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Nell'universo senza memoria dell'accelerazione mediatica, arrivare in
ritardo sull'attualità è l'ultimo modo per ricordare di Leonardo
Terzo Lo studio della pornografia si rivela sempre più utile per capire alcuni fenomeni
della comunicazione contemporanea. I requisiti della pornografia sono tre: 1) la presentazione di rapporti
sessuali, 2) oltre i limiti del pudore, 3) per eccitare il fruitore. Per difendere la presentazione esplicita
di elementi sessuali, spesso i pornografi, o semplicemente gli spudorati, hanno contrapposto la spudoratezza
sessuale a comportamenti criminali, quali la corruzione e il ladrocinio degli amministratori pubblici,
definendo questi comportamenti più “pornografici” di quelli sessuali. In questo modo nel tentativo di negarlo
cadono invece nel tranello di accettare il termine “pornografia” come giudizio di valore negativo, invece che
come termine neutro, di carattere tecnico e descrittivo, senza riprovazione morale. Tuttavia quest’uso
traslato, che sposta la riprovazione su altri comportamenti reprensibili, definendoli “pornografici”, apre
uno spiraglio di comprensione su altri fenomeni, nei quali non è prevista o non è interesse principale
l’esibizione sessuale. Permangono invece gli altri due elementi, che in effetti conducono ad una fruizione di
tipo pornografico o para-pornografico, quale che sia la materia esibita. Oltre i limiti del pudore, e per
eccitare gli spettatori, si possono infatti mostrare altre cose, in primo luogo l’emotività: per esempio
quando si mostrano i genitori di una vittima, barbaramente uccisa, in preda al dolore. Insomma quando si
trasporta nella sfera pubblica qualcosa che appartiene, sulla base di norme etiche e di costume, alla sfera
privata. È ovvio che di solito la sfera sessuale è parte della vita privata; e i comportamenti
sessuali fra adulti consenzienti sono del tutto leciti, o addirittura obbligatori per un contratto civile e/o
religioso come il matrimonio. Quindi la pornografia propriamente detta non mostra qualcosa in sé riprovevole,
ma diventa riprovevole perché lo mostra. Questo perciò diventa il criterio di trasferimento (da cui l’uso
traslato del termine) alla sfera della pornografia di ogni possibile altro comportamento. D’altra
parte il fruitore stesso deve porsi in questi casi in una disposizione ricettiva che abbia le caratteristiche
“morbose” proprie, (per convenzione di genere e quindi per il cosiddetto patto fruitivo), della pornografia
stessa. La “pornograficità” diventa quindi una serie di caratteristiche della situazione d’uso: la
pornografia, come la letteratura e tante altre cose ancora, è tutto ciò che viene usato come tale. E
così perveniamo al terzo requisito: l’eccitazione sessuale del fruitore, che è il fine e l’effetto auspicato
della comunicazione pornografica. Essa sarà ancora un’eccitazione “sessuale”, se la materia presentata non lo
è? Probabilmente no; ma per rispondere correttamente, occorrerebbe fare delle indagini sul campo. È comunque
un’eccitazione, tendente anch’essa ad un tipo di soddisfazione o gratificazione paragonabile all’orgasmo.
Il punto a cui vogliamo pervenire in capo a questa riflessione è che, accanto alla trasposizione nella
sfera della pornografia di contenuti non sessuali, ma comunque privati, suscettibili quindi di esposizione
impudica ( un crimine, appunto, o un qualsiasi motivo di esposizione al ricatto), si possono formare
casualmente o, più spesso, creare artatamente le caratteristiche che danno luogo alla fruizione morbosa di
elementi che di per sé non sarebbero suscettibili di privatezza e quindi di esposizione impudica. È il
caso dei prodotti di quei mezzi, come gli autoscatti e le videocam, il cui uso permette di solito, oltre gli
usi comuni, anche la produzione pornografica non professionale, e che perciò acquisiscono un’aura
trasgressiva che sembra inquinare tutti i loro effetti, e di conseguenza ispira gli utenti ad assistere in
modo impudico anche a ciò che impudico non è o non sarebbe. Scatta una sorta di riflesso condizionato.
Come il cane di Pavlov salivava quando si accendeva la lampadina, anche se non c’era il cibo, così la messa
in opera di certi strumenti, come le videocamere in un ambiente chiuso, sembra rimandare all’accensione delle
“luci rosse” dello spettacolo pornografico, e il pubblico si dispone ad eccitarsi anche se vede atti della
vita ordinaria, o nulla addirittura. Il principio in teoria ovvio, ma in questo caso non del tutto ovvio, che
possiamo dedurne è il seguente: le condizioni della visione sovra-determinano il contenuto di ciò che si
vede. Il principio opposto opera nella desessualizzazione della pornografia vera e propria, che perde
la sua aura morbosa, perché troppo ripetutamente esibita in condizioni di normalità, trasferita anch’essa
quindi, ma dalla sfera della clandestinità a quella della pubblicità, ormai senza colpo ferire e quindi senza
effetto di eccitamento. Questo principio è verificabile anche in campi diversi dalla
pornografia, vera o traslata. Per esempio quando il calciatore Ronaldo sbagliava un tiro, o addirittura non
riusciva a colpire il pallone, (ciò che nel gergo si chiama un “buco”), i telecronisti magnificavano lo
stesso il suo gesto atletico mancato, come gioiello di abilità calcistica eccezionale, perché le condizioni
di eccitazione in cui si erano disposti ad assistere alle imprese calcistiche del “fenomeno”
sovra-determinavano ciò che erano in grado di vedere. Al contrario, uno stupendo gol in rovesciata, fatto in
una partita di Coppa tra Fiorentina e Manchester United dal semisconosciuto Bressan, viene accolto con
incredulità e fastidio dai commentatori, con l’aria di dire: ma come si permette? Si deve ancora
osservare che la volontà di mostrare la realtà, imperante nel realismo ottocentesco, è stata sostituita nel
modernismo novecentesco dalla ricerca dell’autenticità. Ma mentre il realismo credeva di documentare
l’essenza della vita sociale, l’autenticità novecentesca si accontenta di documentare l’esistenza, e non
retrocede quindi di fronte alla banalità, alla noia, o al racconto degli sforzi di Leopold Bloom sul
gabinetto. All’inizio del terzo millennio si è scoperto che le cose significano ciò che significano se
e quando passano per un mezzo di comunicazione. Perciò la deformazione non è un optional, ma di serie.
Parafrasando Humphrey Bogart in un famoso film: “Sono i media bellezza! E non puoi farci niente!”
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