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Critica della “critica culturale” (apparso
su Socrate al caffè, maggio 2008) I cosiddetti Studi Culturali, individuatisi e sviluppatisi
soprattutto in Inghilterra a iniziare dagli anni ’70, partono dai testi letterari e dalle opere artistiche,
applicano una metodologia interdisciplinare che coinvolge tutte le cosiddette pratiche culturali, e si
pongono come fine l’indagine, o meglio la demistificazione, del rapporto tra sapere e potere.
Secondo i critici culturali anche l’estetica che voglia tener conto di questi sviluppi interdisciplinari
deve allargare i suoi concetti e i suoi ambiti di riferimento, in primo luogo oltre il presunto
etnocentrismo, verso una serie di - secondo me poco definiti e identificabili - fenomeni complessi e
differenziati, emergenti nella sensibilità contemporanea, con un atteggiamento flessibile e - io direi -
compassionevole. Infatti l’unico tratto comune alle varie cose che fanno parte della differenziazione sembra
la marginalità. Questa benevolenza verso un’indifferenziata accettazione dell’emergente, presunto emarginato,
senza sistemazione e senza gerarchie, e l’antagonismo decostruttivo verso ogni principio di discriminazione,
è anche ciò che accomunerebbe filosofie della differenza, postmodernismo e studi postcoloniali, a cui gli
studi culturali in parte si sovrappongono Una contraddizione preliminare emerge però nel fatto di
riunire in un concetto essenzialista quale la “differenza” tutti gli elementi che sono o dovrebbero essere
appunto differenti fra loro. Invece l’unica differenza che gli studi culturali sembrano disposti a cogliere
non sta in ciò che i vari elementi sono l’uno rispetto all’altro, ma ciò che non sono rispetto al fantasma
della cultura occidentale, costituito come un fantoccio essenzialista e indifferenziato, da prendere a
pretesto affinché possa essere decostruito. È su questa base che l’estetica dovrebbe diventare una
teoria dei beni simbolici, cioè dovrebbe perdere la sua funzione specifica e autoriflessiva, per diventare
una teoria della comunicazione, che spalma la sua specificità estetica sul mondo testualizzato. Accade però
che in tale mondo testualizzato la realtà materiale viene retrocessa a funzione secondaria. Per esempio le
Twin Towers non sono più edifici dove hanno sede le istituzioni finanziarie del World Trade Center, ma parte
del logo distintivo costituito dallo skyline di New York. L’attentato, più che la morte di tremila persone, è
l’umiliazione della ferita simbolica inferta alla potenza mondiale americana. Ciò sembra condiviso sia dai
critici culturali sia dall’amministrazione Bush. Infatti altri tremila americani e oltre sono stati mandati a
morire in Irak, senza batter ciglio, sbandierando la loro missione come riparazione al prestigio della
democrazia occidentale, prestigio che maschera gli interessi economici della ristretta cerchia di potentati
che ruota attorno al vicepresidente Cheney e alla famiglia Bush. Gli studi culturali inventano anche un
legame improbabile tra modernismo e colonialismo. Povera Virginia Woolf, poveri Forster, Conrad, Picasso,
Majakovskij, poveri surrealisti e dadaisti, tutti colonialisti! Mentre la derivazione degli studi
postcoloniali dal postmoderno sarebbe giustificata come impulso verso il diverso e rifiuto della logica
binaria. Ma cosa c’è di più soggetto alla logica binaria della differenza opposta all’identità? Questo perché
tra i meriti del postmodernismo sarebbe preminente la capacità di tollerare l’indeterminato, l’informe,
l’incommensurabile. Cioè far finta di capire ciò che è incomprensibile, definendolo “sublime ermeneutico”.
