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Non vi è nulla di
più inedito delle idee ricevute Da un punto di vista antropologico, ogni oggetto,
idea o comportamento è un fatto culturale, sia esso uno sgabello, o l’abitudine di stringersi la mano, o le
camere a gas dei nazisti. Da un punto di vista apprezzativo, la cultura, intesa come civiltà, è invece ogni
elaborazione di idee, più o meno sofisticata, che categorizzi ad un livello ritenuto più astratto e
organizzato, o che esprima in forma semiotica e/o simbolica, gli stessi elementi della cultura
antropologica. Il giudizio apprezzativo, a sua volta, attiene a due ambiti di riferimento. Nell’ambito
dei valori si può apprezzare o disprezzare un fatto della cultura antropologica, per esempio le camere a gas,
perché in accordo o in contrapposizione alle scelte di valore di chi giudica. Nell’ambito del grado
di elaborazione, l’apprezzamento o il discredito deriva invece dal fatto stesso che un dato culturale sia
inquadrato e inserito intellettualmente in un sistema espressivo, esplicativo o interpretativo più generale e
complesso. Quando si parla di cultura di destra e di sinistra, si tratta poi di riferimenti storici,
perché nella storia politica dell’occidente si sono usati questi termini per indicare delle tendenze
politiche che si rifacevano a certi valori e a certe elaborazioni intellettuali piuttosto che ad altre.
I termini “destra” e “sinistra” nascono infatti nell’Ottocento in sede di democrazia parlamentare e,
accidentalmente, destra si riferisce alle formazioni politiche conservatrici e tradizionaliste, legate ai
residui valori aristocratici, e sinistra, in modo corrispettivamente accidentale per la collocazione nelle
aule parlamentari, si riferisce ai valori borghesi e liberali, in quel momento storico progressisti e
radicali. Di qui i due termini si fissano, sempre in modo corrispettivo e generico, al conservatorismo più o
meno autoritario la destra, e all’estensione degli ideali democratici la sinistra. Nelle realtà di
fatto della storia delle varie comunità nazionali, gli elementi culturali allocabili a destra e a sinistra si
spostano e si mischiano in modo continuo e spesso sorprendente. Il mutare delle entità politiche, dei sistemi
sociali, delle strutture economiche, richiede un continuo aggiornamento dei criteri di giudizio relativi alle
appartenenze dei fenomeni culturali: il liberismo, per esempio, passa dal patrimonio culturale della sinistra
a quello della destra, allorché la classe operaia acquista una coscienza e l’estensione della democrazia
diventa socialismo. Ma spesso le denominazioni e le etichette politiche non corrispondono più ai
contenuti, per cui ad esempio la destra sedicente liberale, nei comportamenti economici reali, favorisce i
monopoli e non il libero mercato. Oppure la sinistra comunista, nei paesi in cui era all’opposizione, come in
Italia, ufficialmente lottava per il socialismo, ma di fatto era costretta a difendere il rispetto della
costituzione liberale. Oppure, in Unione Sovietica, la sedicente sinistra si dava la costituzione più
socialista e democratica del mondo, ma di fatto applicava un regime autoritario e antidemocratico. Oppure,
come negli Stati Uniti, le strutture legislative sono teoricamente democratiche e liberali, ma di fatto meno
della metà della popolazione è messa in grado di partecipare alla vita democratica, cosicché la vera natura
dell’assetto politico di quella società è fortemente elitario e “aristocratico” su base economica. Vi
è poi la questione di trasferire e riferire i dati culturali non direttamente politici, come i dilemmi etici,
le ipotesi scientifiche o i movimenti artistici ad impossibili semplificazioni, quali governo e opposizione,
da riadattare di volta in volta ai mutamenti di blocchi egemoni, di coalizioni di partiti, alle
contrapposizioni di interessi contingenti, alle emergenze di tirannelli mass-mediatici. In questa
inevitabile e incessante mobilità, la cultura trova un’accezione specialistica come sfera di pertinenza dei
cosiddetti intellettuali, apparentemente autonomi come ceto, ma egualmente mobili e disponibili sul mercato
delle appartenenze politiche. Il clima culturale “postmoderno” favorisce la permutabilità dei valori,
che sembrano cambiare collocazione con la stessa velocità con cui i parlamentari cambiano partito, i partiti
cambiano schieramento, le persone cambiano i partner sessuali, i giocatori cambiano squadra di calcio.
Ciononostante, la distinzione rimane uno strumento del pensiero e perciò della cultura. Non a caso
"distinzione" ha anche un significato apprezzativo come “deferenza” e “signorilità”.
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