|
Nell'universo senza
memoria dell'accelerazione mediatica, arrivare in ritardo sull'attualità è l'ultimo modo per
ricordare di T.T.Waring Un’uscita polemica tipicamente americana
suona più o meno così: "Se sei così intelligente come dici, come mai non sei ricco?" Il presupposto
implicito in questa domanda è che lo scopo intrinseco dell’intelligenza sia di accumulare danaro. Le persone
stesse, negli Stati Uniti, sono spesso valutate in questo modo, e infatti si usa anche dire: "Quel tale vale
x milioni", intendendo: "…possiede x milioni di dollari". Vangelo a parte il pregiudizio contro
l’accumulo di ricchezza era raffigurato un tempo negli avidi avari dei romanzi di Dickens, fino all’avaro
reso simpatico da Walt Disney nei panni di Paperon de’ Paperoni. Fuori dal pregiudizio tuttavia il danaro è
un convertitore totale, che ha la funzione di rendere omogenei tutti i beni in termini di valore, e funge da
veicolo essenziale di un’economia di scambio. Il danaro non si può mangiare ma, nelle condizioni
opportune, è in grado di procurare il cibo. Quindi il valore del denaro richiede certe "condizioni
opportune", vale a dire una società in cui il cibo è disponibile e sia commercializzato. Poiché viviamo in
una società moderna e non su un’isola deserta, questa è la normalità. Ma ciò non giustificherebbe
ancora un eccessivo accumulo di danaro. Tale accumulo è invece necessario in un’economia sviluppata o meglio
ancora globalizzata, che per funzionare richiede enormi investimenti. Gli investimenti sono gestiti da
apposite organizzazioni di persone dette imprese o aziende, che in un capitalismo primordiale nascono per
iniziative personali di padroni o di oligarchie padronali. Era il cosiddetto capitalismo familiare, ormai
superato però dalla gestione manageriale, in teoria per conto di un azionariato diffuso. Quando invece le
enormi ricchezze sono personali, appaiono ancora circondate dal sospetto del malaffare o per lo meno dalla
volgarità. Oppure la loro gestione è così apertamente economica e, seppure in via indiretta, funzionale al
bene diffuso, da renderne irrilevante la titolarità personale. Tale irrilevanza può apparire utopica e
a sua volta irrilevante in un mondo dove il divario tra ricchi e poveri e tra le economie stesse aumenta
invece di diminuire. E tuttavia possiamo considerarla un criterio per scindere l’accumulo di ricchezza
dall’avidità insaziabile degli avari caricaturali. Detto questo, il possesso della ricchezza non ha
ancora un legame specifico con l’intelligenza. Si può essere ricchi senza essere intelligenti, ma soprattutto
si può dedicare l’intelligenza a scopi diversi dall’accumulo e perfino dalla gestione del danaro. Per tornare
alla domanda iniziale, si può ritorcere il presupposto che la regge con una supposizione opposta: "E’ proprio
perché sono intelligente che non ho bisogno di essere ricco."
|