Questo atteggiamento postmoderno ha soprattutto un lato etico-politico, che consiste nel pretendere
l’accettazione dell’altro, ben oltre la tolleranza. Ed è qui che emerge la mistificazione e l’insufficienza
dei concetti come “differenza” e “altro”, che essenzializzano per catacresi un insieme di cose diverse e
contrastanti. Cominciamo dal concetto di differenza e diversità. In primo luogo non ci sono al mondo
due cose uguali, tutti sono e tutti siamo diversi. L’essere eguali, come il concetto di identità, è una
convenzione linguistica, che raccoglie in categorie cose necessariamente diverse, per maneggiarle insieme in
modo conveniente sotto certi aspetti. Tale convenienza, o identità stessa, vien considerata e valutata di
volta in volta a seconda dell’uso. In un contesto di lascito di eredità, io e mio fratello siamo uguali come
eredi, perché abbiamo gli stessi diritti, se invece dobbiamo sostenere un esame, l’identità di stato e
l’uguaglianza tra me e mio fratello non è più accettabile, e ognuno deve sostenere l’esame distintamente.
L’identità perciò ha senso in certe circostanze e per certi fini, mancando i quali l’identità è abbandonata e
siamo invece di nuovo diversi. La diversità come emarginazione è un concetto ancor più mistificante. Il
diverso non è tutto diverso allo stesso modo. C’è il diverso buono e il diverso cattivo. Il diverso buono è
per esempio mia moglie, che amo proprio perché è diversa da me. Il diverso cattivo per me è il fascista, in
generale, e ancor più se mette le bombe in Piazza Fontana a Milano. Il diverso per me è il tiranno, il
terrorista, è Saddam Hussein e anche Bush e Blair, perché tutti e tre fanno uccidere i civili inermi, non mi
importa con quali scuse. Sostenere che bisogna accettare il diverso, per me è improponibile per il diverso
cattivo, mentre tutti lo fanno già naturalmente per il diverso buono. Certo possono esserci situazioni
intermedie, perché la diversità, come insegnano gli studi culturali, è una pratica non un’essenza. Per
esempio io amo i sudamericani, se non altro perché hanno dato al calcio un genio gentiluomo come Juan Alberto
Schiaffino, detto Pepe. Ma se un gruppo di sudamericani fa una festa in una pubblica piazza, e poiché non ci
sono i gabinetti va a far pipì sulla mia macchina posteggiata a fianco della strada, la mia simpatia si
trasforma in antipatia, e nessuna teoria dell’accettazione del diverso mi fa cambiare sentimento. Sono
banalità, ma perché la filosofia della differenza non se ne accorge? In ogni caso le indeterminatezze
del postmodernismo sarebbero servite a sfuggire al pensiero unico. Il problema è: quale pensiero unico? Se
non la pensano allo stesso modo neanche la Lombardia e il Piemonte sull’opportunità di costruire
un’autostrada! Caso mai, invece dell’alternativa al pensiero unico, perché i filosofi della differenza non ci
danno degli esempi concreti della loro differenza, realizzando dei modelli di organizzazione sociale
differente da quella capitalista, una differenza fondata su modi di produzione differenti, con sistemi di
comunicazione differenti dalle tecnologie informatiche che hanno prodotto la globalizzazione? Come fanno ad
avere un pensiero diverso se la loro esistenza materiale non è diversa, economicamente diversa e tecnicamente
diversa, da quella dell’ultimo bancario che fa jogging e legge i gialli, o dell’ultimo ferroviere o
infermiere, o professore, che vede le partite e il grande fratello in televisione, o dell’ultimo
pubblicitario che assume cocaina e passa la notte col travestito, o dell’uomo-trash che lancia le sue mutande
dal balcone ai suoi fans mentre è agli arresti domiciliari? E se per accoglienza del diverso si intende
rallegrarsi per lo sbarco dei clandestini già derubati dagli scafisti, e poi maltrattati nei centri
cosiddetti d’accoglienza, si rendono conto di essere i migliori alleati della mafia che impiega subito i
nuovi arrivati in ogni forma di schiavitù o prostituzione, o manovalanza criminale? I cliché e gli slogan
dietro cui di solito nascondono la loro impotenza teorica e pratica sono rivelati da alcune espressioni
significative come: “la consapevolezza della complessità”, oppure “il nuovo sentire contemporaneo”, che esige
il ricorso a nuovi paradigmi “flessibili”, “instabili”, “discontinui”. Senza rendersi conto che si tratta
degli aggettivi che si addicono perfettamente ai nuovi contratti del precariato, flessibili, instabili,
discontinui. Poiché la nomenclatura è significativa, anche nell’estetica la critica culturale
sostituisce “piacere”, “gusto”, “espressione”, “sentimento”, immergendosi invece in una “prospettiva
sintomale”, fatta di “disgusto”, “abiezione”, “frustrazione” “feticismo”, “trance”, “psicosi”, “depressione”.
