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Nell'universo senza
memoria dell'accelerazione mediatica, arrivare in ritardo sull'attualità è l'ultimo modo per
ricordare di Leonardo Terzo Tutti ricordiamo la famosa scena
(presente forse in più di una versione della storia di Scarface o di Piccolo Cesare, ovvero l'ascesa e
caduta di un piccolo Napoleone del crimine sul modello di Al Capone) in cui il boss dei boss, ad una festa a
cui ha invitato tutti i capi, seduti intorno a un tavolo, ad un certo punto si alza e con una mazza da
baseball abbatte uno dei presenti che a suo dire lo ha tradito o sta per tradirlo. A suo modo
quell'uccisione è un evento mediatico e rituale, è una dimostrazione e non un semplice omicidio, che
altrimenti avrebbe potuto essere eseguito alla maniera di tanti altri, da semplici esecutori, sparando per la
strada da un'auto in corsa. Questa uccisione richiede la platea più numerosa e significativa. L'assassino
non si nasconde, anzi rivendica pubblicamente l'autorialità del delitto. Anche la spettacolare efferatezza
serve di monito all'intera comunità dei gangster. Al giorno d'oggi per ottenere lo stesso effetto
non è più necessario usare una mazza, né far schizzare globuli rossi. L'assassinio rituale diventa virtuale.
Basta dare un'intervista, convocare una conferenza stampa e farla trasmettere più volte dalle tre emittenti
televisive nazionali di proprietà e dalle numerose consociate locali, controllate o condizionate. La
denigrazione, l'irrisione, l'insulto, rimbalzeranno su tutte le reti in una rincorsa di notiziari che
massacrerà la reputazione della vittima. Quest'ultima poi, anche volendo difendersi, non farà che
riecheggiare le offese, su canali che non controlla, contribuendo vieppiù alla propria distruzione
professionale. Stiamo parlando, lo si è già capito, del caso Pirlusconi-Boff, scoppiato quest'estate, alla
fine di un atteso evento sportivo di prestigio continentale. Sennonché il malcapitato, non contando
che sulla sua ingenuità, ha trovato la contromossa vincente. Alla maniera dei lottatori di judo che - si
favoleggia - sfruttano la forza dell'avversario, ed evitando la sua entrata maldestra, ne favoriscono la
caduta, il candido Boff si è sottratto al colpo dando le dimissioni. Le dimissioni inaspettate, infatti,
hanno evidenziato la slealtà dell'alzata d'ingegno pirlusconiana, provocandogli un ruzzolone mediatico, a
cui ha cercato invano di porre rimedio mobilitando la solita pletora di scherani della disinformazione. E qui
è caduto la seconda volta, restando vittima della crudele legge della comunicazione per cui una smentita è
una notizia data due volte. La riflessione che se ne può trarre è che la semplice espressione di
un'opinione, per quanto maldestra, incompetente e ingiuriosa, non è di per sé un evento. Lo diventa quando
la potenza offensiva del mezzo che la riproduce, moltiplicandone l'insulsaggine, la trasforma in violenza
assordante. Oltre un certo limite, la quantità diventa qualità. Nel caso specifico l'impunita vacuità di
giudizio, amplificata da inopportune sinergie, è diventata gaffe micidiale. Come un macigno ritrovatosi al
collo, l'offesa irresponsabile ad un valore a lui ignoto, la dignità di un lavoratore onesto, ha trascinato
il presunto mago della comunicazione sotto i riflettori dei nudi rapporti di forza, rivelandone le
vergogne. L'esemplarità mediatica dell'evento lo proietta in una dimensione mitica. Come un nuovo
Ahab, il capitano Boff, affrontando da solo il leviatano della comunicazione, ha messo sotto gli occhi di
tutti l'ingiustizia dell'accumulo di potenza del mostro. Perciò le sue dimissioni sono la sua
vittoria.
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