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Non vi è
nulla di più inedito delle idee ricevute Che cos'è un kamikaze? È qualcuno che va
incontro a morte certa allo scopo di arrecare un danno ai suoi nemici? È certamente un suicida, ma è anche un
martire? È anche necessariamente un terrorista? Sansone che decide di morire con tutti i filistei è forse il
primo kamikaze di cui si ha notizia? Come si vede la questione presenta molti aspetti più o meno intricati,
attinenti alla morte, al suicidio, al sacrificio, alla guerra, al rapporto tra individuo e comunità, tra fede
e disperazione. Sulla natura del terrorismo si è già detto: possiamo considerare terrorista chiunque
uccida dei civili non in armi. In questo senso sono terroristi non solo coloro che mettono bombe in Piazza
Fontana a Milano, o alla stazione di Bologna, o a Gerusalemme, ma anche i comandi militari che bombardano le
popolazioni inermi a Hiroshima come a Dresda, in Palestina come in Irak. A meno di considerare tutti i
cittadini di una nazione il cui governo intraprende una guerra come corresponsabili da sterminare.
Cominciamo invece dal suicidio. Il kamikaze scandalizza in primo luogo perché sceglie la propria morte, ma
il suicidio del kamikaze ha uno scopo che il suicida stesso ritiene sublime. Ci sono infatti altri suicidi
che implicano uno scopo sublime: per esempio qualche anno fa in Giappone, a seguito di un guasto pericoloso
ad una centrale nucleare, alcuni tecnici hanno accettato di penetrare nella zona contaminata per porvi
rimedio, pienamente coscienti che sarebbero morti a seguito delle radiazioni. Sono da considerare kamikaze o
solo martiri? Il discrimine qui sembra derivare dall'intento del suicidio stesso: se il suicidio ha
lo scopo di uccidere altre persone abbiamo un kamikaze, se ha lo scopo di salvare altre persone abbiamo un
martire. Ma la questione non è così semplice, perché il suicidio resta un suicidio, e anche il suicida con
intento immediatamente distruttivo invoca la legittima difesa, e ritiene che il suo fine ultimo sia di
contribuire alla salvezza della sua parte, proteggendola dai nemici. In comune questi due tipi di
suicidio hanno comunque uno scopo trascendente, nel senso che trascende la salvezza del suicida a vantaggio
di un bene che egli ritiene superiore e appunto trascendente: la sopravvivenza della patria, della comunità,
dei figli. Questa trascendenza è infatti talvolta istituzionalizzata da una religione: in tal caso il suicida
sacrifica se stesso solo relativamente alla sfera mondana, ma ritiene che sopravviverà con merito nella sfera
ultramondana, in un edenico al di là. Tutte le fedi, laiche o religiose, favoriscono perciò il
sacrificio nell'immediato, anche fino alla morte, in vista di un bene maggiore in un futuro migliore. Qui
però possiamo cominciare a distinguere un sacrificio laico più altruista, che non si aspetta ricompense
nell'al di là, ma solo il bene altrui. Il suo al di là è il perpetuarsi della società umana. Opposto
al kamikaze spinto da una fede vi è il kamikaze per disperazione: di fronte alla prospettiva di una morte
certa comunque, i rinchiusi nel ghetto di Varsavia, come i rinchiusi nei campi profughi palestinesi, invece
di aspettare inermi di essere uccisi, preferiscono ribellarsi e morire combattendo, senza poter scegliere le
modalità del combattimento. La responsabilità di questo esito, come per esempio nel caso della missione
suicida dei ceceni nel teatro di Mosca, ricade sempre su tutta la comunità internazionale, anche oltre le
parti in causa. Se il kamikaze pone la sua missione (distruttiva per i nemici e protettiva per gli
amici) al di sopra della sua vita, questa condizione e questo atteggiamento sono condivisi da altre categorie
di operatori sociali, come i pompieri (l'esempio di New York), o i medici (a rischio di Aids o di Sars), ma
soprattutto dai soldati, il cui mestiere è quello di uccidere, nella piena consapevolezza di poter essere a
loro volta uccisi. Per quanto sotto etichette umanitarie e fatta salva la benevolenza personale, un soldato
non è una crocerossina. Naturalmente vi è una differenza fondamentale tra la certezza suicida del
kamikaze e la mera probabilità di morte del soldato. Tuttavia questa differenza fondamentale è appunto solo
una probabilità, talvolta minima. Nelle guerre moderne di massa, a partire dalla Guerra di Secessione
Americana fino alle due Guerre Mondiali, il numero effettivo dei soldati morti è stato ed è spaventosamente
enorme, e le probabilità di non sopravvivere altissime. Il soldato che inizia una missione bellica sa che, se
non lui stesso, una grande quantità dei suoi compagni morirà in quella circostanza. Il soldato moderno sa
che, tolta una minima probabilità, egli è percentualmente un kamikaze. In quel piccolo divario,
naturalmente, vi è tutta la speranza del mondo, ma paradossalmente questa speranza di sopravvivere non è
nobile, perché implica di necessità che a morire siano altri, i compagni. A fronte di questo crudele
paradosso il kamikaze non delega ad altri il compito di morire, ma se lo assume pienamente. Inoltre
nelle ultime guerre, come quella del golfo e in Irak, il divario di potenza fra i contendenti comporta uno
squilibrio fra le perdite di vite umane, per cui i soldati della potenza dominante muoiono a centinaia,
mentre quelli della potenza dominata muoiono a decine di migliaia, e non se ne può nemmeno tenere il conto.
L'effetto è un diverso peso specifico dei morti sulla bilancia dell'interesse mondiale. Il peso dei
morti è stato spesso, se non sempre, usato dai governi per un cinico (o solo oggettivo?) calcolo politico.
Prima ancora che Mussolini esprimesse la stessa idea, per giustificare l'entrata in guerra dell'Italia
fascista, sembra sia stato Cavour a calcolare un certo numero di morti italiani nella Guerra di Crimea, da
gettare sul tavolo dei negoziati di pace. Lo stesso calcolo è stato fatto dal governo italiano attuale, non
in termini di morti, incoscientemente, ma in termini di probabilità di perdite, e non per sedere con pretese
al tavolo dei negoziati di pace, ma per farsi vedere in giubottino di camoscio a darsi pacche sulle spalle
con George Dabliu Bush.
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