Si rimprovera infatti all’estetica come disciplina autonoma di essere troppo armonica e conciliatrice, e non
si accorgono che l’estetica modernista era tutt’altro che conciliatrice, poiché instaurava un feroce
antagonismo contro la cultura di massa, che invece gli studi culturali blandiscono e incorporano
indiscriminatamente in un concetto di cultura, mutuato sostanzialmente nella sua accezione antropologica, a
sua volta pregiudicata da un’interpretazione strutturalista che sistematizzava tutto senza mai evidenziare la
contraddizione e la diacronia. Anche le ideologie non erano un pensiero unico se c’erano i socialismi,
i comunismi, i fascismi, i liberalismi, i colonialismi, con l’aggiunta dei relativi neo e post. Uniformarli
in un pensiero unico è appunto il trucco decostruzionista per farne un’entità fantasmatica da usare come
testa di moro. Inoltre gli studi postcoloniali in quali ex colonie sorgono e sono fiorenti? Sembrano fiorire
solo nel cosiddetto Occidente, mentre in Africa e in Asia, da Bokassa a Mugabe, dall’Arabia Saudita alla
Birmania, al Pakistan, generali, emiri e regimi dittatoriali d’ogni genere, con la complicità di europei e
americani, bloccano senza tante storie qualsiasi forma di democrazia anche elementare, affamando le
popolazioni, e impiegando gli aiuti occidentali per acquistare armi e arruolare eserciti personali. Nella
realtà politica il postcolonialismo purtroppo è questo. E come mai gli studi postcoloniali non se ne
occupano, anzi non ne fanno parola, tutti presi a parlare di sessualità, genere, etnia, e pensiero unico
occidentale? I critici culturali esortano ad esaminare i testi chiedendosi sempre: chi parla? Da dove
parla? Ora nei discorsi referenziali, che parlano del mondo reale, ciò si riferisce alla posizione sociale e
politica del parlante in tale mondo reale, e va bene. Ma nel testo poetico, le risposte a quelle domande
sono: chi parla è il testo, e parla dal centro del testo stesso. Caso mai nel modernismo, le domande
andrebbero convertite nelle seguenti: quale prospettiva epistemica è la modalità del messaggio? Da quale
prospettiva epistemica ha senso il messaggio? Ma naturalmente le risposte specifiche a queste domande sono
risapute: chi parla è sempre il potere, di volta in volta dominante in quel momento storico. E in questo
saremmo in pieno determinismo storicistico. Si potrebbe invece sostenere che il valore degli studi culturali
non sta nel trovare l’ovvio, che infatti trovano, ma loro malgrado sta nel mostrare l’abilità degli autori, i
quali, partendo dalla banalità del potere dominante, sanno trasformarlo in messaggi artistici affascinanti e
soavi come i canti delle sirene. Ma se i canti delle sirene ci piacciono, come ci piacciono le opere di
Shakespeare, e se il loro significato è sempre l’ideologia del potere in auge, gli studi culturali non ci
inducono inconsapevolmente ad ammirare quel potere? C’è poi il neo-neo-colonialismo di riflesso, che
consiste nel chiedere di mettere in discussione il canone occidentale, perché umanistico e razionalista, per
trasformarlo non è chiaro in cosa, ma comunque senza pretendere per umanesimo e razionalismo il reciproco
rispetto, e dunque senza accettazione di quell’Altro che tali valori rappresenterebbero per chi non li
condivide. Nella cultura occidentale però l’Altro è stato sempre presente, ed è stato sempre fatto parlare,
da Shylock a Calibano, da Riccardo III a Don Giovanni, dal Malato immaginario a Tartufo, da Antigone a Fedra,
da Madame Butterfly alla Traviata, da Paolo e Francesca ai Masnadieri e al Padrino, da Re Lear a Don
