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Nell'universo senza memoria dell'accelerazione mediatica, arrivare in ritardo
sull'attualità è l'ultimo modo per ricordare di Leonardo Terzo
Siamo altri figli ormai, Cuori di stirpi sopraffatte Canto dei Bantù Shiva Nei favolosi Anni Sessanta si usava dire che l’uomo massa
aveva un gusto sicuro: messo di fronte al bello e al brutto, sceglieva senza esitare il brutto, o meglio
quella sottocategoria del brutto allora molto discussa che era il kitsch. La coscienza critica e metacritica
di quel periodo peraltro era il segno che si era entrati ormai in un’epoca diversa, che poi si sarebbe
chiamata postmodernità. L’uomo postmoderno è diverso perché non ha possibilità di scelta:
l’ibridazione impera, la commistione è d’obbligo, la confusione è matematicamente garantita. Non possono più
aver senso né il kitsch, né l’estetica del trash, sommersi nel cinismo multiculturale e antiquatamente
ancorati all’analisi del prodotto. Ben oltre l’analisi del processo, l’attenzione critica è attratta ora
invece sull’estetica del mezzo, vale a dire sul dispositivo tecnologico di produzione dei beni simbolici, (ma
ora tutti i beni lo sono). I media si potenziano per combinazione, organizzando ciberneticamente
(cyborg) telefono, radio, magnetofono, televisione, videoregistratore, videocamera, computer, posta
elettronica, foto digitale ecc. Tutto ciò converge nel dispositivo pseudo-interattivo e sadomaso del grande
fratello, rapidamente demonizzato e immediatamente metabolizzato, ad ennesima dimostrazione che ogni
invenzione o conglomerato di invenzioni ha i difetti delle sue qualità e viceversa. Tuttavia la
manipolazione mediatica della perversione scopofila e della simmetrica complicità esibizionistica (che
capovolge in illusione di potenza l’angoscia per un super-io troppo severo) è la progenie miserabile di
antenati nobili, reperibili nello sviluppo secolare della tradizione occidentale moderna. Il grande
genere inventivo della modernità è stato il romanzo realistico, precipitato di molteplici elementi culturali.
Fra questi era preminente l’interesse documentario per gli aspetti di un mondo, capitalistico e borghese,
allora in via di formazione e stabilizzazione. L’interesse documentario spingeva ad esempio De Foe a far
passare Robinson Crusoe e Moll Flanders per storie vere, che il pubblico leggeva con ingorda e moralistica
curiosità. Dickens teneva inchiodate le famiglie a piangere e a ridere intorno al caminetto sulle vicende di
Pip e di Pickwick. Verso la fine dell’Ottocento il realismo cercava per i suoi protocolli nuovi fondamenti su
basi velleitariamente scientifiche col naturalismo di Zola e altri. Nel grande fratello l’interesse
documentario si riduce a normalizzato voyeurismo quotidiano, su cui un indispensabile lavorio di regia e
scenografia tenta di innestare una qualche economia espressiva e consequenziale. Andy Warhol o chi per lui
aveva filmato a camera fissa l’Empire State Building per 24 ore, ma performance di questo tipo non
raccoglierebbero davanti al televisore nessuna percentuale di share. Invece già Swift nei Gulliver’s
Travels ci aveva insegnato che osservare l’umanità troppo da vicino ci obbliga a vedere i suoi aspetti più
schifosi. Come nell’attesa di spettacolari incidenti alla partenza delle gare automobilistiche, si spera
infatti di poter osservare in diretta vergogne psicologiche, deformità caratteriali, aggressioni morali,
masochismo diffuso. Qui mira e qui ti specchia secol superbo e sciocco! Ma Leopardi sarebbe sprecato,
perché la condizione dello spettatore morboso è appunto l’ansia di spiare "around the clock" non più
l’abusata pornografia del corpo, ma una pornografia dell’anima già sperimentata in programmi di concertata
spudoratezza emotiva. La contraddizione latente è che la pornografia è tale se fruita in élite. La
scissione della visibilità del programma su due mezzi "dimezzati", internet e il televisore, presentifica
clandestinità e socialità, in un nuovo ermafroditismo fruitivo. Dopo l’uomo massa, dopo l’uomo virtuale, dopo
il cyborg, siamo voyeuristicamente in attesa del nuovo mostruoso gradino dell’evoluzione creaturale.
Forse ciò che il gruppo di reclusi sottolinea alla nostra percezione è la logica dello zoo. L’uomo
contemporaneo, strappato alla sua natura culturale, è costretto a vivere nella gabbia di una virtualità
olografica, imitazione protesica di un’imitazione merceologica di un’imitazione estetica. Scopre così non la
somma delle sue scissioni, ma delle sue coassiali schiavitù. La rincorsa delle mode finisce logicamente
dentro una vetrina. Col pretesto zoologico di documentare la vita di esemplari non in via d’estinzione, ma in
via di malformazione, la schiavitù ritorna di moda come zoo mondializzato. Aspettiamo le proteste degli
animalisti. Da anima.
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