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Blog 115 Luglio 2008 Generazioni,
Citazioni, incompresioni
Noi adulti
maturi (Ah! Ah!), rispetto ai giovani e ai ragazzi delle varie fasce d’età, ovviamente sappiamo più cose del
passato e molte meno del presente. La stessa divaricazione si rileva rispetto agli ambiti di competenza. Io
per esempio sono ignorantissimo sulla musica pop contemporanea, non so neanche più se si chiama ancora così,
e questo è un problema. Lo è perché, per contropartita, ho potuto constatare che i miei studenti
universitari, in molti casi, non sapevano chi erano quelli che io ritengo i nomi più noti, talvolta persino
prestigiosi, della cultura mondiale del Novecento.
Ho potuto infatti
constatarlo nell’ultimo corso di Studi Culturali. Per spiegare cosa è accaduto devo partire dall’inizio.
L’Hic Sunt Group (gruppo aperto di ricerca pratica e teorica sulle arti e la comunicazione), di cui faccio
parte, nel 2006 ha realizzato un’installazione intitolata “Citazioni probabili”. Si tratta di venti pannelli,
ovvero venti quadri 70X40, ciascuno corredato di titolo e citazione, e accompagnato da un commento in parole,
disposti secondo un itinerario che dovrebbe costituire, nelle intenzioni degli autori, una sorta di Via
Crucis postmoderna che illustra le vicissitudini della corporeità contemporanea. Sono parodie serie di
citazioni vere o false, ma comunque “probabili”, di venti celebrità culturali e no, per lo più contemporanee.
Elencate esattamente, nell’ordine del percorso, sono: Mario Perniola, Hanna Arendt, Martin Heidegger, Eric
Fromm, Galileo Galilei, Frederic Nietszche, Jacques Derrida, Jacques Lacan, Samuel Beckett, Hermann
Rorschach, Donald Rumsfeld, Walter Benjamin, Gino Paoli, Ian Fleming, Dante Alighieri, James Watson & Francis
Crick, Raymond Williams, Carlo Marx, René Magritte, e per concludere Henry Beyle in coppia con Don Siegel per
illustrare la sindrome degli ultracorpi. Per diffondere l’opera, dopo la disinstallazione, ne è stata
fatta una versione cartacea, molto economica nonostante le immagini (11 euro), che poi ho anche adottato come
testo facoltativo appunto per il corso di Cultural Studies di quest’anno. Ed è in questa sede, spiegando in
classe il senso delle parodie, soprattutto come esempi pratici di lavoro interdisciplinare tra visione,
interpretazione e riflessione, tra arte, letteratura, scienza, filosofia, psicologia, cinema ecc., che mi
sono resoconto della mancata condivisione enciclopedica tra me e il mio uditorio. Infatti per capire e
apprezzare una parodia occorre conoscere prima l’oggetto parodiato. Le mie spiegazioni integravano in parte
tale mancanza, ma, anche dove vi riuscivano, il risultato appariva simile a quello di un’ironia spiegata,
cioè qualcosa che perde tutta la sorpresa e la patina di arguzia. Infatti le “citazioni” più comprensibili
sono state quelle che apparivano più satiriche che ironiche, per esempio quella del ministro della difesa
americano Rumsfeld che vuole far comprare la democrazia agli iracheni come se fosse la pepsi-cola. Comunque le schermaglie sui valori e gli interessi d’attualità ci sono sempre state tra
giovani e vecchi, a quanto ne so, nel Novecento, dalle prime ondate di “giovanilismo” negli Anni Venti in
Inghilterra, che tendevano a capovolgere il detto tradizionale: “elders and betters”, fino al rock degli Anni
Cinquanta e quindi alle rivolte del ’68, del ’77, e da allora più o meno permanentemente. Le cosiddette
agenzie di socializzazione, in primo luogo la famiglia, la scuola, e ogni altra (un tempo – dicono – persino
i bordelli, ma non ho fatto in tempo a vederli, se non nei film di Fellini) aventi un’istituzionalità
proveniente dall’alto, hanno perso efficacia e prestigio, laddove ne ha acquistato invece il gruppo dei
coetanei, che in circostanze meno fortunate può diventare addirittura “il branco”. In questo senso le
geremiadi degli adulti nei confronti dei giovani sono ricorrenti. Talvolta sono i genitori stessi che si