Chisciotte, dal fool a Sancio Panza, da Cenerentola al brutto anatroccolo, da Pamela a Jane Eyre, da Charlot
a Totò, da Dupin a Poirot, da Superman a E. T., e tutti hanno l’ascolto e persino la compassione o
l’ammirazione del pubblico. Non a caso Bachtin scopre l’acqua calda del carnevale e della polifonia. Si
auspica addirittura “la forte consapevolezza della storicità dei processi umani e sociali”, come se lo
storicismo fosse nato chissà dove, e non fosse un carattere della cultura occidentale. Se si auspica che il
nostro storicismo sia “abitato” da altri linguaggi e altre culture, da altri modi di concepire la storia, ci
si dica per favore quali modi, altrimenti diventiamo preda dei fondamentalismi e di altri mitemi. Se si
denunciano i limiti del razionalismo, che cosa si propone in alternativa: l’irrazionalità, le emozioni, le
visioni sciamaniche? Se per i marginalizzati si chiede identità, allora le identità ci sono e sono utili per
tutti, anche per gli occidentali, o no? È ovvio che in tutte le culture la norma dell’umano è il simile e non
l’estraneo. Il dio dei bianchi è bianco, il dio dei neri è nero e il dio dei rossi è rosso. Poi c’è
addirittura il rimprovero a coloro che fanno parlare l’emarginato, perché si sono impossessati della sua
voce. In questo caso i critici culturali stanno parlando di sé medesimi? Riemerge qui il decostruzionismo,
nel fatto che il marginale in realtà è un vuoto, la traccia di un assente, perché al critico culturale non
interessa farlo parlare, ma far vedere che è stato cancellato. Se riapparisse e parlasse, per esempio
dall’Africa, o dal fondamentalismo islamico, oltre a rivelare la sua violenza, non meno distruttiva di quella
occidentale, impedirebbe al critico culturale di fare la sua performance. Perché i critici culturali
non demistificano la loro compartecipazione, vivendo nella loro pratica “pratica”, e non nella loro pratica
culturale, cioè traendo la loro energia da altre fonti, nutrendosi di cibi non comprati al mercato, parlando
una lingua che non sia l’inglese? L’epifania dell’irrilevanza della lotta culturale è il politically correct,
che non cambia nulla se non le parole, e se una discriminazione reale viene fatta, continua ad essere tale
sia che il discriminato sia chiamato “nigger” o che sia chiamato “black”. Anzi il politically correct
talvolta fornisce argomenti al “potere”, che cambia nome alla catena di montaggio, ora detta “Ute”, ovvero
Unità Tecnologica Elementare, senza diminuire di un grammo la fatica di chi vi lavora. C’è infine il
problema dell’elitarismo che gli studi culturali si propongono di combattere. Ma la qualità elitaria di
qualsiasi cosa non dipende solo da chi la propone, bensì dai fruitori che, pochi o tanti, vogliono o non
vogliono fruirne. Il modernismo, con tutte le avanguardie più o meno ermetiche ed elitarie, in realtà, dal
punto di vista degli artisti, non vedeva l’ora di avere quel successo di massa che poi ha avuto, per qualcuno
postumo per qualcun altro in vita, da Picasso a De Chirico, da Proust a Joyce. E anche i critici sono
diventati importanti proprio perché riavevano finalmente una funzione da svolgere, spiegando all’incolto e
all’inclita come era bello e gratificante capire alfine la propria modernità alienata, frantumata e
ironizzata, rappresentata dalle Demoiselles d’Avignon o dalla Fontana di Duchamp. Ma una forma di
elitarismo ben più radicale e discriminatorio è presente negli studi culturali con un pregiudizio, questo sì
metafisico, relativamente alla necessità che l’estetica debba sottrarsi alla circolazione e alla presenza dei
suoi prodotti sul mercato, laddove ciò non è mai avvenuto, se non in età dove il mercato non esisteva, in
