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Credo sia un problema di epistemologia. La conoscenza può avvalersi di due concezioni dei fenomeni e della cosiddetta realtà. Il primo, e a suo modo ingenuo, vede e acquisisce la conoscenza su base empirica, e metodologicamente mette tutte le percezioni e le individuazioni degli oggetti e dei processi sullo stesso piano, uno accanto all’altro. Tuttavia ci si rende subito conto che tra questi reperti cognitivi elementari talvolta ci sono dei rapporti, talvolta pare di no. Una volta avvertiti questi rapporti, ci si chiede che significhino, di che natura sono, cosa comportano ulteriormente. Si possono così istituire dei concetti più ampi come le categorie, che individuano dei criteri che assimilano e accolgano alcuni fenomeni, che di per sé sono tutti diversi, in gruppi costituiti sulla base di aspetti comuni.
Questa forse è l’origine di un altro indirizzo tassonomico ed esplicativo, che è la disposizione della conoscenza come classificazione concettuale su due piani figuratamente sovrapposti: la superficie e il piano o i piani sottostanti che costituiscono la profondità. Il passaggio stesso dall’oggetto alla categoria di oggetti a cui appartiene, può essere considerato un approfondimento, ma la scoperta di questa modalità della conoscenza come passaggio dalla superficie del fenomeno alla sua collocazione su un piano più ampio o più profondo come la categoria, diventa uno strumento di ricerca che induce a ricercare ulteriori categorie o piani o profondità. Questo perché si è capito che la collocazione di un fenomeno in un gruppo di fenomeni produce una consapevolezza maggiore del modo in cui quell’oggetto o quel fenomeno è utilizzato da noi.
Quindi si comincia a ritenere che non basti la conoscenza empirica e superficiale, ma sia meglio e addirittura necessario vedere il fenomeno in profondità, in una prospettiva più ampia, che poi significa in relazione a tutte le altre cose ad esso collegabili. Questo modo di concepire la conoscenza ha indubbi vantaggi, ma occorre essere consapevoli che ogni approfondimento è anche una maggiore astrazione, cioè intenzionale trascuratezza di alcuni aspetti dei fenomeni, perché si tratterebbe di aspetti accessori e non pertinenti agli scopi di quella determinata classificazione. Se considero il concetto di “vita” e quello connesso di “esseri viventi”, metto insieme piante, animali ed esseri umani, e trascuro tutte le differenze tra di loro. Questo processo cognitivo ha approfondito la mia conoscenza dell’essere umano trovando un rapporto con chi non è umano, ma non è interessato a definire l’umanità nel suo specifico. Quale concetto è più profondo: l’essere viventi o l’essere umani? Scendere nella cosiddetta profondità del sapere presenta vantaggi e svantaggi. O meglio disegna delle prospettive di conoscenza entrambe utili, ma utili a fini diversi.
Il positivismo ha privilegiato la prospettiva dell’approfondimento, spogliando i fenomeni di molti aspetti considerati accessori, per avvantaggiare gli aspetti verificabili positivamente. Ma per altri usi, gli elementi cosiddetti accessori nella verifica positivista sono invece al centro dell’interesse, e hanno la loro specifica utilità. Per esempio se considero il cappello, come è vero, un riparo dal freddo, il suo colore sarà un elemento accessorio e superficiale. Ma in una società evoluta dove gli indumenti assumono anche un significato come elementi che comunicano per esempio livello sociale, gusto e cultura, il colore del cappello diventa altrettanto importante per la sua funzione comunicativa che per la sua funzione di utilità pratica come riparo dal freddo. Ci sono però dei partigiani dell’approfondimento generale e perpetuo della conoscenza, anche dove l’approfondimento non sembra opportuno, perché conduce a trascurare elementi a torto considerati superficiali, e invece più pertinenti. Per selezionare dei termini nuovi, questi li chiamerei “profondisti”. E quelli che combattono in difesa del significato veridico delle apparenze li chiamerei “superficisti”.
L’arte per sua natura, essendo costituita dall’inscindibilità di forma e contenuto, ovvero sensibile e intelligibile, ovvero superficie sintagmatica e profondità paradigmatica, tesaurizza la superficie come musica del significante, massimamente in poesia, ma in realtà in ogni mezzo. Paradossalmente il Romanticismo, per motivi di compensazione delle frustrazioni politiche, ha invece cercato di teorizzare per l’arte la capacità di raggiungere una profondità di valori per cui i poeti, come dicono Samuel Johnson e Percy B, Shelley, sarebbero “i veri legislatori dell’umanità”. Questo non è vero in assoluto, ma è vero che talvolta la percezione di nuovi orizzonti epocali si verifica prima nelle tendenze estetiche che nei movimenti politici e filosofici. In questo scorcio di fine 900 e inizio 2000, la crisi dei paradigmi della metodologia scientifica e filosofica è sembrata riportare in auge il primato dell’estetica come brodo di cultura delle rivoluzioni epistemiche, anche se la fantasmagoria della frantumazione dei saperi avvolge tutto in una foschia di insicurezza e precarietà.
Oscar Wilde in The Importance of Being Ernest fa dire ad un suo personaggio (Atto I) che la vera conoscenza è quella delle apparenze superficiali. E questa, che a suo tempo poteva sembrare una mera battuta volontariamente paradossale, metteva invece in evidenza la multidimensionalità della conoscenza, perché le cose hanno aspetti molteplici e di volta in volta si possono identificare con gli aspetti di esse che in quel momento ci interessano e dunque sono pertinenti. Infatti la commedia, da molti ritenuta un semplice divertimento superficiale e farsesco, mostra proprio questo, che ogni cosa è definita in base agli interessi correnti. E nel caso specifico, dimostra che l’identità e l’origine delle persone può essere piegata e cambiata come fa comodo a seconda delle circostanze, compresi gli interessi più venali. In particolare la discendenza di sangue, criterio di identificazione aristocratica, viene subordinata agli interessi economici, che sono invece il criterio di identificazione borghese. Come alla fine di ogni commedia, tutto si aggiusta, ma le prospettive svelate dalle trasformazioni dell’identità, anzi delle identità plurali, dei personaggi, ci rendono avvertiti che, se le cose non sono come sembrano, spesso la ricerca approfondita dimostra la verità della superficie, e la menzogna della superficie dimostra una verità di fondo.
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