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Non vi è nulla di più inedito delle idee ricevute Una serie di
prefissi ha dominato la nomenclatura politica e culturale della seconda metà del secolo scorso. Molto
frequenti sono stati: neo, trans, post, iper. Meno usati sono ora invece: sub, para, anti.
Quest’ultimo, antagonistico per definizione, è stato usato soprattutto in politica: antifascismo,
anticomunismo, anticapitalismo. Sub e para denotano una gerarchia, con un senso limitante o addirittura
spregiativo: le subculture sono idee, atteggiamenti e costumi vigenti in ambiti ristretti e settoriali della
società complessiva. La subletteratura o paraletteratura è costituita dai generi della letteratura popolare,
(romanzo giallo, romanzo rosa, ecc.) non sufficientemente elevata per raggiungere la pienezza di una
considerazione critica seria. Tutti gli altri si ritrovano invece nella denominazione di movimenti e
atteggiamenti artistico-culturali, dove hanno la peculiare caratteristica di precedere, nella composizione
della parola, il termine a cui invece, cronologicamente, sono succeduti. Anche l’antifascismo può venire solo
dopo e in reazione al fascismo, ma l’ordine cronologico è ovvio e irrilevante rispetto al significato
agonistico. Invece neo, post e iper modulano proprio il senso del venir dopo, che quindi è materia
fondamentale del significato dei termini. Per esempio la neoavanguardia degli Anni Sessanta in Italia
voleva acquisire e riprendere il rinnovamento delle poetiche, iniziato dalle avanguardie europee della prima
metà del secolo. Il prefisso neo designa infatti la ripresa di qualcosa che riscuote il consenso degli
innovatori, anche se richiede un adeguamento ai tempi: neoclassicismo, neoscolastica, neocapitalismo. Qui
dunque il tempo intima un intervento riparatore che riproduce e trasforma, senza contraddire lo spirito del
fenomeno originario. Il senso del dopo e del nuovo ha natura di supplemento evolutivo. Più neutrale
tra neo e post appare trans (transavanguardia, transessuale), che designa uno spostamento qualitativo in cui
ancora una volta il tempo non è pertinente. Non c’entra la storia o la gerarchia, quanto una ricerca
“laterale” verso ipotesi ontologiche parallele, che coesistono accanto agli altri stati dell’essere. E’ una
sorta di neo a-cronico o di post non agonistico, che rivendica la libertà di cambiare senza complessi e senza
acribia. Post indica la successione cronologica in modo letterale, e tuttavia è meno comprensivo di
neo verso i fenomeni a cui succede. Esprime un senso di sufficienza verso i movimenti superati che, come
tali, hanno perso quella sostanziale validità che veniva invece riconosciuta dai neo. Ciò non avviene subito:
per esempio postimpressionismo, pur segnando un distacco significativo dall’impressionismo semplice, non ha
una connotazione distintiva militante e avversativa. Il più noto e attuale dei post è ovviamente il
postmodernismo. Qui il post, anche perché recente, si nutre ancora di molta ambiguità e ambivalenza nei
confronti del modernismo, col quale condivide molti caratteri. Per questo alcuni sostengono che, al di là del
successo della nuova denominazione, non vi sia fra i prodotti culturali del modernismo e del postmodernismo
una dimostrabile differenza morfologica, ma solo un diverso atteggiamento ideologico. Il che non sarebbe
comunque una distinzione da poco. Tuttavia la nozione che il postmoderno segnali una realtà culturale
e politica del tutto originale, pur radicata ovviamente nel mondo che lo ha preceduto, sembra prevalente, e
forse, avvalorando l’idea che il “dopo” debba essere necessariamente diverso dal “prima”, contraddice la
cosiddetta morte della storia, che della postmodernità è uno dei postulati. In sostanza il modernismo
predicava il succedersi incessante delle avanguardie, e comportava la negazione del valore attuale degli
stili del passato. Esso però sembra rifiutare di farsi sostituire da ciò che lo segue, e pretende di
sopravvivere nel suo post. Il postmoderno accetta invece, sincronicamente, il valore di tutti gli stili e,
abolendo la linearità della storia, in pratica la riattualizza totalmente nei suoi artefatti. Ma quando si
tratta di staccarsi dal modernismo, rivendica a sua volta una cesura rispetto al passato, negando così il
persistere sincronico del prima e del dopo. Una proposta, che vorrebbe comporre la controversia, ma
non sembra però attecchire, è quella che avanza il termine ipermodernismo in luogo di postmodernismo, per
segnalare solo uno sviluppo dimensionale di caratteri già presenti nella modernità. In tal modo perveniamo
alla funzione del prefisso iper. Iper è più snob di super, che è ottocentesco (superuomo) o bassamente
tecnico (supermarket, superattico, supersonico). E’ infatti l’ultimo arrivato tra i prefissi alla moda. Va da
iperrealismo a ipertesto, a ipermerce (che non si vende all’ipermercato, ma forse sì). Esso
sembrerebbe un indicatore quantitativo, per significare un accrescimento: è la stessa cosa di prima, ma
arricchita e sovradimensionata per qualche aspetto. Tuttavia ben presto, e giustamente, libera la pretesa
che, oltre un certo limite, la quantità diventa qualità. Così, quasi inaspettatamente, diventa il prefisso
più innovativo, fino a scomparire, laddove l’inorganico si trasforma in organico, il robot in cyborg, oppure
ricade nel post: postumano.
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