epoche e luoghi dove l’arte era monopolio del mecenatismo e del potere appunto. Di fronte alla
commercializzazione inevitabile la critica culturale auspica una resistenza impensabile, e infatti non
esemplificata dagli studi culturali stessi. Non si capisce infatti chi dovrebbe mantenere gli artisti, oppure
se tutti gli artisti, come per esempio sono costretti a fare i poeti per mancanza di mercato, debbano
mantenersi con un primo lavoro, come persino Montale, e dedicarsi alla poesia nei ritagli di tempo. Ma anche
la natura commerciale delle merci stesse vien qui fraintesa. Tutto ciò che si vende e si compra è una merce,
dall’acqua minerale ai quadri del Tiepolo battuti all’asta. Ma l’acqua minerale non è meno dissetante perché
viene venduta, così come la funzione estetica delle opere d’arte non viene meno se i pittori le vendono a chi
vuole comprarle, sia per amore dell’arte, sia per esibizione di prestigio, sia per investimento
finanziario. D’altra parte, se il posizionamento politico dell’artista fosse l’interesse principale
della critica, come ritiene la critica culturale, come faremmo ad apprezzare Céline se non siamo fascisti? Ma
anche Dante e Manzoni se non siamo cattolici? O qualsiasi autore fino alla seconda metà del Novecento se
siamo femministi? Evidentemente possiamo apprezzarli perché il nostro giudizio estetico riesce ad assumere un
atteggiamento di superiore consapevolezza rispetto alla materia ideologica, e giudichiamo invece la capacità
di elaborazione estetica, che consiste nell’adeguare la forma dell’espressione alla forma del contenuto.
Quando Shakespeare fa parlare Riccardo III della “stagione del nostro scontento”, ci incanta proprio perché
esprime in modo perspicuo quel groviglio di aggressività e ambizioni usurpatrici temporaneamente represse che
daranno il via alla tragedia, e di cui non possiamo non ammirare la lucidità, anche se sul piano morale ci
fanno orrore. In ciò consiste il perspicuo rapporto tra interesse e disinteresse dell’estetica. Se lo scopo
degli studi culturali è di scoprire il “posizionamento” fascista di Céline, o quello cattolico di Dante e
Manzoni, grazie, ma lo sapevamo già. E inoltre il posizionamento del singolo nel sociale non può
spiegare l’originalità dell’opera d’arte. E allora o l’arte è un campo libero non condizionato, che permette
l’invenzione, o tutti i campi condizionano solo finché l’iniziativa di qualcuno o di alcuni rompe i
condizionamenti della “posizione”. Perché solo Dante scrive la Divina Commedia? Il concetto di posizione sa
di “sistemismo” strutturale, che infatti ha sempre difficoltà a spiegare la dimensione diacronica. Invece
l’arte elabora il materiale ideologico a disposizione nel suo tempo, e rispetto ad esso è certamente
interessata, ma l’effetto che l’elaborazione ne ricava ha un tasso marginale di piacere, che brucia
l’interesse sia politico sia economico, e lo trasforma nel valore d’uso disinteressato dell’esperienza
estetica. La teoria che più si è avvicinata al dare una risposta a questa evidente impasse nel
collegare il determinismo sociale degli studi culturali alla creatività estetica e politica dell’artista, è
l’idea di “coscienza possibile”, elaborata da Lucien Goldmann, il teorico dello strutturalismo genetico di
matrice marxista e lukacsiana, morto prematuramente nel 1970, e del tutto ignorato dai critici culturali.
Secondo Goldmann l’artista sarebbe colui che, partendo dai dati dell’esperienza comune a tutti i
contemporanei, riesce a manifestare, in termini intellettuali e formali insieme, una coscienza più profonda
ed esplicativa del divenire in atto all’orizzonte della Storia. |