|
Nell'universo senza
memoria dell'accelerazione mediatica, arrivare in ritardo sull'attualità è l'ultimo modo per
ricordare di Leonardo Terzo L'arte contemporanea viene considerata,
tra le altre cose, un sistema di riorientamento della percezione. Sembra dunque logico che si adegui alle
condizioni che il mondo attuale propone come vettori di contemporaneità percettiva. Tra accelerazioni e
riterritorializzazioni, e oltre ogni ridefinizione di tempo, spazio, luce, forma, una delle tendenze più
frequentate è l'aspirazione a smaterializzare. E' una pratica artistica che, da semplice Cenerentola, come
tipologia ultima dell'avanguardia fatale, si ritrova inaspettatamente nella dimora del Principe Azzurro
Mediatico con in mano il biglietto vincente alla lotteria della virtualità. A partire dalla paranoia
metamorfica, già negli Anni Sessanta concentrata sul feticismo dei "new mutants", fino al concettualismo
strettamente inteso, la vulgata critica usava esaltare i materiali e le operazioni sui materiali, ricchi o
poveri, naturali o sintetici, tagliati o bruciati, fissi o mobili, concentrati o dispersi, penetranti o
agguantanti, ma è sempre stata sollecita ad appoggiarli, tradurli e spiegarli con la melodia di apparati
cognitivi di strabiliante intellettualismo giustificatorio. Il fruitore, costretto a rincorrere fughe
formali, a introdursi in tunnel installatori, ad accontentarsi di documentazioni fotografiche di
comportamenti simil-demenziali, accetta infine stremato di farsi ispezionare da stroboscopi non distanti da
quelli egualmente installati nelle ubiquitarie discoteche sulle rotte ferali di ogni sabba stragista del
villaggio glocale. Allusivamente la velocità incoraggia quelle operazioni di body-art definitivo che
introducono al decesso della carne superflua, acclimatando accelerazioni, smaterializzazioni, traiettorie
ambientali di oggetti conniventi accartocciati, con inutilità astratta, ma simbolica, e monumentalità
cimiteriale, ma funzionale. Funzionale a che? La contemplazione sensibile di fronte alla "cosa"
imprecisata, ma installata e ambientata è certamente una fruizione anacronistica che scioccamente vuole usare
gli occhi entro i confini ristretti di discipline visive ormai evaporate. Funzionale forse alla
techno-chiacchera rombante in sottofondo di impresari del terziario autopromozionale, ovvero del flusso
autodecodificato che, come la moneta cattiva, scaccia il corpo buono dell'arte dal mercato dei media.
|