chiedono stupefatti se i loro figli non siano “cretini” (vedi T. T. Waring, “Cretinismo e giovanilismo”
http://www.leonardoterzo.it/in-ritardo). La stessa cosa si chiede di nuovo un libro recentissimo The
Dumbest Generation? (pronuncia: dàmest generéscion) ovvero La generazione più stupida? di
Mark Bauerlein, professore di Inglese alla Emory University di Atlanta. Un tempo ogni sociologo o
psicologo, anche dilettante, avrebbe subito diagnosticato: è mancanza di comunicazione. Eccoci allora al
nostro corso di laurea in COMUNICAZIONE! Sembrerebbe infatti che ciò che non manca oggi è lo sviluppo delle
comunicazioni. Solo che questa cosiddetta comunicazione sembra ora proprio il nuovo nemico della
socializzazione onesta. Bauerlein lamenta infatti che, secondo tutte le indagini
recenti, la media di lettura quotidiana di un giovane americano tra i 15 e 24 anni non supera i quattro
minuti, persino su internet, perché trova molto più interessante e divertente comunicare con gli amici su
Facebook o Myspace, che sono i luoghi più frequentati della loro “vita sociale”. La mancanza di lettura porta
così ad una diffusa ignoranza della storia e della politica, ad una disarmante incapacità di
contestualizzare. Ma non è solo questione di nozioni, si tratta di non rimanere chiusi in un ghetto
autoreferenziale, fatto di linguaggio sgrammaticato, analfabetismo civico, confusione tra senso della vita e
futilità. Il che rende poi facilmente vittime della demagogia, dell’allarmismo o dell’apatia. Perché, come
rimarca Giampaolo Azzoni (“Social Media and Regulation”, 2008), la mancanza di autodisciplina intersoggettiva
nella rete favorisce il solipsismo e il narcisismo sociale, con conseguenze che possono essere l’
intolleranza, l’isolamento, nonché prospettive illusorie di autopromozione. Quando Bauerlein dice
ad un gruppo di studenti che loro sanno più probabilmente chi è l’American Idol (una sorta di reality show)
del momento, che non chi è il presidente del Congresso in carica, una voce dal fondo risponde: “sì, perché è
più importante!” È in un certo senso quello che è successo a me, riguardo alla citazione intitolata a
Nietzsche, in cui era raffigurata Miss Italia 1996, che gli studenti hanno subito nominato con nome e
cognome, mentre io che pure l’avevo inserita nel quadro non me ne ricordavo. In compenso molti di loro non
avevano mai sentito nominare Hanna Arendt e Walter Benjamin. La stessa cosa nel pannello dedicato a Ian
Fleming, in cui hanno riconosciuto subito Sarah Ferguson, detta Fergie. Bauerlein può sembrare il
solito bacchettone reazionario che dà la colpa ai genitori troppo deboli e lassisti. È vero però che la
disponibilità della comunicazione facile, mobile, ininterrotta mette in evidenza il fatto che la rete
telematica ha sempre due facce: offre di più, ma impone di meno. Perciò chi ha già interessi sa approfittare
dell'offerta, chi non li ha approfitta della mancanza di costrizione e indirizzo, indulge ai vizi (propri)
invece che alle virtù (della rete). Così, invece di informarsi col Web sul Wide World, si “cazzeggia”
parlando degli affari propri, col gergo sempre nuovo che i ragazzi inventano e usano fra di loro. Invece di
interagire con persone di diverse età e con diversi ruoli: genitori, insegnanti e altre figure adulte,
subiscono il “trascinamento dell’immaturità”, in un contatto ininterrotto “peer to peer”. Né questa
interazione sociale alla pari sembra migliorare il livello di autostima dei giovani, che, come al solito,
sono preda di insicurezze e problemi di autoaffermazione. Naturalmente coi giovani c’è
sempre la possibilità di essere smentiti quando meno ce lo si aspetta. Ricordo che il rapporto del Censis del
1966-67 riferiva che le nuove generazioni di giovani italiani erano senza ideali, interessati solo al posto
fisso, al matrimonio e all’automobile, e pochi mesi dopo scoppiò il sessantotto. Allora però si era in una
fase di grande sviluppo economico. Ora le prospettive economiche mondiali sono piuttosto buie e anche la
democrazia, in Italia, non sta molto bene. |