per una partita persa ai rigori appare in qualche modo ancor più incongrua dell'euforia opposta, e induce a
riflettere sul senso di questi trofei e sul loro valore. Forse l'esperienza è ancor più amara proprio
perché tra la vittoria e la sconfitta c'è solo la differenza infima di un rigore. Ad ogni modo il valore
dell'esito appare sempre più un effetto mediatico invece che una realtà sportiva. Che senso può avere una
coppa frutto di una sola partita, giocata a mesi di distanza dal torneo che ha permesso ai contendenti di
accedervi, che è sempre più simile a un videogioco perché ha luogo solo sui teleschermi, poiché l'evento
vero è stato appaltato ad una nazione lontana, sia geograficamente sia per tradizione sportiva, dalla natura
del gioco del calcio? In Giappone peraltro la partita dà luogo ad un fanatismo tanto appariscente quanto
artificiale, perché nessuna delle due squadre ha nulla a che fare con quella terra e con quei tifosi, per cui
ci si può chiedere: sono tifosi di chi? Sono tifosi di che? Sono diventati tutti improvvisamente cittadini
del mondo, capaci di apprezzare la tecnica sudamericana o la tattica italiana con la stessa consapevolezza e
competenza? Certo si dice che il fascino del calcio è universale, tuttavia, tornando ai nostri tifosi
delusi e depressi, questo fenomeno psicologico e sociologico mostra come la sublimazione simbolica della
vittoria o della sconfitta, che pure riguarda tutti gli sport, appaia nel nostro calcio sempre meno simbolica
e sempre più effettivamente sofferta. Ma perché? Solo perché il tifoso vincente avrebbe potuto vantarsi di
essere campione del mondo per club, trasferendo quella vittoria nella sua vita reale tutte le volte che si
fosse scontrato dialetticamente e, purtroppo, anche fisicamente, con i tifosi avversari? Questa
desublimazione del valore simbolico dello sport implica però, ed è il fatto più negativo, una perdita di
interesse per il piacere reale del gioco in sé, del suo aspetto propriamente tecnico, della qualità
dell'esperienza fatta da chi gioca e da chi assiste, poiché tutto sembra ridursi al vincere o perdere.
Vincere o perdere è importantissimo, naturalmente, ma il valore della vittoria o la delusione per la
sconfitta devono essere diversi se si è vinto sul campo per effettivi meriti di gioco, quindi con un piacere
intrinseco che è il vero premio della vittoria, o se si è vinto per un autogol, o ai rigori, o per il lancio
di una monetina, e in un paese lontano per interessi di sponsorizzazioni, dopo trasferimenti defatiganti
fuori stagione, interrompendo incongruamente un campionato in corso. Insomma mentre gli eventi
sportivi diventano sempre più artificiosi e il gioco vero diventa sempre più virtuale e prescinde dalle
tecniche specifiche che ne costituiscono il fascino, il tifoso soffre in modo sempre più reale in una
situazione irreale, senza accorgersi di essere egli stesso la vera posta in palio, come target di un
marketing che è lo scopo niente affatto sportivo di tutta la contesa circense.
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